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LA BERLINO DEL LAVORO NERO

Berlino continua a rappresentare un'eccezione rispetto al resto della Germania, nel bene e nel male. Il suo fascino di metropoli moderna e dinamica attira sempre più giovani e turisti da tutto il mondo, contribuendo a migliorare l'immagine di un Paese ancora legata a cliché di serietà e rigidità. Ma quando si scende nei dettagli dei dati economici, la capitale mostra segni di arretratezza rispetto alle altre regioni tedesche. L'ultimo spunto alla riflessione è stato fornito dal rapporto sul lavoro nero, realizzato in collaborazione dai ricercatori dell'Università di Linz e dall'Istituto economico di Tubinga (Iaw) e presentato il 6 febbraio proprio a Berlino. «Mentre il fenomeno ha mostrato in tutta la Germania una contrazione nell'ultimo biennio, nella capitale i numeri sono ancora in crescita», ha riportato il Tagesspiegel.

La dimensione del lavoro nero misurata in percentuale sul Prodotto interno lordo in Germania è stata nel 2012 del 13,4%, il dato più basso negli ultimi venti anni e la tendenza al riassorbimento proseguirà anche nell'anno in corso: per il 2013 gli esperti di Linz e Tubinga prevedono un ulteriore calo di 2,7 miliardi di euro, che porterà la somma totale prodotta da questo particolare settore economico a 340 miliardi di euro. In percentuale si arriverà al 13,2%, contro il 24,&% della Grecia, il 21,1% dell'Italia, il 19% del Portogallo e il 18,6% della Spagna.

Non è un caso che i Paesi colpiti dalla crisi economica e finanziaria europea siano in cima alla lista nera: «Il calo del ricorso al lavoro nero in Germania è da addebitarsi al favorevole andamento del mercato del lavoro e alla crescita economica complessiva degli ultimi anni», ha spiegato il direttore dell'Iaw Bernhard Boockmann, «le persone hanno buone possibilità di trovare un posto nell'ambito dell'economia regolare ed è venuta meno la motivazione di rivolgersi al mondo del lavoro nero». Le cause che spingono imprese e lavoratori nella zona ombra che sfugge al fisco e alle casse previdenziali e sanitarie sono da ricercare nell'eccessivo carico fiscale e nelle alte somme dei contributi per la sicurezza sociale. Il picco massimo registrato in terra tedesca risale infatti al 2003 (17,1%), quando il Paese viveva un periodo di stagnazione economica e le riforme avviate dal governo rosso-verde di Gerhard Schröder non avevano ancora dispiegato il loro effetto positivo. «La riduzione del contributo pensionistico dal 19,6 al 18,9% a partire dal 1° gennaio 2013 dovrebbe aiutare a ridurre ulteriormente la tentazione di scivolare nel mercato nero», ha concluso Boockmann.

Per la cronaca, il rapporto degli esperti ha confermato che il fenomeno del lavoro nero non risparmia neppure gli Stati scandinavi, tradizionalmente noti per avere un sano mercato del lavoro: Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia galleggiano attorno al dato tedesco nelle stime per il 2013, oscillando dal 13,9% di quota sul Pil di Stoccolma al 13% di Copenhagen ed Helsinki. Solo la Francia brilla con un 9,9%.

Ma per tornare alla Germania, quando si passa dalla visione complessiva del Paese a quella particolare della sua capitale, la musica cambia. «Berlino è e rimane la capitale del lavoro nero tedesco», ha proseguito il Tagesspiegel, «tanto che nel 2012 la Società delle piccole e medie imprese del settore edile di Berlino e Brandeburgo ha denunciato alle autorità fiscali 44 cantieri sospettati di utilizzare lavoratori in nero sui 334 ispezionati». Il settore delle costruzioni, nel quale al lavoro nero quasi sempre si accompagna una scarsa attenzione per le misure di sicurezza dei lavoratori, è il maggiore indiziato: si calcola che più di un terzo delle aziende operi illegalmente evadendo il fisco. Seguono le attività alberghiere e ristorazione e le officine di riparazione di auto e camion, dove la percentuale del lavoro nero si attesta al 17% e le attività di servizio legate alle famiglie (15%): lavoratori domestici, assistenza agli anziani, lezioni di ripetizione, babysitter. «Si tratta di ambiti nei quali si può lavorare abbastanza facilmente, perché non serve altro che la propria forza lavoro», ha spiegato Friedrich Schneider, ricercatore a Linz. Secondo le sue stime, circa 8 milioni di tedeschi utilizzano saltuariamente il lavoro nero per arrotondare uno stipendio ufficiale, mentre il numero dei lavoratori completamente in nero raggiungerebbe il milione: in questo caso si tratta principalmente di disoccupati e pensionati, che integrano in quasto modo sussidi e pensioni.

I costi economici e sociali del lavoro nero sono difficilmente quantificabili. In un rapporto governativo del 2011, i finanzieri tedeschi avevano stimato danni per 660 milioni di euro sulla base di controlli in tutto il Paese su 68 mila imprese e 524 mila persone, elevando sanzioni pari a 2100 anni complessivi di pena detentiva e 49 milioni di euro. Ora si attendono dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble i dati del 2012.

(Pubblicato su Lettera43)