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IL BIVIO SERBO TRA KOSOVO ED EUROPA

Analisi dei disordini alla frontiera serbo-kosovara. I punti deboli di Pristina e quelli di Belgrado. Una contesa apparentemente senza soluzioni.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

Gli scontri di fine luglio alla frontiera con la Serbia hanno riportato il Kosovo sotto le luci della ribalta, dopo una fase, quella seguita all’indipendenza del 17 febbraio del 2008, scandita da blackout mediatico. Gli incidenti, che hanno provocato la morte di un poliziotto albanese e numerosi feriti, testimoniano che nel più giovane degli stati sorti sulle ceneri della Jugoslavia la situazione rimane tesa e che i grandi punti interrogativi sollevati prima dell’indipendenza – il rapporto tra maggioranza albanese e minoranza serba, le relazioni tra Pristina e Belgrado, quelle tra Belgrado e i serbi del Kosovo, la prospettiva europea della Serbia – rimangono sul tavolo.

Frontiera calda

Gli avvenimenti di fine luglio sono stati una vera e propria cartina di tornasole della situazione complessiva kosovara. Tutto è iniziato quando, nella notte di lunedì 25 luglio, il governo di Pristina ha inviato dei nuclei speciali di polizia alla frontiera settentrionale, che divide il paese dalla Serbia, allo scopo di assumere il controllo delle dogane di Jarinje e Brnjak, normalmente presidiate dagli agenti serbi. Questo perché il versante nord del Kosovo si configura come un’appendice territoriale della Serbia. In quell’area la maggioranza etnica è serba e tutto, dall’economia alla sicurezza, passa attraverso il filtro delle cosiddette “istituzioni parallele” (banche, scuole, uffici pubblici, moneta e polizia), foraggiate da Belgrado.

Il motivo dell’incursione della polizia kosovara è dipeso dal fatto – così ha spiegato il governo di Pristina – che gli agenti serbi non rispettavano il divieto all’import di merci provenienti da Belgrado, misura presa recentemente dall’esecutivo come rappresaglia nei confronti dell’analogo provvedimento varato dalla Serbia verso i prodotti kosovari, in vigore dalla proclamazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, che Belgrado non riconosce. I serbi, all’arrivo degli agenti kosovari, sono insorti. Hanno eretto barricate, appiccato il fuoco alla dogana di Jarinje e fatto di tutto affinché la polizia di Pristina rinunciasse a portare a termine l’operazione. Le cronache raccontano di colpi d’arma da fuoco, lancio di bottiglie incendiarie e altre azioni violente. La polizia kosovara è stata costretta alla resa. Le frontiere, ora, sono monitorate dai militari di Kfor, il contingente di peacekeeping allestito sotto l’egida Nato.

Serbi del nord e serbi del sud

Se la situazione alle dogane sembra tornata alla tranquillità, il contesto kosovaro resta alquanto fragile, a partire proprio dall’assetto e dagli equilibri delle municipalità settentrionali del Kosovo. L’area rimane sotto lo stretto controllo di Belgrado e tutto indica che i serbi continueranno a boicottare le istituzioni di Pristina, rimanendo fedeli alla madrepatria. Diverso il quadro a sud dell’Ibar, il fiume che fa da frontiera etnica tra il Kosovo a maggioranza serba e la restante parte del paese, dove la componente albanese (due milioni di persone) è monolitica. I circa 60mila serbi che vivono sotto il corso del fiume sembrano orientati, a differenza dei compatrioti del nord, a stabilire una forma minima di cooperazione con gli albanesi. Non godendo dei vantaggi offerti dalla contiguità territoriale con la Serbia, la scelta dell’autoisolamento è diventata insostenibile, considerato il quadro socio-economico del Kosovo, il paese in assoluto più povero d’Europa. S’intravede dunque uno scisma tra i serbo-kosovari: c’è chi resiste accanitamente e chi cerca la coesistenza.

Sovranità dimezzata

Il caos alle dogane ribadisce che Pristina non ha al momento possibilità di estendere la propria sovranità a settentrione. Il ritiro delle forze scelte di polizia è stata un’amara sconfitta, se è vero che la ragione ultima del loro invio al confine, al di là della storia dell’embargo, era – come sospettano molti esperti – spezzare il monopolio di Belgrado a nord. Fallita l’iniziativa, non resta che prendere atto del fatto che l’essenza paradossale di stato a sovranità limitata si conferma. La sovranità limitata del Kosovo non è soltanto una faccenda geografica. Ha anche una natura istituzionale. La presenza di una missione civile dell’Ue (Eulex), di un contingente – sempre civile – dell’Onu (Unmik) e di una forza di pace Nato comprime gli spazi di manovra delle istituzioni kosovare. Queste missioni hanno la funzione di traghettare il paese verso una forma compiuta di statualità. Messa in altri termini, siamo davanti a una forma di protettorato, che durerà fin quando le istituzioni kosovare non si mostreranno sufficientemente mature.

Su questo fronte c’è molto che lascia a desiderare, però. I numerosi casi di corruzione e cattiva amministrazione della cosa pubblica, uniti alla collusione tra mafie e politica, non favoriscono il processo di responsabilizzazione della classe dirigente, peraltro investita dal ciclone che ha colpito il primo ministro Hashim Thaci. Costui, capo politico dell’Uck, la guerriglia che si sollevò in armi contro la Serbia nel 1998-1999, avrebbe diretto secondo il Consiglio d’Europa una cricca criminale dedita al tempo del conflitto a espiantare organi dalle vittime serbe e a rivenderli a peso d’oro sul mercato nero. Nulla è provato, ma i dubbi avanzati nella relazione finale dell’inchiesta sui traffici di organi in Kosovo presieduta dal politico svizzero Dick Marty incidono sulla credibilità di Thaci e dei tanti veterani dell’Uck che, smessa la mimetica, indossano oggi il doppiopetto.

A questo s’aggiunge l’irritazione occidentale per la scelta, non concordata, di mandare la polizia alla frontiera. Cosa che ha incrinato la fiducia, non proprio a prova di bomba, nei confronti di Thaci. Il quale dal canto suo – c’è da dire anche questo – inizia a essere stanco dell’immobilismo dell’Occidente, tutore dell’indipendenza kosovara, ma a corto di idee su come risolvere la faccenda delle istituzioni parallele serbe.

Europa o Kosovo? Il bivio serbo

Altro motivo di riflessione sdoganato dagli episodi alla frontiera: la posizione della Serbia sul Kosovo. Alle ultime presidenziali, tenutesi giusto alla vigilia dell’indipendenza di Pristina, Boris Tadic, che vinse quella tornata, si presentò sotto il motto “Europa e Kosovo”. Marciare verso l’Ue senza riconoscere il Kosovo e continuando a tenersi stretto il nord del paese è tuttavia un’operazione assai scivolosa. Belgrado, in questi ultimi anni, ha compiuto grandi passi in avanti sul piano dell’integrazione europea e la consegna recente dei criminali di guerra Ratko Mladic e Goran Hadzic ha visto crescere le sue quotazioni. I paesi comunitari, davanti all’impegno serbo, hanno deciso momentaneamente di stralciare la questione kosovara e di portare avanti il dialogo con Belgrado, che entro fine anno potrebbe ottenere il rango di stato ufficialmente candidato all’adesione. Ma è probabile che in futuro bisognerà ragionare, più che sul concetto di “Europa e Kosovo”, intorno a quello di “Europa o Kosovo”.

La recente visita del cancelliere tedesco Angela Merkel a Belgrado dà la sensazione che l’Ue prema in tal senso. Merkel avrebbe infatti chiesto a Tadic di normalizzare i rapporti con l’ex provincia. Considerato che il valore storico-culturale del Kosovo, cuore dell’impero serbo medievale e centro d’irradiazione della fede ortodossa serba, la scelta si presenta sofferta.

PS / In questi giorni, spirata la tregua temporanea, i serbi hanno nuovamente eretto le barricate alle dogane settentrionali del Kosovo. La situazione è nuovamente in pieno stallo e qualcuno inizia a domandarsi se non era meglio, prima di dare l’indipendenza al Kosovo, risolvere la questione di Mitrovica e del versante nord del piccolo stato a maggioranza albanese. Certo che era meglio. Porsi tali domande, adesso, non ha senso. L’unica cosa sensata è risolvere questa situazione. Ma come? Due le opzioni in campo: la partizione o l’internazionalizzazione di quei territori. Ma né agli uni né agli altri va bene. Allora, ancora, siamo sempre lì ai piedi dell’albero. A tenerci questa grana per chissà quanto tempo.

(Radio Europa Unita)