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Se il kosher divide

La Polonia vieta la macellazione kosher. Israele protesta vivamente. Il Vaticano segue con preoccupazione la vicenda. Intrigo alimentare-diplomatico a Varsavia. 

Cimitero ebraico a Varsavia (Archivio Rassegna Est)
Cimitero ebraico a Varsavia.
La Polonia sta riscoprendo le radici ebraiche (Archivio Rassegna Est)

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di Matteo Tacconi

Tra la Polonia e Israele è in corso, da mesi, una dura controversia culturale e diplomatica. A originarla è stato il divieto, imposto dalla Corte costituzionale polacca dal primo gennaio, all’uccisione dei capi da macello secondo il rituale kosher. Per gli alti togati questa pratica, tipica della cultura ebraica, è incompatibile con le leggi a tutela dei diritti degli animali. Ne consegue che la macellazione debba avvenire con il cosiddetto “stordimento”. La morte all’animale, in altre parole, va impartita solo dopo la perdita di coscienza.

La comunità ebraica polacca è insorta contro il provvedimento, giudicandolo scioccante, per dirla con il rabbino capo, Michael Schudrich, che ha prospettato persino le dimissioni, spiegando che in questo modo «si infrangono i diritti basilari delle comunità ebraica e musulmana» del paese. La Corte costituzionale, infatti, ha vietato anche la macellazione halal, prescritta dalle leggi islamiche e simile in tutto e per tutto a quella kosher.

Gli snodi critici del passato

Qualcuno ha inoltre ipotizzato che la decisione della Corte costituzionale sia sottesa da pregiudizi nei confronti degli ebrei. Il che ha inevitabilmente incanalato il discorso verso il tema, sempre molto sensibile, dell’Olocausto, prima del quale vivevano in Polonia più di tre milioni di ebrei (oggi sono all’incirca 20mila), con Varsavia che riscontrava la presenza della più grande comunità ebraica d’Europa. Sebbene lo sterminio degli ebrei sia stato programmato e realizzato dal Terzo Reich, che in Polonia edificò i lager più orrendi, Auschwitz in primo luogo, gli storici hanno più volte sottolineato che in alcuni casi, marginali ma nient’affatto trascurabili, la popolazione polacca si rese corresponsabile della persecuzione. L’esempio più clamoroso è quello di Jedwabne, località del nordest polacco, dove nel 1941 la popolazione locale si macchiò dell’uccisione di 340 ebrei. In occasione del sessantennale della strage, nel 2001, l’ex Presidente della Repubblica Alekander Kwasniewski condannò il crimine, definendolo lesivo del popolo ebraico e della dignità della Polonia.

A tutto questo va aggiunto il fatto che gli attacchi agli ebrei non mancarono neanche all’epoca del comunismo. A Kielce, nel 1946, le autorità orchestrarono un pogrom che portò alla morte di 40 persone. Mentre nel 1968 la crisi interna al regime fu risolta sdoganando il diversivo della cospirazione ebraica, circostanza che incendiò il paese di odio e costrinse 11mila ebrei a lasciare il paese nel giro di due anni.

La marcia indietro fallita di Tusk

Le contestazioni degli ebrei polacchi sulla questione del rito kosher sono state appoggiate da Israele, il cui ministero degli esteri ha giudicato il bando «inaccettabile», definendolo «un crudele colpo alle tradizioni religiose del popolo ebraico». Lo stato ebraico, facendo seguito alle riserve degli ebrei di Polonia, ha inoltre fatto sapere che l’affaire rischia di inceppare il processo di riscoperta delle radici ebraiche del paese slavo. In questi ultimi anni ha fatto segnare importanti passi in avanti. L’ultimo è la realizzazione del Museo sulla storia degli ebrei polacchi, inaugurato lo scorso agosto in occasione del settantesimo anniversario dell’insurrezione del ghetto del 1943. Gli ebrei di Varsavia, allora, imbracciarono coraggiosamente e disperatamente le armi contro i nazisti, venendo massacrati senza pietà.

Davanti alla pressione esercitata dalla comunità ebraica e da Israele il primo ministro di Varsavia, il centrista Donald Tusk, ha cercato di correre ai ripari con un decreto orientato a concedere delle deroghe – le stesse che esistono in altri paesi europei tra cui l’Italia e la Francia – volte a permettere la macellazione, a patto che la sofferenza delle bestie venga alleviata. Tusk, oltre a evitare lo scontro con Israele, ha voluto attutire anche le conseguenze economiche della sentenza della Corte costituzionale, che in pratica azzera le esportazioni di 90mila e 4mila tonnellate di carne halal e kosher all’anno, con un giro d’affari di oltre 300 milioni di euro. La macellazione avviene in una ventina di apposite strutture, che danno occupazione a 6mila persone. In ballo, insomma, ci sono soldi e posti di lavoro.

Il problema è che a luglio il Parlamento ha respinto il decreto dell’esecutivo, vanificando lo sforzo del primo ministro. Adesso l’ultima carta da giocare, un po’ paradossale, è quella del ricorso da inoltrare agli stessi giudici che hanno vietato i processi di macellazione ebraico e islamico. Il governo lo ha presentato nei giorni scorsi. Si vedrà come andrà a finire.

Le preoccupazioni del Vaticano

Intanto, notizia clamorosa, sembra che il Vaticano stia seguendo con estrema attenzione la vertenza. Il World Jewish Congress, i cui leader hanno incontrato Papa Francesco il 2 settembre, ha riferito che il pontefice avrebbe incaricato il cardinale Kurt Koch, presidente della commissione vaticana per le relazioni con le comunità ebraiche, di studiare nel dettaglio la situazione. Padre Federico Lombardi, responsabile della sala stampa vaticana, non ha confermato la notizia, riferendo tuttavia che Koch è stato sul pezzo.

Ma perché dai sacri palazzi ci si interesserebbe allo scontro scoppiato sulla carne kosher? La risposta potrebbe annidarsi a Jasienica, borgo di duemila anime alle porte di Varsavia. Lì, fino a qualche settimana fa, il culto cattolico era amministrato da Wojciech Lemanski. Il sacerdote però è stato rimosso dall’incarico dalla curia di Varsavia, dopo un durissimo attacco a un documento della stessa curia su questioni etiche, liquidate come retrograde. Ma non sarebbe questo il punto. Secondo una parte della stampa l’allontanamento del prete, rinomato battitore libero in vesti talari, dipenderebbe dalle divisioni che lacerano le gerarchie ecclesiastiche polacche in merito ai rapporti con la comunità ebraica e sulla storia novecentesca del paese. Il segmento conservatore della chiesa polacca ha sempre cercato di nasconderne sotto il tappeto gli snodi critici, manifestando ad esempio un profondo fastidio nel momento in cui lo storico polacco-americano Jan Gross, nel 2001, pubblicò una ricostruzione, cruda e precisa, del pogrom di Jedwabne. Vanno ricordate anche le bordate antisemite diffuse in diverse occasioni da Radio Maryja, fondata nel 1991 dal redentorista Tadeusz Rydzyk, alla testa di un network lucroso di media cattolici.

Di contro c’è una corrente della Chiesa dialogante, che vuole approfondire i rapporti con il culto ebraico e che non teme il confronto con il passato, né tanto meno con le responsabilità della maggioranza cattolica della popolazione verso la minoranza ebraica. Wojciech Lemanski fa parte di questo partito e qualcuno dice che sulla questione degli ebrei stava spingendosi troppo in là. Tempo fa ha piazzato due lapidi ebraiche, raccolte da un cimitero abbandonato, accanto all’altare della sua ex chiesa, attirando critiche copiose. Ha intenzione di convertirsi, ha gridato qualcuno. Ecco, forse il possibile interessamento del Vaticano sta nel timore che la tensione sulle carni kosher potrebbe avere ripercussioni sia sul dialogo tra cattolici ed ebrei polacchi, sia negli equilibri interni della Chiesa.

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