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Rivoluzione e divorzio: tutto di velluto

Dal crollo del regime comunista cecoslovacco fino al divorzio tra Praga e Bratislava. Intervista a Jiri Pehe, ex consigliere di Vaclav Havel.

Praga nei giorni della rivoluzione di velluto (Wikipedia)
Praga nei giorni della rivoluzione di velluto (Wikipedia)

di Matteo Tacconi
Scritto per Europa

Toccò, infine, anche alla Cecoslovacchia. Praga, ultima fra le nazioni dell’Est, si divincolò dalla morsa comunista tra il 17 novembre dell’89 e il 29 gennaio del ’90, con la “rivoluzione di velluto”, il breve e intenso periodo che va dall’inizio delle manifestazioni di massa contro il regime all’elezione di Vaclav Havel, la guida carismatica dei dissidenti, alla presidenza della repubblica. Elezione votata da un parlamento dove non c’era un solo deputato non comunista.

La svolta a Praga cominciò quasi per caso. Nel corso di quell’anno i sussulti anticomunisti s’erano contati sulle punte delle dita. Il regime, capitanato dal poco raccomandabile Gustav Husak, stalinista di ferro, aveva controllato la situazione agevolmente, sbarrando la strada alla dissidenza, chiudendo ogni varco, pestando chi s’azzardava a protestare. Ma davanti alla liberazione della Polonia e dell’Ungheria e al crollo del Muro anche le barricate erette dai comunisti cecoslovacchi vennero giù. Di colpo.

La prima possente spallata fu quella del 17 novembre, otto giorni dopo il cataclisma di Berlino. Quel giorno, a Praga, le giovani leve del partito e gli universitari celebravano la giornata internazionale dello studente. Successe che, spontaneamente, presero a dimostrare contro il regime, chiedendo il siluramento dei falchi e più tolleranza. La polizia caricò, come al solito. Ma i cecoslovacchi, quella volta, decisero di osare e invece che tornarsene a casa con la coda tra le gambe lanciarono la sfida al regime.

Nei giorni successivi fu un susseguirsi di mobilitazioni, marce, scioperi, appelli, comizi. Il partito, spiazzato da quell’insospettabile vitalità e conscio che l’onda libertaria non poteva più essere arginata, si ritirò unilateralmente dal potere. Lasciò tutto in mano a Vaclav Havel e agli altri rivoluzionari, che in un battibaleno si ritrovarono catapultati al vertice dello stato. Senza più i rossi tra i piedi, senza intese da contrarre o compromessi limitanti alla polacca.

La domanda è perché in Cecoslovacchia la rivoluzione iniziò così tardi, rispetto al resto dell’Est? La risposta ce la fornisce Jiri Pehe, antico consigliere di Vaclav Havel stimato analista politico e accademico, attualmente direttore della New York University di Praga. «La nostra lentezza – dice a Europa – è dipesa dall’epilogo della primavera di Praga. La fine della stagione riformista portò al potere un regime durissimo, autoritario, oppressivo, che perseguitò i dissidenti come gli elementi moderati del partito. Quando poi Gorbaciov lanciò la perestrojka, non solo la ignorò, ma la sabotò. Il quadro era deprimente e la gente, terrorizzata, aveva perso da tempo le speranze di cambiamento». Ma il cambiamento, abbiamo visto arrivò fulmineo.

La muraglia comunista si sbriciolò anche a Praga, facendo ricredere tutti coloro che, a Occidente, ritenevano che la Cecoslovacchia sarebbe rimasta l’unico puntino rosso sulla mappa geografica dell’Europa orientale. La tempistica – cioè il ritardo con cui la svolta maturò – non fu l’unica differenza tra l’89 cecoslovacco e quelli polacco e ungherese. Diversamente da Varsavia e Budapest, che fecero leva sulla tradizione gloriosa di Solidarnosc e sulle gesta valorose di Imre Nagy, a Praga il recupero delle lezioni del passato ebbe infatti un impatto minore.

La primavera di Praga, infatti, venne in un certo senso snobbata. I rivoluzionari di velluto erano consapevoli che quella era stata un’esperienza formidabile e coraggiosa, e nominando Alexander Dubcek presidente del parlamento ridiedero all’uomo che nel ’68 aveva provato a introdurre il socialismo dal volto umano quell’onore che Mosca gli aveva tolto. Ma sapevano anche, Havel e gli altri, che riscoprire fino in fondo la primavera di Praga avrebbe potuto inceppare la marcia verso la democrazia liberale.

Racconta Pehe: «Nell’89 la parte della dissidenza composta dagli ex riformisti che avevano sostenuto Dubcek, voleva che la Cecoslovacchia ripartisse dalla primavera di Praga e che sviluppasse una sorta di terza via, equidistante dagli orrori del comunismo e dagli eccessi del capitalismo. Ma alla fine vinse la fazione di Havel, formata da anticomunisti, che spinse l’acceleratore sulle riforme e diede al paese il profilo di una democrazia liberale, all’occidentale. Si optò insomma per ripartire dal futuro e non dal passato».

Havel, anche se si distanziò da Dubcek, cercò comunque di forgiare a Praga una democrazia diversa, non speculare a quelle europee e americana. «Havel, che era un intellettuale (in passato è stato un grande drammaturgo, ndr), portò in politica freschezza e novità, cercò di starsene alla larga dalla partitocrazia che andava formandosi e di stimolare la crescita della società civile e di una cittadinanza partecipata. Io credo che, malgrado la politica ceca sia oggi dominata dai partiti, l’esempio di Havel – ragiona Jiri Pehe – è stato salutare e ha fatto bene al tessuto sociale e civile della Repubblica ceca».
Già, la Repubblica ceca. La Repubblica ceca e la Slovacchia.

Una delle conseguenze dell’89 fu che le incomprensioni latenti tra le due componenti della Cecoslovacchia, che s’erano trascinate durante tutta l’era comunista, esplosero e portarono alla scissione del 1993. Oggi in molti dicono che si poteva fare di più per tenere insieme cechi e slovacchi. Ma per Pehe il divorzio fu inevitabile e inevitabile fu anche il modo in cui avvenne, senza consultare i cittadini, con una notifica piombata dall’alto e decisa nei palazzi. «La scissione non dipese solo dagli slovacchi che volevano un’autonomia ai limiti dell’indipendenza e dai cechi che non capivano le istanze espresse dai cugini. Dipese anche dal fatto che se si fosse tenuto un referendum popolare e se magari una sola delle due parti avesse votato contro la scissione, saremmo andati incontro a uno scenario quasi jugoslavo ». Oggi, comunque, Praga e Bratislava dialogano senza problemi, hanno accantonato le reciproche incomprensioni e cancellato il passato burrascoso. Il divorzio, insomma, è stato come la rivoluzione: di velluto.

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