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Je suis Jan Palach

Era il 16 gennaio 1969, quando uno studente di Praga si diede fuoco in Piazza San Venceslao, per protesta contro l'invasione sovietica.

Piazza Jan Palach, a Praga (Archivio Rassegna Est)
Piazza Jan Palach, a Praga (Archivio Rassegna Est)

di Pierluigi Mennitti

A gennaio fa sempre freddo dalle parti di Praga. L’umidità sale dalle anse della Moldava, si arrampica sulle pietre antiche dei ponti, abbraccia il vento gelido che scende dai monti boemi e forma una patina di brina sulle statue severe del Ponte Carlo. Qualche volta scende giù un nevischio bagnato, tanto per rendere ancora più sbiadita e magica l’immagine da cartolina del vecchio castello che dall’alto domina il centro storico. Non è neve bianca e candida, è proprio nevischio. Pesante, grigio, duro. Faceva freddo anche quel gennaio del 1969. Tempo da lupi. Tempo da rimanere al caldo sotto le coperte e al diavolo la rivoluzione, la speranza e la protesta. Tanto più che Praga è così bella anche quando è triste e quasi invita ad abbandonarsi malinconici a quel grigiore ovattato, all’umido che sale dal fiume e alla brina che si deposita sulle statue severe del Ponte Carlo.

Jan Palach, venti anni, però aveva una missione da svolgere e un patto da rispettare, stretto qualche sera prima con un cerchio di amici, magari romanticamente seduti attorno al tavolo di una birreria, una di quelle bettole della città vecchia dove, quando fuori tutto congiura, tempo e politica, ci si rifugia a bere la migliore birra del mondo, che notoriamente è proprio quella ceca: bionda, corposa, dal sapore robusto che riscalda il corpo e l’anima e i sogni perduti. Niente letto, dunque, e niente coperte quel giorno. Era il 16 gennaio di quarantasei anni fa, nel resto d’Europa fiammeggiavano le bandiere rosse della contestazione studentesca, contro il capitalismo, contro la borghesia, contro gli Stati Uniti d’America e la sua guerra in Vietnam. A Praga era già un bel po’ che non fiammeggiava più niente.

Jan Palach aveva una piazza da scalare, la piazza San Venceslao, ampia, rettangolare e tutta in salita per arrivare lì in cima dove troneggia il cavallo bronzeo su cui siede con lo sguardo fiero il duca e patrono di Boemia, appunto Venceslao, santo e pacifista.

La piazza San Venceslao è un immenso spiazzo aperto, quando ci arrivi fatichi a immaginartelo come una piazza. Sembra piuttosto un lungo boulevard, di quelli che potresti trovare nei grandi spazi di Parigi. Sale ripido dai viottoli della città vecchia, dalle parti dell’Università Carlo, fino all’incrocio di due grandi viali, il Vilsonova e il Mezibranska. A percorrerlo tutto, passi pure per due fermate della metropolitana, Mustek e Muzeum, tanto è lungo. Le auto scivolano lente su due carreggiate, una a salire l’altra a scendere, ai lati negozi di ogni genere, souvenir, librerie, edicole, gioiellerie, antiquari, gli immancabili fast food della nuova era, e poi i lussuosi grandi hotel, nei cui caffè al piano terra è transitata la moltitudine cosmopolita dei letterati che hanno fatto di Praga uno dei centri più vitali della cultura europea. Tra le due carreggiate un ampio spazio pedonale anche al centro, come sull’Unter den Linden di Berlino: mattonelle, aiuole, piante, panchine. E’ dolce la vita a San Venceslao, la piazza che sembra un boulevard.

Ma quel 16 gennaio di quarant’anni fa la dolcezza se n’era andata con i carri armati sovietici e la primavera di Praga era sfiorita in un autunno, e poi in un inverno, carico di terrore e rassegnazione. I sovietici avevano ad agosto forzato la mano e imboccato la via della restaurazione: la dottrina brezneviana della sovranità limitata aveva sbarrato la strada al socialismo dal volto umano, e con esso a qualsiasi ipotesi di riforma del comunismo. In più, la demolizione del sogno riformista venne affidata alle stesse mani che l’avevano costruita: fu l’umiliazione peggiore per un popolo che aveva mostrato coraggio e indipendenza e che aveva provato a sfidare il potere con le armi della gentilezza e dell’ironia. Il Dubcek che aveva incarnato la scommessa riformista fu costretto a guidare la marcia indietro, a smantellare le libertà acquisite, a ripristinare il grigiore passato. Indubbiamente, la dolcezza era svanita dalle parti di piazza San Venceslao, quel 16 gennaio.

Jan Palach percorse tutta la salita fino al basamento, appoggiò la borsa su una pietra, si tolse il cappotto e si cosparse il corpo di benzina. Quindi accese un cerino e diventò di fuoco. Il primo a soccorrerlo fu l’autista di un tram che in quegli istanti transitava sulla piazza. Si precipitò su Palach e gli gettò addosso il proprio cappotto. Riuscì a strapparlo alla morte ma solo per pochi giorni. Tre, tanto durò la sua agonia. Ricoverato nell’ospedale della capitale, nei rari momenti di lucidità s’informava sulla reazione al suo gesto. L’androne dell’ospedale, così come il luogo in cui si è dato fuoco, furono coperti di fiori e lumini. La notizia gli strappò gli ultimi sorrisi. Morì il 19 gennaio.

Fu l’ultimo scossone alla politica di restaurazione. I suoi funerali radunano quasi un milione di persone dietro il feretro, lungo il percorso e nella piazza San Venceslao. Il corteo fu aperto dalla banda degli ottoni di uno stabilimento industriale di Praga e dal corpo accademico vestito nelle toghe medievali. Era una giornata di pioggia e freddo. Dai palazzi vennero srotolati pesanti drappi neri. L’emozione era forte ma ancora una volta non scoppiò alcuna violenza. Nei mesi successivi, altri giovani si immolarono, emulando il sacrificio di Jan Palach. La catena era stata annunciata dallo stesso Palach, in una lettera trovatagli nella tasca del cappotto. Tra questi Jan Zajic, la cui immagine affianca oggi quella di Palach sulla piazza San Venceslao. Ma non successe nulla. La macchina del potere chiudeva inesorabilmente tutti gli spazi liberi rimasti. Ne fu vittima lo stesso Dubcek, depresso e ormai l’ombra del leader coraggioso e determinato che fu. Sparì anche lui nelle pieghe dei dimenticatoi dell’est.

Ma come arrivò Palach a diventare un simbolo di libertà? Nacque l’11 agosto 1948 a Melnik, una manciata di chilometri a nord di Praga proprio nell’anno in cui il partito comunista prese il potere in Cecoslovacchia. Perso il padre a soli tredici anni, si maturò nel locale liceo ginnasio nel 1966 con la speranza di iscriversi all’università. Nonostante un ottimo esame in filosofia, dovette attendere due anni prima di accedere agli studi universitari per il sovraffollamento delle iscrizioni. Si iscrisse proprio nel 1968, l’anno della Primavera di Praga. E’ qui che partecipò ai movimenti studenteschi che, assieme a quelli degli operai delle fabbriche, rappresentarono il nerbo della rivolta praghese. Visse la speranza delle riforme e la delusione e la rabbia per l’intervento dei carri armati del Patto di Varsavia, la notte fra il 20 e il 21 agosto. Aveva compiuto vent’anni da poco più di una settimana.

In autunno, alla ripresa dei corsi, l’Università Carlo entrò in sciopero ma nei mesi successivi le vicende politiche imboccarono la via della restaurazione. Fu in questo clima di disincanto che Jan Palach maturò, assieme a un gruppo di amici, l’idea di dare una scossa ai suoi concittadini e agli studenti, affinché riprendessero a lottare per gli ideali traditi. Le fiamme di Palach e dei suoi amici (si contarono ancora quattro suicidi) non riscaldarono più la primavera del Sessantotto praghese ma furono le stelle comete che i cecoslovacchi seguirono fino alla rivoluzione del 1989.

Un peccato davvero che oggi il ricordo affievolisca nel suo stesso paese, ormai diviso tra Praga e Bratislava e forse incapace di alimentare il presente con la lezione del passato. Già sedici anni fa, in occasione del trentennale della morte, un sondaggio fra gli studenti di Praga rivelò che la maggioranza di essi considerava il gesto di Palach il triste simbolo di un sogno infranto e un gesto avventato e inutile. Giudizio che risente del tempo che passa, dell'affermarsi di nuove generazioni prese da problemi diversi e baciate dalla fortuna di non doversi trasformare in eroi.

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