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EAST SIDE BISTRO, IL MARE DEI SOLDATI E DELLE SPOSE

“Le vele hanno il colore delle arance sanguigne sui vascelli di Don Emanuele. In ogni porto del Mediterraneo o sui banchi di pesca, accanto alle vele bianche, annunciano l’orgogliosa presenza del padrone. ... sorride Don Emanuele, non sono un simbolo arrogante, bensì un’ammissione di ragionevole prudenza. Preferisce governare sull’isola dimenticata di Lampedusa, base della sua flotta per la pesca delle spugne, piuttosto che vivere tra i suoi pari, nella Palermo splendida e decadente dei Florio.”

Pochi anni dopo l’Unità d’Italia, l’isola di fronte all’Africa, crocevia del Mediterraneo tra genti e culture, può essere scambiata per un paradiso dal piccolo Antonio, figlio del maestro elementare che fa lezione solo nei giorni di burrasca. Sarà per amore di Rosa, la figlia del re delle spugne, che Antonio, diventato uomo, lascerà Lampedusa per approdare dall’altra parte del mare, a Tripoli, dove il Banco di Roma prepara la conquista della Libia voluta da Giolitti. Qui, nel “bel suol d’amore”, il giovane si troverà coinvolto in sanguinose battaglie e intrighi di potere, tra personaggi affascinanti e crudeli, passioni giovanili e ideali infranti. Sullo sfondo, le meravigliose città romane di Leptis Magna, Sabratha, Cirene, dove il tempo sembra essersi fermato, cristallizzato dalla sabbia del deserto. Ma quando poi Mussolini inizierà la sua salita al potere, Antonio capirà l’insensatezza della guerra coloniale e, compiendo la sua personale rivolta contro i fascisti, tornerà nell’isola della sua infanzia per stabilire se la sua vita si concluda con una vittoria o una sconfitta.

Dal sito dell'editore

Roberto Giardina

Il mare dei soldati e delle spose

Bompiani, 350 pagine, 13,50 Euro

 

Roberto Giardina, palermitano, vive a Berlino dove è corrispondente del Gruppo Monti (“La Nazione”, “Il Resto del Carlino”, “Il Giorno”) per la Germania e l’Europa dell’Est.

Sulla Libia si é soffermato anche in un recente articolo su Altrenotizie che ripubblichiamo:

 

A Tripoli stanno bombardando la casa dove nacque mia madre. A Bengasi, stanno bombardando la casa dove abitò, e il Teatro Comunale dove da ragazzina andava al cinema con i fratelli. Le “pizze” arrivavano ogni settimana con il postale da Palermo. I profughi sbarcano a Lampedusa, dove andavo in vacanza da ragazzo quando in Italia neanche sapevano che esistesse. Il mio bisnonno fu il primo maestro elementare dell´isola. Vinse il concorso a 17 anni, e lo mandarono nel luogo più disagiato della nazione unificata da poco.

Pensava di restarci una sola stagione, vi rimase tutta la vita perché scoprì che era uno dei re dell'isola, insieme con il prete, il maresciallo e il dottore. Ma che destino attende il figlio del maestro elementare di un posto dimenticato? Così suo figlio, mio nonno, finì in Libia, e lì nacquero i suoi figli. E´ una cronaca familiare, ma comune a migliaia di famiglie,soprattutto meridionali. E, a suo modo, una cronaca che fa parte della storia d´Italia, che dovremmo ricordare, mentre siamo tornati a bombardare la nostra ex colonia.

Le storie di Tripoli e di Bengasi, della vita quotidiana degli italiani su quella che era definita la quarta sponda, e la guerriglia con i ribelli libici, me le raccontava mia madre (che oggi ha 93 anni) quando ero bambino. Lei e i fratelli stavano dalla parte dei ribelli, il che potrebbe sembrare strano. Forse perché mio nonno che era siciliano, anzi lampedusano, era un tipo particolare. Divenne il capo delle dogane della Cirenaica e pretendeva di far pagare le tasse ai gerarchi fascisti, anche al governatore Graziani. Così, per toglierselo dai piedi, lo promossero e lo mandarono a Venezia. Lui, offeso, preferì tornare nella sua isola.

Mia madre mi raccontava di Omar el Muktar, il capo della guerriglia, che impiccammo dopo un processo farsa, e di altre cose ancora. Di Graziani che, quando tornava a casa dal palazzo del governo, si lasciava precedere da quattro zaptiè a cavallo, i nostri soldati di colore, che a colpi di staffile cacciavano tutti dalla strada. Il governatore non doveva essere infastidito dalla vista di coloro che lui governava. E di come lei, al ritorno da scuola, continuava a camminare sul marciapiede nonostante sentisse la macchina scoperta di Graziani avvicinarsi lentamente. Per una bambina, una grande sfida.

Tutti gli orrori del XX secolo li abbiamo compiuti noi per primi in Libia. Sia pure a livello - come dire? - amatoriale. Il primo aereo, un Blériot, usato in guerra, lo abbiamo fatto volare noi sulle oasi. Il pilota gettava le bombe incendiare con la mano, sporgendosi dalla carlinga. Poi verrà il napalm in Vietnam. Per anni si discusse se prenderci la Libia occupata dai Turchi. Quando infine fu deciso lo sbarco, l´esercito era ancora a Napoli, disorganizzato. Conquistammo Tripoli bel suol d´amore, come inneggia la canzone, che non è male. Ma poi continua “sarai italiana al rombo del cannone”. Si canta uno stupro.

Tutti conoscono Adua, chi ha sentito parlare di Sciara Sciat? Dopo lo sbarco, una sottile linea di nostri militari protegge Tripoli su un arco di quattro km. All'estremità orientale, sul mare, l'oasi di Siara Sciat è presidiata da 400 uomini dell´81simo bersaglieri. Il 23 ottobre, i cavalieri turchi fingono un attacco frontale, e si ritirano. Improvvisamente, alle spalle insorgono gli abitanti dell'oasi. I 400 bersaglieri vengono massacrati, senza che il nostro comando osi intervenire. La rappresaglia è feroce: nei giorni seguenti uccidiamo quattromila libici, anche donne e anziani.

Basta avere il burnus macchiato di sangue, o un fucile in casa (ma tutti sono cacciatori), per venire fucilati o impiccati. Secondo noi gli arabi erano dei traditori. Non eravamo venuti a liberarli dai turchi? Non troverete nulla sui nostri giornali dell´epoca. Ne riferisce solo l'inviato dell'Avanti, che viene malmenato dai colleghi e espulso insieme con gli inviati stranieri. Abbiamo eretto il primo “muro”, 300 km. di filo spinato alto tre metri tra la Libia e l´Egitto. E abbiamo creato il primo Lager: vi abbiamo trasferito in massa gli abitanti degli altopiani della Cirenaica per togliere ogni aiuto a Omar el Muktar. In 40mila morirono nella marcia verso la costa: chi rimaneva indietro veniva abbattuto. Ma siamo sempre “italiani brava gente”. Potete trovare queste storie nei libri di Angelo Del Boca, che è stato il mio unico maestro di giornalismo. Ma quanti li hanno letti? Dovrebbero essere libri di testo obbligatori nelle nostre scuole.

Ho impiegato anni per trovare la chiave adatta a scrivere un romanzo su queste vicende (“Il mare dei soldati e delle spose”, uscito a settembre da Bompiani ndr). Una doppia trappola: una storia familiare e un romanzo coloniale. Se ci metti una palma e un cammello è kitsch, ma se non le metti non c´è atmosfera. E dai ricordi dei parenti devi prendere le distanze. Per vedere i luoghi di mia madre, andai in Libia, da turista. Altrimenti avrei dovuto attendere il visto per mesi. Ma era il settembre del 2001, esattamente due settimane dopo l´attentato alle Twin Towers a New York. Gli altri cominciarono a disdire, temetti che il viaggio venisse annullato. Alla fine ci ritrovammo in tre. E fu egoisticamente un viaggio splendido, in una Libia deserta e le sue antiche città romane, Leptis Magna, Sabratha, Cirene. Riemerse dalla sabbia, intatte. Il fascismo favori il lavoro degli archeologi per provare con le rovine che “quella terra era cosa nostra”.

Al museo di Tripoli ho visto la Venere di Leptis Magna, esposta accanto al maggiolino VW celeste con cui, nel ´69, il colonnello Gheddafi andava a trovare i colleghi per preparare il golpe. Mussolini la regalò a Goering, che amava le opere d´arte. Goering se la portò nella sua villa di Karinhall, a 80 km. a nord di Berlino, a un´ora da dove abito. Nel febbraio del ´45, l´Armata Rossa bombardò la residenza, la statua finì nel fango del lago. I tedeschi, persino in quei frangenti, la salvarono, la portarono al Bode Museum. Dopo la separazione, la Venere si trovò a Berlino Est.

Nel ´90, con la riunificazione, i tedeschi fecero un inventario: la statua non apparteneva alla Germania perché era un dono personale di Benito a Hermann. La restituirono all´Italia. Anche noi dovemmo ammettere che non ci apparteneva, e nel pieno dell´embargo americano contro la Libia, che allora era uno “stato criminale”, la riportammo a Tripoli. I libici lo considerarono un atto di grande amicizia. E´ una storia emblematica del Mediterraneo e della nostra Europa, dalle sabbie libiche alle paludi prussiane, da Berlino a Roma. Chissà se la Venere scamperà alle nuove bombe nostre.

Naturalmente la mia guida, un ragazzo che parlava inglese, francese, tedesco e italiano, comprese che io ero giornalista. Fu discreto. Gli chiesi se era possibile trovare il film “Il Leone del Deserto”, che racconta di Omar el Muktar e dei suoi ribelli. Gheddafi lo finanziò nel 1981. Da noi, la censura ufficiosa lo vietò, senza eccessive proteste, mentre ancora ci sdegnavamo perché i francesi non avevano gradito “La battaglia di Algeri”, di Pontecorvo. “Sì, mi disse l´amico libico, ma poi la vediamo insieme”.

Così avvenne, nell´unico hotel di Gadames, alle porte del Sahara. Lui, io e 18 inservienti dell'albergo, che era vuoto. Per la prima volta mi ritrovai come i tedeschi quando vedono un film sul nazismo. Il cattivo ero io. Ma il film di Moustapha Akkad è obiettivo. Ci sono italiani buoni e italiani cattivi. Un´opera spettacolare dallo stile hollywoodiano, con Anthomy Quinn nel ruolo di Omar, Rod Steiger come Mussolini, Sky Dumont nei panni di Amedeo d´Aosta. E Oliver Reed nella parte di quel Rodolfo Graziani, che mia madre detestava.

Anche il processo a Omar è descritto con precisione. Il capitano Roberto Lontano fu incaricato di difendere d´ufficio il capo dei ribelli. E lui sostenne che andava applicato il diritto di guerra, era un prigioniero, e non un traditore. Lo difese troppo bene, e perse: Omar finì sulla forca, e Graziani inflisse dieci giorni di cella di rigore al capitano Lontano, che si rovinò la carriera. Probabilmente a lui non importava.

Quando è venuto l´ultima volta a Roma, il Rais ha voluto invitare anche i parenti di Roberto Lontano. E´ stata giudicata l´ennesima stramberia di Gheddafi, come quella di pretendere le isole Tremiti, dove vennero deportati e lasciati morire i libici contrari alla nostra occupazione, o la richiesta di ricostruire la strada costiera da Tripoli a Bengasi, la Balbia, voluta da Italo Balbo, il governatore che sognava di trasformare Tripoli nella Cannes della quarta sponda.

Grazie a Lontano non mi vergognai in quella notte a Gadames. Meriterebbe che gli venisse dedicata almeno una strada. Mi chiedo che fine abbia fatto la mia guida, che amava la musica americana e detestava gli Stati Uniti. Il suo italiano era perfetto, e mi chiedeva: quanti di voi europei parlano arabo? Eppure siamo vicini di casa. Mia madre non ha più potuto rivedere il posto dove nacque. Mi raccontava che al Liceo Scientifico di Bengasi studiava l´arabo, ma un arabo che nessuna delle sue amichette libiche riusciva a comprendere. Un arabo antico, come il latino. Forse anche per questo non riusciamo a comprendere quanto avviene a pochi km, al di là del mare di Lampedusa.