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EMOMALII RAHMON, IL GATTOPARDO DI DUSHANBE

È uno dei più giovani, ma anche dei più longevi. Emomalii Rahmon, coetaneo di Vladimir Putin, non ha nemmeno 60 anni (li farà il prossimo anno), ma è in carica dal 1994, l’ultima volta è stato rieletto nel 2006 per altri sette anni. Nel 2013 si vedrà. Già al vertice del Soviet supremo tagiko nel 1992 è diventato capo di Stato a 42 anni, quando ancora al Cremlino c’era Boris Eltsin e Putin faceva il vicesindaco a Pietroburgo (guarda la photogallery del Tagikistan). Rahmon, li ha visti passare insomma tutti, da Mikhail Gorbaciov a Dimitri Medvedev, e lui è ancora lì anche un po’ perché chi comanda a Mosca preferisce che a Dushanbe il castello di carte non si smuova troppo.

Il Tagikistan è infatti una di quelle pedine del puzzle centroasiatico, come il vicino Kirghizistan da anni sull’orlo del collasso. La guerra civile del 1992-1997 ha devastato il Paese e pesa ancora come un macigno sullo sviluppo che, appunto, non esiste. Il prodotto interno lordo pro capite è di circa 2 mila dollari all’anno, posizione numero 189 al mondo, dopo il Tagikistan insomma c’è solo l’abisso africano. Qui non ci sono né gas né petrolio, non si incrociano pipeline. Senza gli aiuti dall’estero, non solo dalla Russia e dagli Usa, ma da un po’ tutte le organizzazioni internazionali, Dushanbe sarebbe ancora più a fondo. Tutto stagna. E Rahmon non può fare e non fa più di tanto. Il presidente e la sua famiglia controllano di fatto l’economia di tutto il Paese e sono più preoccupati delle loro tasche che di quelle stravuote dei 7 milioni e mezzo di tagiki. Quel poco che c’è se lo tengono stretto e non vogliono dividerlo con chicchessia.

Parola anche di Wikileaks. Il cable dell’ambasciata americana dalla capitale può essere riassunto così: «Il presidente preferisce controllare il 90% di una torta da dieci dollari, che il 30% di una da 100». È l’economia spicciola dell’ex Urss, un principio che viene applicato con qualche variante un po’ dappertutto nelle vecchie Repubbliche sovietiche. Autoritarismo e corruzione non sono però elementi che al di là delle montagne tagike creano problemi o imbarazzi, le questioni che interessano Mosca e Washington sono altre.

Sempre dai dispacci statunitensi si capisce quello che preme alla Casa Bianca e cioè in primo luogo la stabilità sul confine settentrionale dell’Afghanistan e l’appoggio logistico (diritti di volo e di transito) per le truppe Usa a Kabul. Rahman garantisce tutto questo e, per ora, è sufficiente anche se nel medio termine il ruolo di Dushanbe - hanno detto ancora gli americani - potrebbe essere più attivo, a condizione di superare i problemi politici ed economici che ne bloccano lo sviluppo: la povertà, le cattive relazioni con l'Uzbekistan, la corruzione intensa, le strutture e l’economia di epoca sovietica, il sistema politico non democratico, l'insicurezza alimentare cronica e la dipendenza dal lavoro migrante in Russia.

Sono un po’ la stessa storia e la stessa strategia che si vedono nelle altre repubbliche centroasiatiche e caucasiche e che gli Stati Uniti hanno adottato anche in altre parti del mondo. Preoccupandosi dei loro interessi strategici scendendo a compromessi con dittatori locali. Altro che democracy promotion: Rahmnon non è uno stinco di santo, ma va bene sino a che il pentolone non esplode. Con il particolare che quello tagiko lo ha già fatto una volta. Anche se l’eco del botto arrivata in Occidente si spense in fretta: forse perché internet e i social media, all’inizio degli Anni '90 non esistevano ancora.

Ora le cose sono però diverse e mentre il Medio Oriente si infiamma e prende a calci nel didietro i vecchi despoti, l’Islam centroasiatico è ancora quieto. Ma fino a quando? Il Grande Gioco vive una sua, breve, pausa, ma è una tregua che rischia di essere veramente la quiete prima della tempesta.
Soprattutto il Tagikistan di Rahmon, che nel 2007 ha derussificato il proprio nome Emomalii Sharifovich Rahmonov nella più sobria variante islamica, politically correct in un Paese, a stragrande maggioranza musulmana sunnita, che ha già vissuto l’orrore della guerra tra fratelli, un conflitto tra comunisti, riformisti e fondamentalisti islamici, ma anche e soprattutto tra clan: una guerra scoppiata all'indomani della caduta dell'Urss tra il Partito islamico di Rinascita di opposizione e il partito democratico che, sconfinando in pulizia etnica, causò decine di migliaia di morti e costrinse almeno 1 milione di tagiki a espatriare. La pace del 1997 ha messo nel congelatore gli spiriti irrequieti. Da queste parti basta però una scintilla, innescata ad hoc, magari dall’esterno per scatenare di nuovo il caos e far traballare davvero lo scranno di Emomalii.

(Pubblicato su Lettera 43)