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IL DISINCANTO DEI PRAGHESI

Il candidato più amato e raccontato all'estero, il professore tatuato Vladimir Franz, difficilmente diventerà presidente della Repubblica Ceca. Il suo corpo, ricoperto al 90% da artistiche cesellature cromatiche, è stato esposto al voyeurismo dei lettori per rilanciare la suggestione dei vicoli magici di Praga, dei suoi misteri gotici, dei fantasmi letterari nascosti dietro i suoi portoni barocchi o nelle brume che avvolgono all'alba il Ponte Carlo e le rive della Moldava. Immagini da cartolina, propagate dall'ultima propaggine dei bohemien americani piovuti a Praga dopo la fine del comunismo e inseguite dalle migliaia di turisti che, anche in questo gennaio insolitamente mite, hanno invaso la città che fu di Franz Kafka e Jaroslav Hasek, Bohumil Harabal e Vaclav Havel. Ma che hanno poco a che fare con la più prosaica vita quotidiana dei cechi.

L'11 e il 12 gennaio questi cittadini si trasformano in elettori, per scegliere il nuovo presidente della Repubblica per la prima volta direttamente e, coincidenza della storia, suggellare così il ventennale della separazione (ovviamente di velluto) con la Slovacchia. In venti anni, l'equilibrismo dei partiti ha consegnato ai cechi solo due presidenti, uniti dallo stesso nome ma diversissimi per stile e idee: Vaclav Havel e Vaclav Klaus. Umanista ed europeista il primo, liberista ed eurodissidente il secondo. Ora tocca al popolo, come raccontano i giornali di qui con qualche enfasi, prendersi la responsabilità di eleggere l'uomo che dovrà rappresentarli per i prossimi cinque anni al Castello. Il presidente ceco ha un ruolo simbolico non troppo diverso da quello italiano, ma la bellezza degli stucchi del Castello sul colle Hradschin e la vista mozzafiato sulla città vecchia e sulla Moldava rendono l'esperienza più che piacevole.

Ma come sempre accade quando la competizione stringe e arriva al dunque, dei nove candidati che hanno agitato la scena elettorale, solo due dovrebbero avere i numeri per tagliare il traguardo: Jan Fischer, il tecnocrate che nel 2009 fu chiamato a salvare il Paese e sostituire quel Mirek Topolanek disperso con il membro penzolante ai bordi della piscina berlusconiana di Villa Certosa e Milos Zeman, un ronzino di ritorno, capo del governo socialdemocratico a cavallo degli anni Duemila e oggi leader del Partito dei diritti civili. Gli ultimi sondaggi premiano quest'ultimo, almeno al primo turno. Gli altri si sono persi per strada, anche se alcuni hanno fatto una buona campagna: Tana Fischerova, l'ecologista innamorata dell'Europa, il senatore socialdemocratico Jiri Dienstbier, l'esponente del principale partito conservatore di governo Premysl Sobotka, il ministro degli Esteri Karel Schwazenberg, la democristiana Zuzana Roithova, la parlamentare europea Jana Bobosikova e, naturalmente, il tatuato Franz, che pure è dato al terzo posto e ha sfondato fra studenti e giovanissimi, interpretando il sentimento di ribellione verso un mondo politico che ha smarrito per strada la lezione principale di Vaclav Havel: senza etica e morale la gestione della cosa pubblica è destinata a corrompersi.

Il dibattito politico nell'ultima settimana non è stato dominato dalle speculazioni sulla fantasia al potere e, a dirla tutta, neppure da quel che il nuovo presidente potrebbe fare per accompagnare il Paese fuori dalla recessione e restituire alla politica la dignità necessaria. Polemiche, invettive e rabbia si sono concentrate sull'ultimo atto di Klaus prima di lasciare la scena: un'amnistia per i condannati a meno di un anno di galera per reati non gravi e per coloro in attesa di giudizio da più di otto anni. Un atto per celebrare il ventennale della fine della Cecoslovacchia. Dei 23 mila detenuti nelle patrie galere, 6 mila sono ora a piede libero e altre migliaia sotto processo non devono più temere il giudizio dei giudici né le lungaggini della magistratura. I cittadini sono infuriati, la stampa insegue i mattinali della polizia che rapportano 70 casi di nuovi delitti nel frattempo compiuti dagli scarcerati (c'è anche un omicidio), i partiti del governo di centrodestra litigano fra di loro, il premier Petr Necas difende il presidente e i candidati alla successione ne prendono più o meno apertamente le distanze. Centomila persone hanno firmato una petizione contro l'amnistia, un'analoga iniziativa su Facebook ha raccolto in poco tempo 350 mila adesioni.

Sarà anche per questo che i candidati più accreditati non appartengono all'establishment politico. Non Zeman, abile populista che dopo la sconfitta nel 2003 si ritirò nella sua dacia nel sud della Boemia per commentare con sarcasmo gli eventi politici di Praga: con lui la Repubblica Ceca aveva almeno vissuto un poderoso boom economico. Non Fischer, tecnocrate senza partito, sbiadito e immerso in cifre e grafici, che nell'ultimo confronto televisivo ha mostrato un'improbabile anima passionaria: ma nel 2009 è riuscito davvero a togliere più di qualche castagna dal fuoco ceco. Di sicuro non Franz, intriso di teatro e musica, lettere e pittura: il più outsider di tutti che, se non andasse al ballottaggio, potrebbe risultare determinante nella corsa finale, ammesso che voglia sporcarsi le mani con i giochi della politica.

Su una cosa Franz ha ragione: il sistema ceco più o meno funziona, la struttura c'è ed è solida, quel che è saltata è la morale. Il mai rimpianto Topolanek dovette fare le valige nel mezzo della prima presidenza ceca di un semestre europeo, uno smacco internazionale. Le maggioranze politiche ballano da anni lungo un arco parlamentare instabile, producendo governi deboli basati sul trasformismo. Dal 2010 ben sei ministri hanno dovuto prendere cappello per accuse di corruzione. Non passa settimana che un nuovo scandalo politico non venga alla luce: giusto pochi giorni fa un procuratore ha sporto denuncia contro il premier attuale Necas, sospettato di aver corrotto tre parlamentari.

L'economia è in sofferenza, anche qui a causa della crisi europea che ha contratto le esportazioni e delle politiche di austerity messe in campo per riequilibrare i conti pubblici. La Germania è più vicina e lo spirito protestante del rigore ha soffiato senza incontrare troppi ostacoli. Il termine recessione non è più tabù e, sepolte le stime ottimistiche di una crescita modesta dello 0,4%, la Reiffeisenbank ha stimato per il 2012 appena concluso un calo dell'1,2%. C'è tutto il corollario della spirale al ribasso: disoccupazione salita al 9,4%, consumi crollati tanto che, secondo gli esperti, la ripresa non si farà sentire che alla fine del 2013. Restano ancora da mettere in atto riforme dolorose, come quella delle pensioni e dei meccanismi di spesa sociale: gli effetti dell'austerity si faranno sentire anche nei prossimi dodici mesi e la promessa di una ripresa è stata procrastinata al 2014.

Ma i fondamentali restano solidi: «La prova più evidente è nello spread a 40 punti tra le rendite a 10 anni dei titoli pubblici cechi rispetto a quelli tedeschi», ha spiegato Martin Lobotka, economista della Ceska Sporitelna, «e in più la nostra struttura economica, piccola e molto aperta verso l'estero, è molto poco influenzabile dalla politica». Una fortuna, visto lo stato della politica. Comunque vada a finire, il voto sarà un segnale di sfiducia nei confronti della classe dirigente, forte e chiaro come quello che nelle amministrative di ottobre ha sorprendentemente premiato i comunisti nelle terre della primavera di Praga.

(Pubblicato su Lettera43)