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TRA CROLLI E PROTESTE, I DILEMMI DEL CREMLINO

A sintetizzare bene la domenica nera di Russia Unita e del tandem Vladimir Putin-Dmitri Medvedev è stata Irina Khakamada, vice presidente della Duma due legislature or sono e una delle poche voci femminili liberali della politica russa: “Queste elezioni hanno dimostrato che le autorità e il partito di governo hanno chiaramente capito che se cercano di gonfiare i loro risultati, avranno l’effetto opposto, perdendo la fiducia della popolazione”.

Nonostante il partito del Cremlino abbia potuto conservare infatti la maggioranza assoluta in Parlamento (238 seggi su 450) il calo è stato pesante ed è tutto ascrivibile alla coppia al vertice, che con la strategia dell’immobilismo e della manipolazione è riuscita a combinare solo un disastro in casa propria perdendo 13 milioni di voti. In realtà non si tratta però di guai troppo seri, dato che la nuova Duma rimane sostanzialmente invariata, con gli stessi quattro partiti presenti nell’ultima legislatura che per i prossimi cinque anni hanno ottenuto conferma. Nessuna novità, sempre le stesse facce.

L’unica differenza è quella delle proporzioni, con i banchi riservati a Russia Unita che saranno di meno (erano 315) e quelli dell’opposizione comunista e nazionalista che hanno guadagnato più spazio. Gennady Zyuganov e Vladimir Zhirinovski, gli storici oppositori di qualsiasi regime sin dai tempi di Boris Eltsin che talvolta si trasformano in compagni di merende nell’arena parlamentare, hanno catalizzato insieme quasi un terzo dei voti, raccogliendo i consensi dello zoccolo duro nostalgico e populista e della protesta anti-sistema. Il fatto che entrambi i partiti, Kprf e Lpdr, abbiano praticamente raddoppiato il bottino – al pari del quarto partito che si è riconfermato alla Duma, Russia Giusta di Sergei Mironov – la dice lunga sulla credibilità dell’opposizione liberale, che con Yabloko ha raggranellato poco più del 3%, vale a dire poco più di due milioni di voti, e il fantasma di Giusta Causa che dopo la toccata e fuga dell’oligarca Mikhail Prokhorov si è fermata allo 0,6% con meno di 400mila voti.

La debolezza cronica di questi partiti a cui è stata concessa la partecipazione alle elezioni (altri, come Parnas, non hanno nemmeno avuto la possibilità di concorrere) è dovuta solo in parte allo strapotere di Russia Unita e alla sproporzione di risorse a disposizione (economiche e mediatiche) e si deve imputare anche all’impatto pressoché nullo di personaggi come Grigori Yavlisnki, Boris Nemtsov o Garry Kasparov sull’elettore medio russo. Certi nomi vengono direttamente collegati con il difficile periodo eltsiniano, quando le riforme cosiddette liberali e la politica fagocitata dall’oligarchia portarono il Paese al collasso.

A tre lustri di distanza è difficile riciclarsi come salvatori della Patria, trucco che riesce solitamente ai più scaltri di loro di fronte ai microfoni dei media occidentali. Il 40% degli elettori che è rimasto a casa e si è rifiutato di rispondere all’appello di Russia Unita per un altro referendum pilotato a favore del Cremlino rappresenta invero il primo partito della nazione, quello che rifugge dalla politica, non apprezza il regime attuale e ancor meno si sogna di sostenere un’opposizione parlamentare o extraparlamentare sgangherata e senza idee il cui unico collante è l’antiputinismo a priori. Le parole della Khakamada sono impietose proprio perché colgono nel segno: la volontà di potere del Cremlino e il ricorso ai mezzi sporchi, che in fondo si poteva evitare vista l’inconsistenza degli avversari, si sono trasformati in un boomerang.

Il sistema russo, lontano dalle democrazie occidentali, ma non per questo una dittatura, ha dimostrato che gli elettori hanno ancora la possibilità di mandare chiari segnali a chi comanda: la gestione putiniana sta cominciando a suscitare tra la sempre più ampia classe media che è cresciuta e si è sviluppata proprio sotto la stella di Vladimir Vladimirovich una certa insofferenza. Dopo il periodo della ripresa e della stabilizzazione quella parte di russi che hanno puntato lo scorso decennio sul presidente-zar è perplessa dagli accenni d’involuzione e stagnazione che potrebbero preludere a tempi peggiori e alla perdita di privilegi acquisiti. La crisi economica internazionale che ha toccato anche la Russia non è il miglior trampolino di lancio per le riforme strutturali da tempo promesse, ma che non hanno ancora trovato realizzazione. La guerra contro la corruzione, nonostante i proclami, è stata combattuta con mezzi cosmetici, quando era necessaria l’artiglieria pesante. Se a questo si aggiunge la farsa della staffetta tra Cremlino e Casa Bianca tra i due pedalatori del tandem, non ci si deve stupire che i russi abbiano bastonato Putin&Co. alle urne l’altro ieri.

Resta da vedere ora come si comporteranno gli uni e gli altri in vista del prossimo appuntamento elettorale, le presidenziali di marzo. La vittoria di Putin è scontata vista l’assenza di rivali seri, non sarà però un plebiscito. La vera sfida comincerà quando Vladimir Vladimirovich rientrerà nelle stanze del potere sulla Piazza Rossa e dovrà decidere se dare al suo sistema una connotazione riformatrice o scegliere il disgraziato modello brezneviano.

(Il Riformista)