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GUERRA IN LIBIA, LA VIA TURCA

Come Ankara ha gestito la crisi libica, adottando una terza via nella quale si è gradualmente ritagliata un ruolo strategico tra le parti in causa, salvaguardando i propri interessi nella regione mediterranea.

Giuseppe Mancini/ Istanbul Avrupa

Prudenza e tenacia: è la linea diplomatica scelta dalla Turchia per affrontare la crisi libica comincia a dare i suoi frutti. Da principio, Ankara si è opposta – anche con intransigenza retorica da parte del primo ministro Erdogan – alle sanzioni contro il regime di Gheddafi e alla no-fly zone decisa dal Consiglio di sicurezza dell’Onu: ha agitato lo spettro di un nuovo Iraq, ha paventato un neo-colonialismo occidentale dalle ambizioni petrolifere, ha denunciato l’irresponsabile grilletto facile di Sarkozy. Al tempo stesso, ha cercato di proteggere al meglio i propri interessi commerciali e le migliaia di turchi impegnati in progetti infrastrutturali in Libia, rimpatriandoli con una perfetta operazione di recupero; ha inviato, insieme agli Emirati arabi, i primi soccorsi umanitari alla popolazione di Bengasi – farmaci, cibo, medici. Unica via d’uscita accettabile, quella politica.

Ha pagato la sua contrarietà all’intervento militare con l’esclusione dal vertice di Parigi del 19 marzo, proprio mentre tentava una prima mediazione tra le parti; dopo i primi raid ha scelto con decisione lungimirante di diventare protagonista, sfruttando la sua membership nella Nato. Infatti, ha insistito – spalleggiata dagli Usa – affinché fosse l’Alleanza atlantica ad assumere il comando e il controllo di tutte le operazioni militari per l’imposizione dell’embargo di forniture militari, per il mantenimento della zona di interdizione aerea, per la protezione dei civili come deciso dalla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La posizione turca ha prevalso, è stato neutralizzato anche il tentativo francese di creare un gruppo ristretto con capacità di supervisione politica: lo ha ribadito il vertice di martedì a Londra, stavolta con la partecipazione turca, che ha invece dato vita a un gruppo di contatto estremamente allargato – più di 40 membri, tra stati e organizzazioni internazionali – senza alcun ruolo operativo e con un ruolo politico diluito e marginale. All’interno del Consiglio atlantico, invece, la Turchia potrà far valere il suo potere di veto tenendo a freno le smanie belliciste di Francia e Regno unito, imponendo se necessario l’ammorbidimento delle regole d’ingaggio e impedendo qualsiasi tentativo di cambiamento violento di regime.

Parallelamente, ha assunto un ruolo diretto nelle operazioni autenticamente umanitarie, rispettando la promessa di Erdogan di non sparare un solo colpo contro i fratelli libici: ha messo a disposizione 6 navi da guerra per garantire l’embargo navale con l’approvazione del’Assemblea nazionale, ha proposto Izmir come base di comando per le operazioni aeree, ha deciso di gestire il porto e l’aeroporto di Bengasi per coordinare gli aiuti umanitari, ha avviato un corridoio marittimo per trasferire e curare in Turchia i feriti di Misurata. Fatti concreti, che rafforzano la percezione della Turchia – soprattutto nel mondo arabo – come attore affidabile, altruista, poco incline ad avventure militari, rispettoso della volontà della comunità internazionale. Un successo diplomatico da incorniciare, una centralità nella gestione della crisi umanitaria esplicitamente riconosciuta nel comunicato finale del vertice di Lancaster House.

Non solo, perché la Turchia è stata l’unico paese che ha sempre mantenuto aperti i canali di comunicazione col colonnello e col suo entourage, anche dopo aver avviato i primi contatti esplorativi coi rappresentati del Consiglio nazionale provvisorio invitati ufficialmente ad Ankara. Un difficile equilibrismo, che però ha permesso al premier turco – in un’intervista domenica al Guardian – di proporsi autorevolmente come mediatore: il solo davvero in grado di promuovere un cessate il fuoco completo, di convincere Gheddafi a lasciare il potere in cambio dell’esilio, di scongiurare una deflagrazione totale della guerra civile in corso con conseguenze umanitarie molto peggiori di quelle evitate dall’intervento militare occidentale. Forse a Bengasi, dove oggi sventolano bandiere francesi, cominceranno presto ad apparire anche quelle turche – a Bengasi, ma anche nel resto della Libia.

(Pubblicato su Istanbul, Avrupa)