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GROSSA COALIZIONE PER I TULIPANI?

Se la crisi europea manderà all'aria anche il panorama politico tradizionalmente stabile dell'Olanda, sarà il caso di rivedere davvero le carte in tavola. Si vota mercoledì 12 settembre e le previsioni del tempo segnalano rovesci di pioggia in tutto il Paese. Niente rispetto a quello che potrebbe venir fuori dalle urne, dove gli elettori olandesi si ritroveranno una ventina di partiti impressi sulla scheda elettorale e i risultati scaturiranno da un sistema di voto fortemente proporzionale.

A dare un po' di fiato ai partiti filo-europei ci sono gli ultimissimi sondaggi, che segnalano una forte ripresa del partito socialdemocratico a danno dei socialisti di Emile Roemer. L'istituto demoscopico Maurice de Hond azzarda a parlare di «svolta», determinata da quel terzo di elettori indecisi che si starebbe orientando verso i socialisti dal volto europeo di Diederik Samsom dopo le convincenti performance televisive degli ultimi giorni. Il suo Partito del Lavoro (PvdA) avrebbe così scavalcato nei consensi l'outsider Roemer e incalzerebbe in un avvincente testa a testa il partito liberale del premier dimissionario Mark Rutte. Chi metterà il naso davanti al momento dello scrutinio sarà incaricato di formare il nuovo governo. E qui potrebbe finire la suspance, perché molti osservatori danno per scontato che si formerà una Grosse Koalition in salsa olandese, nonostante Rutte e Samsom neghino a gran voce prima del voto.

Anche questa però sarebbe una novità. I due partiti tradizionali, che hanno da sempre rappresentato i due poli opposti nell'alternanza politica olandese, saranno costretti ad allearsi, inaugurando anche da queste parti quella ricetta di governo emergenziale che appare l'unica uscita di sicurezza in tempi di crisi. A destra di Rutte, gli ex partner di governo democristiani attendono quasi rassegnati la resa dei conti con il loro elettorato. E anche il populista più famoso d'Europa, Geert Wilders, si è ritrovato con le armi dell'anti-islamismo spuntate, nel momento in cui l'euro ha cominciato a far più paura dei musulmani. Di più, paga il fatto di aver fatto cadere Rutte e costretto i disincantati ma pratici olandesi a tornare alle urne solo due anni dopo.

Il ruolo di spaventapasseri gli è stato scippato dall'ex maoista Emile Roemer, che ha menato le danze per tutta la campagna elettorale, almeno fino a quando il ceto medio non si è svegliato dall'inedia e dal letargo e ha cominciato a volerci vedere chiaro nei programmi del partito indicato stabilmente in vetta a tutti i sondaggi. Un paio di avventate uscite nei dibattiti televisivi dovrebbero aver messo piombo nelle sue ali drenando consensi a favore di Samsom, ma i socialisti si piazzeranno ugualmente al terzo posto, diventando una spina nel fianco di un'eventuale coalizione per forza di cose eterogenea.

L'Olanda non è la Grecia, ma il quadro politico che può emergere dal voto le assomiglia molto: due forze da sempre alternative, costrette a governare assieme più per stanchezza che per entusiasmo sotto i diktat dell'Europa che guarda con preoccupazione il rallentamento dell'economia olandese e pretende tagli sociali e riforme. E un'opposizione alla Syriza pronta a sfruttare, anche con una buona dose di populismo, ogni passo falso.

E a sentire quel che dicono gli olandesi per strada è facile cogliere il disincanto verso le forze politiche tradizionali. Dal fondo della società emerge quella sensazione mista di mancanza di fiducia e impotenza verso i politici riscontrabile in ogni Paese dell'Europa di oggi. Con in più una sorta di visione schizofrenica dovuta alla doppia condizione di un popolo ricco minacciato da future povertà. Si guarda con orrore alle richieste di austerity di Angela Merkel e allo stesso tempo si è renitenti a impegnarsi per gli aiuti ai Paesi in difficoltà. Si plaude all'intervento della Banca centrale europea, ma si esclude di cedere sovranità nazionale a un'Unione Europea della quale non si intravvedono vantaggi concreti. Lo spirito pragmatico degli olandesi impedisce loro di interpretare la casa comune europea come un baluardo contro i conflitti del passato (atteggiamento prevalente, ad esempio, in Germania): investire in un tale progetto deve convenire, altrimenti meglio tirarsi indietro. Roemer, con le sue contraddizioni, sembra interpretare alla perfezione questo sentimento: «Offre agli elettori una piattaforma socialista e nazionale», dice il sondaggista Tim Kanne, facendo attenzione a non invertire i termini. Potrebbe non bastare a vincere le elezioni questa volta, ma almeno essere sufficiente a rendere ostica la vita a un governo di grande coalizione. E magari a fare il salto definitivo alla prossima tornata.

Lo scenario spaventa Samsom, che non ha per ora escluso alcuna opzione. Le ultime ore di campagna elettorale sono d'altronde quelle meno indicate per lasciarsi andare a speculazioni sul governo. L'improvvisa popolarità ottenuta dal 41enne leader socialdemocratico, un fisico nucleare con un passato nelle file di Greenpeace, deve prima essere confermata dal voto. Poi si vedrà. E molto dipenderà dalle distanze che separeranno i vari partiti. Se il PvdA non dovesse arrivare primo ma avere tuttavia un buon margine di vantaggio su Roemer, non è esclusa l'esplorazione di un governo di sinistra, con l'aggiunta dei verdi. Un esecutivo 'sociale' che punti sulla crescita e sulla salvaguardia del welfare state seguendo l'esempio di Hollande. Salvo poi trovarsi, come il presidente francese, a fare i conti con strade troppo strette.

(da Lettera 43)