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CRISI GRECA, E SE FOSSE MEGLIO IL DEFAULT?

Il Parlamento discute le misure d’austerity, i sindacati proclamano ancora lo sciopero, gli osservatori dicono: Bruxelles è stata troppo dura con Atene.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

Giorni cruciali, in Grecia. Il parlamento, ieri, ha iniziato il dibattito sulle nuove misure di austerity che Atene, condizione necessaria affinché possa ricevere gli aiuti dell’Ue e dell’Fmi, è tenuta a varare. Il pacchetto elaborato dall’esecutivo guidato da Giorgios Papandreou, fresco di rimpasto, prevede da qui al 2015 drastici tagli alla spesa e più tasse. La manovra, da 28miliardi di euro, si somma ai provvedimenti analoghi già varati in precedenza e risulta peraltro affiancata dall’annunciata privatizzazione di numerosi assetstatali, che dovrebbero garantire 50 miliardi.

Senza queste riforme lacrime e sangue, Bruxelles e l’Fmi non verseranno nelle casse elleniche la quinta tranche, da 12miliardi di euro, del prestito da 110miliardi concordato l’anno passato. Nel caso in cui il finanziamento non dovesse arrivare, la Grecia colerebbe a picco. Sarebbe default, tecnicamente parlando. Il parlamento discuterà il piano anche nel corso della giornata odierna. La votazione arriverà invece mercoledì, al massimo giovedì.

Ma la situazione non racconta solo di numeri (economici e parlamentari). La Grecia, infatti, continua a essere attraversata da forti tensioni sociali, dal momento che la crisi sta mettendo a dura prova famiglie, impiegati pubblici e lavoratori autonomi. Tutti i cittadini, in altri termini. Ieri una delegazione del Pame, il sindacato vicino al partito comunista, è salita all’Acropoli e ha srotolato, proprio davanti al Partenone, grandi striscioni di protesta contro le randellate austere.

Intanto, le principali sigle sindacali del paese hanno indetto, a partire da oggi, uno sciopero di 48 ore. Si tratta della quarta agitazione dall’inizio dell’anno e – cosa carica di un forte valore simbolico – del primo sciopero di due giorni proclamato dalla fine della dittatura dei colonnelli e dal contestuale ritorno alla democrazia. Correva l’anno 1974. L’impressione, tornando agli affari parlamentari, è che il piano passerà e che tra la maggioranza socialista, che si regge su una manciata di voti, non ci saranno defezioni. Se tutto filerà liscio, così come pare, Bruxelles dovrebbe mettere in cantiere un’altra iniezione di aiuti. Almeno così riferiscono le cronache. Si vedrà.

È interessante, nel frattempo, registrare come, da fuori, la valutazione del dramma che sta vivendo il paese ellenico stia cambiando. Finora tutti gli osservatori l’hanno vista alla stessa maniera: la Grecia non ha alternative, se non quella di accettare le dure condizioni imposte da Bruxelles e rassegnarsi ai sacrifici enormi. Adesso non si registra più l’unisono. Wolfgang Münchau, editorialista del Financial Times, ha sostenuto l’altro giorno che alla Grecia sono stati imposti oneri eccessivi, che hanno privato il governo di spazio di manovra in campo economico, mettendo la museruola alla crescita e bloccando altresì ogni ipotesi di consenso nazionale tra la maggioranza e i conservatori di Antonis Samaras (che contestano duramente il diktat targato Europa), nella fase più delicata di una congiuntura emergenziale che avrebbe richiesto almeno un po’ di convergenza tra le forze politiche. Morale: i parlamentari, silurando i provvedimenti dell’esecutivo, avrebbero le loro sante ragioni, perché – argomenta Münchau – l’Ue ha esagerato. Come a dire: decretando il default, chissà, l’Europa potrebbe ripiegare su posizioni meno severe nei confronti di Atene.

Sulla stessa lunghezza d’onda The Guardian, che nell’editoriale di giovedì scorso ha suggerito il default pilotato della Grecia e l’alleggerimento dell’insostenibile pacchetto d’austerity eterodiretto dall’Unione. Ma le cose, probabilmente, non andranno così. Perché la tesi, a Bruxelles, è che se salta la Grecia salta l’Europa. D’altronde, in buona misura, anche questo è vero.

(Radio Europa Unita)