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MONTI E LA CRISI, COSA PENSA LA GERMANIA

Quale Angela Merkel, e di conseguenza che tipo di Germania, si trovano di fronte Mario Monti e l'Italia? Il vertice a tre di Strasburgo fra il primo ministro italiano, il presidente francese e la cancelliera tedesca, è cascato nel pieno della crisi finanziaria che, dopo aver colpito uno dopo l'altra le economie indebitate dell'Europa meridionale, investe adesso il cuore stesso del continente e minaccia l'esistenza dell'euro.

Il dibattito sulle misure che potrebbero allentare le pressioni dei mercati si è trasformato in uno scontro. Dal ruolo della Banca centrale europea, il conflitto si è spostato negli ultimi giorni sulla proposta del presidente della Commissione europea José Manuel Barroso di introdurre gli Eurobond, ipotesi da sempre invisa ai tedeschi. Nel dibattito sulla legge di bilancio al Bundestag, il giorno prima del vertice, la cancelliera ha ribadito un'opposizione che, nonostante le blande disponibilità dei giorni scorsi, appare sempre più definitiva. Angela Merkel ha ripetuto davanti ai deputati che l'invenzione di obbligazioni comunitarie è un'idea che non può funzionare e ha invece sottolineato l'obiettivo di apportare limitate modifiche ai trattati europei per rafforzare il controllo sulle regole di stabilità dell'euro, la necessità di raggiungere misure coordinate per la ricapitalizzazione delle banche e il rapido rafforzamento del fondo di stabilità Efsf.

Se mai l'idea degli Eurobond dovesse far breccia nel nuovo muro di Berlino, questo avverrà solo dopo che saranno stati trovati e applicati meccanismi in grado di controllare le politiche economiche e finanziarie degli Stati europei, e in particolare di quelli meno virtuosi. Ma il quadro che offre la Germania è meno monolitico di quel che appare e assai più frastagliato. Anche sul piano parlamentare, dove la posizione granitica della Merkel è stata criticata dal leader dell'opposizione socialdemocratica, Sigmar Gabriel, su due piani. Quello esterno, sul quale l'Spd ha accusato la cancelliera di giocare con il fuoco e di spingere i Paesi indebitati dell'Eurozona a una guerra su due fronti: da un lato pretendendo una dura politica di risparmio, dall'altro impedendo che questi stessi Stati possano accedere a tassi più corretti per i crediti. E quello interno, rimproverando il fatto che il governo tedesco rifiuti nella propria politica di bilancio di fare quel che richiede agli altri Paesi, cioè risparmiare: invece di pensare a consolidare il debito, la maggioranza vuole varare il taglio delle tasse.

Delusioni inattese sono arrivate anche dai mercati.  Il 23 novembre la Bundesrepublik ha sperimentato quel che finora era capitato solo agli Stati indebitati. Nell'asta dei Bund decennali non è stato raggiunto il volume previsto dei 6 miliardi di euro e il 35% delle emissioni non ha trovato alcun interesse da parte degli investitori. Uno choc che ha spaventato i tedeschi, finora convinti di poter restare al riparo dei marosi finanziari: «È estremamente preoccupante che l'economia più affidabile d'Europa non sia riuscita a finanziare il volume preventivato», ha detto Ralf Umlauf, analista di Helaba, «si è trattato di un voto di sfiducia nei confronti dell'euro». E John Davis della banca WestLB ha aggiunto: «È il segnale che la crisi dell'euro ha ormai raggiunto anche la Germania».

E la stampa riflette una situazione sempre più apprensiva e caotica. La Frankfurter Allgemeine Zeitung ha preso di petto frontalmente il presidente della Commissione europea, dopo aver nei giorni scorsi invitato la Merkel a considerare l'opportunità degli Eurobond: «L'unico vero interesse di Barroso, con le sue proposte, è quello di riacquistare visibilità sul piano europeo e di recuperare l'importanza perduta negli ultimi anni, da quando la crisi finanziaria ha proiettato in primo piano i leader nazionali, oscurando il ruolo della Commissione». La Süddeutsche Zeitung ha supportato le resistenze del mondo tedesco verso una maggiore condivisione degli sforzi anti-crisi: «I trattati europei proibiscono a ragione che gli Stati siano garanti assieme per i debiti. Ogni unione monetaria soffre di un problema di fondo: la moneta unica alletta i fabbricatori di debito, perché i governi nazionali non scontano le conseguenze di cattive politiche economiche e ne riversano il peso sugli altri Stati. E gli Eurobond accrescono questa irresponsabilità, trasformando l'Europa in un Casino Royal. La Germania correrebbe il rischio di dover pagare tassi più alti per i propri crediti e di dover concedere una responsabilità senza limiti per quelli altrui».

Tra i grandi giornali, solo lo Spiegel si è staccato dal mantra teutonico e in un commento affidato a Wolfgang Münchau, editorialista del Financial Times, ha sostenuto che la politica dovrebbe riprendere in mano le redini della gestione della crisi, ma cambiando il canovaccio interpretativo degli eventi: «In Germania sono prevalse due curiose bugie che a furia di essere ripetute sono divenute credibili per tutti, anche per gli altri governi europei.

La prima bugia riguarda la causa della crisi, che non è la cattiva gestione dei bilanci pubblici, pratica che di fatto ha riguardato la sola Grecia, ma gli indebitamenti privati che hanno scatenato la crisi bancaria del 2008 e trasferito il peso sulle casse pubbliche. La seconda bugia riguarda l'inflazione, lo spettro che dagli Anni 30 insegue i tedeschi. Ma non fu l'inflazione a favorire l'ascesa di Hitler, quanto la deflazione che ne seguì ed è questo il vero pericolo che bisognerebbe evitare».

La conclusione cui è giunta lo Spiegel - che in un altro articolo paventa anche l'isolamento della Germania e la nascita di un'alleanza italo-francese sugli Eurobond, sostituendo il termine in voga nelle ultime settimane di Merkozy con quello di Sarkonti - prospetta tutta un'altra strada per uscire dalla crisi rispetto a quella proposta dal governo Merkel: «Non comprendere le cause della crisi significa non trovare gli strumenti per risolverla. Le sole politiche di risparmio e anche le riforme strutturali non saranno sufficienti. La depressione è talmente progredita che senza la Bce e pure senza gli Eurobond nulla funziona più. Il pessimismo deriva però dal fatto che la politica ha poco tempo per cambiare registro, uno, forse due mesi. Ma se non cambia la narrazione della crisi, difficilmente se ne trattanno le conseguenze corrette».

(Elaborazione e aggiornamento di un articolo pubblicato su Lettera43)