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RISCHIO TEDESCO, L’ECONOMIA FRENA

Ora rischia di farsi dura anche per la Germania. Il rapporto autunnale redatto dai principali istituti di ricerca economica tedeschi per il governo, presentato il 13 ottobre a Berlino, annuncia tempi difficili, una brusca frenata della crescita e rischi di recessione se la crisi dei debiti sovrani dovesse trascinare la Grecia e altri Paesi a rischio verso insolvenze incontrollate. L'unica buona notizia ha riguardato il mercato del lavoro, che dovrebbe rimanere stabile anche in caso di tempesta. La speranza di evitare un tracollo come quello di tre anni fa c'è, ma tocca alla politica prendere le giuste misure per evitarlo.

«Gli esperti hanno rivisto al ribasso le stime di crescita della Germania per il 2012», ha scritto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «preannunciando un +0,8% rispetto al 2,0% preventivato, mentre per l'anno in corso resta fissato un +2,9% dovuto principalmente alla forte crescita registrata nel primo trimestre. Successivamente, il rallentamento dell'economia globale unito alla crescente insicurezza per la crisi dei debiti di alcuni Paesi europei hanno determinato un peggioramento del quadro tedesco».

Già nel trimestre autunnale appena iniziato c'è da attendersi una leggera diminuzione della performance economica, mentre all'inizio del prossimo anno si prevede una leggera ripresa. «Questo evita di parlare già ora di recessione», ha sottolineato il quotidiano di Francoforte, «giacché dal punto di vista tecnico gli economisti fanno coincidere il termine con la successione consecutiva di due trimestri negativi». Ma il pericolo non è scongiurato. Gli esperti hanno avvertito che permangono enormi rischi di un crollo della congiuntura nel caso in cui la Grecia, o altri Paesi in difficoltà finanziaria, dovessero subire uno sviluppo incontrollato o affrontare un fallimento non ordinato: in quel caso la recessione sarebbe inevitabile. Nel peggiore dei casi, si ripeterebbe il disastro di tre anni fa causato dalla bancarotta dell'americana Lehman Brothers.

Non desta preoccupazione invece l'occupazione: «Il mercato del lavoro rimarrà robusto, sempre se la crisi non dovesse precipitare. I disoccupati potrebbero addirittura diminuire leggermente il prossimo anno, passando dai quasi 3 milioni attuali (6,6%) a 2 milioni e 800mila circa». Si tratterebbe di un nuovo record dai tempi della riunificazione, per di più raggiunto in una fase di decelerazione economica. Tutto però è legato alla capacità di tenere la tempesta sotto controllo.

Un'eventualità che gli economisti che hanno stilato il rapporto non escludono. «I dati più recenti lasciano sperare nel fatto che l'Europa possa evitare un crollo più rovinoso», ha proseguito la Faz: «Nel mese di agosto, la produzione industriale nell'Eurozona è cresciuta in media dell'1,2% rispetto al mese precedente, nonostante un lieve calo registrato proprio in Germania. Sorprendenti in tal senso sono state le notizie positive provenienti da alcuni Stati che si stanno confrontando drammaticamente con la crisi dei debiti sovrani, Portogallo, Italia e Irlanda». Un'altro fattore citato dagli esperti è quello riferito alla crescita della richiesta globale di acciaio prognosticata dalle associazioni di settore, da sempre considerato un indicatore per misurare le prospettive della congiuntura globale.

Il rapporto si chiude con un appello al mondo politico (e visto il destinatario delle analisi, in particolare al governo tedesco), accompagnato da dure critiche per la condotta sin qui tenuta dagli esecutivi europei e dalla Banca centrale europea. «I governi hanno tardato a comprendere la gravità del rischio di insolvenza della Grecia e hanno provato a guadagnare tempo prima di adottare misure adeguate», ha concluso la Frankfurter, «contribuendo a rendere via via inadeguati i pacchetti di salvataggio ripetutamente proposti. Questa politica miope ha messo la Bce in difficoltà, costringendola successivamente ad acquistare obbligazioni degli Stati che non riuscivano a piazzarle a tassi convenienti sui mercati». Un'azione che gli economisti tedeschi si augurano non abbia seguito. Fondamentale sarebbe, invece, una fase di ricapitalizzazione degli istituti bancari europei.

(Pubblicato su Lettera43)