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GAZPROM, IL GIGANTE VACILLA?

L’apertura da parte dell’Unione europea di una procedura formale per investigare sulle sue attività in diversi Paesi per il sospetto di abuso di posizione dominante non è piaciuta certo a Gazprom.
Da Mosca è arrivata però la mano tesa verso Bruxelles e l’assicurazione che il colosso energetico controllato dallo Stato è «pronto a continuare il dialogo». Secondo Mosca, le attività sui mercati europei sono «in piena conformità con gli standard legali applicati dagli altri produttori ed esportatori di gas naturale, ivi compresi i meccanismi di formazione dei prezzi del gas».

Gazprom è sotto investigazione su tre fronti, con l’accusa di aver diviso i mercati ostacolando il flusso libero di gas tra gli stati membri, aver impedito la diversificazione della fornitura di gas e aver imposto prezzi non giusti ai clienti legando il prezzo del gas ai prezzi del petrolio. Tre violazioni al condizionale che l’antitrust deve ora indagare.Il tema non riguarda solo Europa e Russia, ma interessa tutti gli attori pubblici e privati che si muovono su questo terreno. E il punto non è solo tecnico, ma anche politico: sia perché le risorse energetiche e il loro controllo si sono trasformate in generale negli ultimi anni in questioni geostrategiche vitali per la sopravvivenza e lo sviluppo degli Stati, sia perché - nel caso specifico - Gazprom è controllata da Cremlino.

A Mosca, l’avvio dell’indagine europea è stata accolta con una certa tranquillità, visto che in qualche modo era nell’aria e già a marzo, quando l’allora ancora premier Vladimir Putin si era trovato sul tavolo un rapporto consegnatogli dal vice ministro dell’Energia Sergei Kudriashov in cui si prospettava una possibile reazione giudiziaria da parte di Bruxelles alle pratiche di Gazprom attuate in alcuni Paesi dell’Europa centro orientale. Nonostante l’azione europea fosse in qualche modo prevista, ora appena formalmente avviata, e non sia obbligatoriamente destinata a concludersi con una condanna - come fatto notare dalla Ue stessa - la vicenda torna a mettere in luce i problemi energetici che da anni si trascinano da una parte all’altra del continente senza trovare soluzioni condivise: la mancanza di una politica energetica comune a livello europeo e la dipendenza congenita da gas e petrolio importati da altri continenti (non solo dallo spazio post sovietico) sono la cornice entro la quale si sviluppano le relazioni tra i soggetti protagonisti.

Gazprom è senz’altro il più potente di questi per quel riguarda il mercato del gas a livello mondiale, con circa 400 mila dipendenti e 160 miliardi di entrate nel 2011, e gioca anche un ruolo strategico nella politica del Cremlino a sostegno degli interessi nazionali russi. Al pari di quello che fanno rispettivamente altri colossi statali, compagnie pubbliche e private sotto qualsiasi bandiera, da quelle americane a quelle cinesi, da quelle francesi a quelle inglesi. Basta distogliere gli occhi dall’Europa e guardare quello che succede in Africa. Il gigante russo non è insomma una società di beneficienza e nemmeno un’armata invincibile - come dimostra lo stop al progetto Shtokman - giocando però al tavolo europeo deve adeguarsi alle regole, almeno a quelle che si sono. Il non aver sottoscritto la Carta energetica (al pari di Usa e Cina) non la sottrae però al giudizio di Bruxelles.

Al Cremlino non fa tanto paura una multa di qualche miliardo di dollari, quanto un ribaltamento complessivo degli equilibri sul lungo periodo, per evitare il quale ci si sta muovendo a passi lenti: soprattutto per quel che riguarda il gas di scisto e l’esportazione di gas liquido Gazprom sta perdendo terreno nei confronti della concorrenza. Il fatto di considerare l’Europa legata insolubilmente ai tubi russi ha impedito un’evoluzione del settore verso altri mercati, in primo luogo quelli asiatici. I progetti sviluppati sotto Putin e Dmitri Medvedev - quest’ultimo direttamente dal board dei Gazprom - nell’ultimo decennio si sono concentrati sul bypass delle ex repubbliche sovietiche con i gasdotti Nordstream (operativo) e Southstream (al nastro di partenza), ma hanno trascurato l’estremo Oriente. La sete cinese può dare alla Russia nuovi impulsi, creando però qualche problema sul lungo periodo all’Europa, se questa non si sposterà sulle alternative.

(Lettera 43)