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DOPO WESTERWELLE ARRIVA RÖSLER

Sono bastati un paio di minuti e poche e secche parole, pronunciate di fronte a telecamere e giornalisti, per chiudere i 10 anni dell’era di Guido Westerwelle alla guida del partito liberale tedesco. Colui che salì al vertice dell’Fdp come più giovane presidente di tutti i tempi e che oggi ha solo 49 anni, aspetto che in Italia ne farebbe ancora una brillante promessa della politica, ha annunciato di voler lasciare per aprire la strada a un ricambio generazionale, necessario per affrontare con maggior determinazione le nuove sfide. L’uscita di scena di Guido Westerwelle, volontaria solo in apparenza, è stata un momento di dignità personale.

Pressato da una rivolta delle federazioni regionali, divenuta ingovernabile proprio nei giorni in cui era impegnato in qualità di ministro degli Esteri in un viaggio in Cina, Westerwelle si è preso il suo tempo. Ha rifiutato di duellare con i suoi da lontano a mezzo stampa, rintuzzando le domande dei giornalisti al seguito: «Quando sono all’estero non parlo di politica tedesca». Poi è rientrato a Berlino, forse ancora convinto di poter salvare la pelle. Ha riunito i dirigenti, si è confrontato duramente con i capi delle federazioni regionali, ha misurato con mano la freddezza dei suoi stessi alleati di un tempo e ha capito che non c’era più nulla da fare. Saper abbandonare il podio con onore non è cosa da tutti.

Così il brillante avvocato di Bonn, ambizioso e divorato dalla passione per la politica, chiude anzitempo la sua stagione di leader di partito. Ha abbandonato anche il ruolo di vice-cancelliere, che sarà assunto dal suo successore. Proverà a mantenere il posto alla guida della diplomazia tedesca ma non sarà facile. Le opposizioni hanno già aperto la caccia e le volpi interne non hanno smesso di fiutare la preda: chi è già in caduta libera non ha molte chance di farla franca e anche il sostegno arrivatogli dalla cancelliera appare volatile come una banderuola esposta a troppi soffi di vento.

Ma intanto la sua carriera di partito ha incrociato il momento finale. Sembra una parabola breve, dal momento che l’attenzione della stampa internazionale gli è piovuta addosso solo con l’ascesa al governo nel 2009, ma dieci anni non sono pochi e Westerwelle ha modellato la vita dell’Fdp come pochi altri presidenti prima di lui. Cresciuto politicamente nelle organizzazioni giovanili del partito frequentate ai tempi dell’università di Bonn, allora ancora capitale, divenne segretario generale a soli 34 anni. Gli anni Ottanta lo hanno segnato. Dal punto di vista delle idee: il liberismo trionfante di Ronald Reagan e Margaret Thatcher come concime per rinvigorire una tradizione che in Germania si è sempre accompagnata a sensibilità sociali, il mercato temperato, il modello renano, l’economia che prima ancora che essere di mercato è, appunto, sociale. E da quello dei costumi: una società più aperta e tollerante, meno bigotta e più allegra. La politica divertente è stata la cifra della sua presidenza, conquistata nel 2001 al congresso di Düsseldorf con una maggioranza schiacciante, un capolavoro di tattica che lo incoronò, appena 40enne, come il più giovane presidente dell’Fdp di tutti i tempi. Non c’era più il governo Kohl, che s’era portato via anche la memoria di Hans-Dietrich Genscher, erano i tempi dei sessantottini al potere con l’accoppiata Schröder-Fischer, mentre sul versante conservatore si affermava una giovane signora venuta dall’Est, Angela Merkel. Tempi nuovi, che il giovane Guido pensò di affrontare con le mani libere, scegliendo l’equidistanza dai partiti allora ancora di massa per ridare profilo e smalto ai liberali un po’ appannati.

La scena pubblica l’ha sempre cercata, provando a stupire e a movimentare l’antiquariato di famiglia. Non è stato sempre apprezzato. Per rafforzare l’indipendenza dei liberali, si presentò per la prima volta come candidato alla cancelleria dell’Fdp nel 2002 e poi ancora nel 2005. Se opposizione doveva essere, allora meglio divertirsi: resterà nella memoria la Guidomobile, un camper giallo su cui percorse il Paese in lungo e largo nel 2002 alla ricerca di quel 18% che fu il mantra ossessivo della campagna elettorale. Un’americanata, dissero i critici. Raccolse il 7,4%, meno della metà, ma il partito cominciò un’ascesa che, nel 2009, lo proiettò al 15%, il miglior risultato di sempre. Dopo 11 anni di nuovo al governo, con Angela Merkel, e questa volta dalla porta principale, partner minore ma di peso. E poi la sua storia privata, l’aperta dichiarazione di omosessualità, il fidanzato mostrato senza complessi nelle occasioni pubbliche, il matrimonio civile in forma riservata: dopo tanto movimento, sembrava l’inizio di una nuova stagione che l’avrebbe affermato come politico responsabile e di governo.

La discesa invece comincia da lì, dalla scelta quasi obbligata di diventare ministro degli Esteri e provare a rinverdire la tradizione di Genscher. Una speranza presto tradita, seppellita sotto un’evidente incertezza per un ruolo che richiedeva riserbo e ingessava la fantasia. Nella prima uscita di fronte alla stampa, rimbeccò un giornalista della Bbc che gli aveva posto una domanda in inglese: «Siamo in Germania, qui si parla tedesco». Apriti cielo. I cabli di Wikileaks hanno confermato il giudizio poco lusinghiero nei suoi confronti delle cancelleria internazionali: poco autorevole, inadeguato, per nulla credibile. Un’insostenibile leggerezza dell’essere che lo ha trascinato giù nei sondaggi, assieme al suo partito: le promesse di ridurre le tasse si sono arenate di fronte al rigore di Wolfgang Schäuble e all’ossessione tedesca di raddrizzare i conti pubblici. La Germania non è un Paese per liberisti, anche se proprio quelle tesi pro-mercato gli avevano fruttato l’appoggio degli imprenditori e il 15% dei voti. È su questo terreno che Westerwelle ha perduto la sua battaglia e la credibilità. Troppi proclami, pochi fatti. La decadenza tardo romana denunciata per il suo Paese lo ha visto alla fine protagonista.

Ora che ha lasciato il campo e si concentra sul difficile tentativo di salvare il tesoretto di governo, si pensa alla successione. È stato annunciato un cambio generazionale, e siccome Westerwelle ha solo 49 anni allora la palla passa ora ai trentenni. Il partito ha appena scelto il nuovo principe. Si chiama Philipp Rösler, il ministro della Sanità di origini vietnamite. Trentotto anni, aveva dichiarato qualche tempo fa di voler fare politica solo fino a 45, poi ritirarsi a vita privata, curare la professione e la famiglia. Benedetta gioventù, mai fare proclami altisonanti. Ora gli toccherà proiettarsi in prima fila, affilare denti e unghie, aggredire il destino di un partito da ricostruire, prima di tutto moralmente. È in gamba, parla bene, è simpatico, incarna l’ala più sociale del partito: gli ultimi due aspetti lo avvantaggeranno nell’impatto con l’opinione pubblica e la stampa. Il resto dovrà conquistarselo da solo. Gli si imputa, oltre a un’esperienza ancora un po’ acerba, un carattere troppo docile, quasi delicato. Dovrà indossare la corazza per sopravvivere nella giungla politica berlinese. E comunque, il ringiovanimento del partito è l’ultima eredità della stagione Westerwelle: il giovane padre non ha divorato i suoi figli.