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CRISI DELL’EURO, LEZIONI DA EST

La crisi dell'euro vista da Est. Ana vive a Bratislava, Jacek a Cracovia, Csába a Budapest. Rappresentano quella società di mezzo che sta fra i cittadini comuni ed il potere, svolgendo un prezioso ruolo di un ruolo di mediatore culturale. Slovacchia, Polonia e Ungheria sperimentano oggi situazioni economiche diverse: stabilità, boom e crisi. Ma su una cosa i tre intervistati sono uniti: il nostro ingresso in Europa ci è costato fatica e impegno, stesse qualità che ora sono richieste ai Paesi storici sommersi da debiti di Stato insostenibili.

di Alessandro Napoli / Lifestyle

Ana insegna all’Università di Bratislava. Abita in una casa sulla collina vicino al castello, con marito, due figli, tre gatti ed anche un fox terrier. Non ha la patente, non guida: «A che mi servirebbe? Il tram passa a duecento metri da casa e qui a Bratislava abbiamo il privilegio di avere addirittura due aeroporti: il nostro e quello di Vienna, a qualche decina di chilometri. Quando devo andare da qualche parte all’estero prendo la navetta e sono subito in aeroporto e, se tutto va male, all’aeroporto mi ci porta mio marito. Adesso ha una Octavia, sai?». Reddito familiare medio-alto, stile di vita sobrio, quasi scandinavo. Fine settimana passati a lavorare in giardino.

Jacek è molto più giovane di me e di Ana, è single e occupa un bell’appartamento ristrutturato nel centro storico di Cracovia, come dire in uno dei posti più belli d’Europa, se non del mondo. Fa l’avvocato, ed è anche molto stimato, conosce un mare di gente ed è in confidenza con qualche membro del Sejm, il parlamento polacco. «Erano compagni di Università», ci tiene a precisare, così come tiene a ripetere una frase: «Sono polacco ma non sono cattolico».

Csába è nato in un villaggio vicino al confine austriaco: «Quando ero ragazzo, d’estate, la cosa che mi divertiva di più era cercare un posto dove sistemarmi e puntare il mio binocolo a ovest, per vedere come vivevano dall’altra parte. Adesso dove c’era il filo spinato ci passa una pista ciclabile». Vive a Budapest da più di vent’anni. Ha lavorato a lungo nell’alta amministrazione dello Stato, a contatto diretto e giornaliero con segretari di Stato e ministri; adesso ha una piccola società di consulenza. «I problemi dell’Ungheria di oggi  - è solito dire -   dipendono dal fatto che abbiamo cominciato prima degli altri; siamo stati degli ottimi scattisti, ma ci siamo stancati e fatichiamo a tenere il passo dei maratoneti».

Ana, Jacek e Csába sono fra i miei migliori amici. Ci sentiamo in videoconferenza non meno di due volte al mese, tutti insieme. Ci incontriamo anche, quando possibile: diciamo un paio di volte l’anno. Con Csába è più facile, vuoi perchè siamo più vicini vuoi perchè ci occupiamo più o meno delle stesse cose e finiamo col ritrovarci alle stesse conferenze e agli stessi seminari.

In videoconferenza parliamo di cose come il costo della vita, l’educazione dei figli, viaggi e vacanze, musica e cinema, arrivando sempre a sintesi che toccano i grandi temi della politica e dell’economia. Ana, Jacek e Csába hanno una caratteristica in comune: sono esemplari quasi perfetti di quella società di mezzo che è uno dei migliori risultati dei processi iniziati da più di due decenni nei loro Paesi. Società di mezzo intesa non tanto come sinonimo di classe media, quanto per indicare quella buffer zone che sta fra i cittadini comuni ed il potere. La società di mezzo è a  proprio agio sia con gli uni che con l’altro. Degli uni e dell’altro conosce tutti i punti di forza e quelli di debolezza. Parla la lingua degli uni e dell’altro. In definitiva svolge un ruolo di mediatore culturale, con un valore aggiunto rappresentato dall’esperienza tecnica e dalla capacità di rappresentazione della realtà, a favore degli uni e dell’altro. La ascolta il potere, la ascoltano i cittadini comuni.

Jacek, galvanizzato dal miracolo economico che ha toccato e continua a toccare il suo Paese, l’unico in Europa passato indenne attraverso la crisi, è un liberista convinto e non ama affatto l’euro. «Noi avremmo tutte le carte per entrare nell'Eurozona - sostiene - ma siamo una grande economia, la quinta dell’Europa continentale, non siamo la Slovenia o l’Estonia, per loro è un altro discorso. Guardiamo a Nord e a Est e abbiamo la forza per diventare un grande Paese esportatore, non credo che almeno per ora adottare l’euro sarebbe un buon affare. E poi - aggiunge - perché noi, usciti solo da poco dalla povertà, dovremmo farci carico dei problemi di quei Paesi che sono vissuti al di sopra dei propri mezzi? Il nostro debito pubblico è di poco superiore al 60% del Pil, mica sopra il 100% come nel caso della Grecia, dell’Italia, del Portogallo, dell’Irlanda, e del Belgio». Finale con orgoglio nazionale: «Adotteremo l’Euro quando ci pregheranno di farlo, quando saremo definitivamente nel gruppo dei Paesi più ricchi ed economicamente stabili d’Europa. In vent’anni ci saremo riusciti, vedrai». A guardare il passo quasi asiatico delle variazioni percentuali del Pil polacco negli ultimi anni, scommettere contro questa previsione è sconsigliabile.

«Questa volta l’Unione Europea ha fatto come si deve fare». Così si inserisce nella discussione Ana, dal suo studio installato nella mansarda di casa sua. Si riferisce a come l’Unione ha gestito  il processo di allargamento che si è chiuso nel 2004. «Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia e la mia Slovacchia hanno dovuto passare esami lunghi e rigorosi, cambiare gran parte della legislazione per adeguarla all’Acquis comunitario, riformare l’amministrazione pubblica, liberalizzare, modernizzare. Sai meglio di me quanto questo è stato socialmente costoso e talvolta politicamente umiliante, ma sai meglio di me che il risultato finale è stato benefico per le nostre economie e per le nostre società, che oggi sono giovani e dinamiche, anche più di quelle dell’Europa dell’Ovest. Non siamo entrati nell’Unione gratis et amore Dei come qualcun altro che ci è entrato prima o che addirittura è Stato fondatore, ed è per questo che noi oggi non siamo un problema per l’Europa, ma la prova che la costruzione europea può avere successo. Se adesso chi è entrato di diritto è nei guai - l’espressione che usa è meglio che non la traduca alla lettera -  è perchè non ha dovuto passare gli esami che abbiamo dovuto passare noi. La Slovacchia è entrata nell’Unione e poi addirittura nell'Eurozona a testa alta, senza beneficiare di sconti. Se alla fine dovremo aiutare altri lo faremo per senso di solidarietà, fra l’altro non abbiamo grandi banche da salvare».  Discorso non molto diverso, in definitiva, da quello di Jacek.

Csába: «Eravamo i primi della classe, guardavamo gli altri compagni nel viaggio verso l’adesione dall’alto in basso. Oggi non siamo più i primi della classe. Per noi l’ingresso nell'Eurozona è un’ipotesi prematura. Nel mio Paese oggi il pessimismo ha soppiantato l’orgoglio per il rientro in Europa. Abbiamo una percentuale di senza lavoro a livelli mediterranei ed una percentuale di popolazione attiva fra le più basse d’Europa. Il nostro debito pubblico in percentuale sul Pil lo abbiamo ridotto negli ultimi anni, ma la tendenza a finanziare la crescita con il debito è un riflesso quasi automatico in molti, al governo come all’opposizione. In più abbiamo una società che si sente definitivamente benestante, e pensa che questa condizione sia acquisita una volta per tutte. Ai Paesi deboli di Eurozona direi una cosa che penso riguardo al mio Paese: il rischio di insolvenza si scongiura con una crescita economica sostenibile, e questa si realizza se la società si sblocca. Sbloccare la società, questo è l'imperativo».

Approfondimento. Il debito pubblico nei Paesi dell’Unione Europea che aderiscono all’OCSE.

(Pubblicato su Lifestyle)