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L’Est, il lato solido dell’Ue

La crisi s'è fatta sentire, ma la ripresa è iniziata e il debito pubblico non è così "mediterraneo". Anzi, è ampiamente sotto controllo. Ecco come l'Europa del levante ha contenuto la crisi. Parla Matteo Ferrazzi di Unicredit. 

(Scritto per Europa)

Praga, il fiume Moldava (Archivio Rassegna Est)
Praga, il fiume Moldava (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi

Sembrava che i paesi dell’Europa centro-orientale, orientale e dei Balcani dovessero saltare, uno dietro l’altro. Analisti e giornali scommettevano alla grande sull’ipotesi di una catena inarrestabile di bancarotte, dentro e a ridosso dei confini Ue. Invece no, s’è registrata una complessiva tenuta. La crisi ha lasciato il segno, ci mancherebbe. Il colpo è stato duro, in alcuni casi durissimo e il Fondo monetario internazionale è dovuto intervenire a più riprese: Ucraina, Serbia, Romania, Bulgaria, Croazia, Bosnia e Ungheria. «Ma la tensione, altissima, che si registrava l’anno scorso è venuta calando e oggi il quadro è nettamente migliore», afferma Matteo Ferrazzi, economista di Unicredit. È con lui che cerchiamo di capire come sono andate, come attualmente vanno e come andranno prossimamente le cose a est, al tempo della crisi.

Dall’imminente tracollo al contenimento dello tsunami. Che è successo in questi mesi?
Fino al primo trimestre del 2009 l’est era l’area mondiale più “bersagliata”. Le agenzie di rating avevano abbassato le valutazioni di molti paesi e si sosteneva da più parti che a est si sarebbe assistito a una crisi molto simile a quella che contagiò il versante orientale dell’Asia nel ‘97. In effetti s’è registrato un prosciugamento di quei flussi di capitali esteri alla base della crescita dell’est e ciò ha avuto forti ripercussioni. Ma nessuno è fallito: né gli stati, né le banche, né le grandi aziende. Ora la situazione s’è rovesciata: adesso l’est è visto come il lato solido dell’Europa. Questo cambio di situazione, che smaschera l’iniziale eccesso di nervosismo, deriva dal fatto che il focus della crisi s’è spostato dalle banche al debito pubblico. E da questo punto di vista i paesi dell’est sono protetti. Nessuno, salvo l’Ungheria, sfonda il tetto del 60 per cento. Dipende da una cultura, in parte ereditata dalla Germania, in parte implementata da questi stessi paesi, molto attenta al debito. La Polonia ha addirittura una legge costituzionale che impedisce di superare il 55 per cento nel rapporto tra debito e Pil.

L’Ungheria, con il suo debito “mediterraneo” e certe scelte politiche opinabili è ancora a rischio?
L’Ungheria, che nel 2008 aveva ottenuto 20 miliardi dal Fondo monetario e dall’Ue, ha lasciato l’accordo con lo stesso Fmi e dispiegato politiche “eterodosse”, rispetto a quelle – blocco dei salari, taglio della spesa e altre misure draconiane – che altri paesi che hanno ottenuto un prestito sono tenute a seguire, se vogliono continuare a essere sostenute dal Fondo. Il nuovo governo di Budapest ha tassato banche, telecomunicazioni e catene di supermercati, intimorendo gli investitori internazionali. Dietro queste scelte c’è l’idea “indipendentista” che si possa fare a meno delle cure severe prescritte dall’Fmi, un pizzico di quel populismo che connota il partito al governo (Fidesz, ndr) e il timore suscitato dalla “concorrenza a destra” esercitata da Jobbik, partito ultranazionalista in forte ascesa. L’altro problema ungherese è quello dei mutui, contratti in franchi svizzeri, perché la valuta elvetica ha tassi bassi. Ma il punto è che in periodi di turbolenza il franco svizzero, insieme allo yen e all’oro, si apprezza. Parallelamente, il fiorino va giù. Insomma, la situazione è abbastanza seria.

A parte l’Ungheria possiamo comunque dire che la burrasca è passata?
Ci sono ovunque segnali di ripresa, più forti in quei paesi “legati” all’economia tedesca. Va bene la Polonia, tengono Repubblica ceca e Slovacchia. Va bene inoltre la Turchia, tant’è che il rischio paese di Ankara è inferiore a quello spagnolo o italiano. Alcuni dei paesi dove il Fondo monetario è intervenuto sono ancora in recessione ma stanno ponendo le basi per riprendersi. Ci vorrà però del tempo. La crisi s’è sentita, eccome. Specie nei tre stati baltici, che l’anno scorso hanno perso venti punti di Pil: è stato un dramma e ci vorranno sei o sette anni prima che tornino ai livelli precedenti la crisi.

Escluse Slovacchia e Slovenia, nessuno di questi paesi aderisce all’euro. La leva monetaria ha favorito il recupero?
Alcuni paesi, potendolo fare, sono ricorsi alla svalutazione delle proprie monete e il più delle volte quest’operazione ha aiutato. Ciò può favorire, a dentro l’Ue, fenomeni di euroscetticismo e indurre a non accelerare il processo che porta all’adozione della moneta unica. Processo che può essere rallentato, ma non evitato: Polonia, al momento dell’ingresso nell’Ue, i paesi dell’est si sono infatti impegnati a entrare nell’eurozona. Diversamente da Regno Unito e Danimarca non possono esercitare l’opt-out.

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