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Fabbrica Putin

Il presidente russo ha dedicato all'economia, che a Mosca è in flessione, molti dei passaggi del discorso di fine anno alla nazione. I punti principali: banche, competitività, causa interne della crisi, sviluppo delle regioni orientali.  

Una fabbrica a Chelyabinsk, una delle grandi città degli Urali (Archivio Rassegna Est).
Una fabbrica a Chelyabinsk, una delle grandi città degli Urali (Archivio Rassegna Est).

Settanta minuti. Tanto è durato il discorso con cui Vladimir Putin, davanti a una platea di 1200 giornalisti, ha spiegato al paese e al mondo le priorità della Russia, tracciando un bilancio dell'anno appena lasciato alle spalle e guardando al 2014.

L'economia ha tenuto banco. Putin ha ammesso che il paese ha avuto, negli ultimi tempi, delle difficoltà. Difficoltà dovute sicuramente alla crisi internazionale e ragioni cicliche, come il calo della domanda esterna e di quella interna, ma legate anche a cause endogene strutturali. Su questo specifico punto c'è stata una rottura, rispetto alla tradizione. Putin, finora, aveva infatti sempre cercato di non insistere troppo sulle debolezze strutturali del paese. Stavolta è stato franco.

I talloni d'Achille

Ma quali sono queste debolezze? Nell'overview della Banca mondiale sulla Russia ne vengono menzionate alcune. Tra queste, logicamente, l'eccessiva dipendenza della Russia dall'industria dell'energia (che ha comunque anche una caratteristica ciclica). Si parla anche dalla posizione guardinga assunta dagli investitori, che hanno rallentato le loro manovre in attesa di valutare più attentamente la situazione generale. Al tempo stesso, secondo la Banca mondiale va segnalato il fardello dei settori non competitivi.

Questi problemi si sono ripercossi sul prodotto interno lordo, che stima dopo stima è stato ripetutamente rivisto verso il basso. Il 2013 dovrebbe chiudersi, se andasse bene, con un 2% scarso. Ma si parla anche di un punto e mezzo percentuale, forse persino di meno. Dato comunque sia positivo, certo. Ma inferiore al 3,4% del 2012. Non solo. Si tratta del valore più basso, in termini di crescita, dal 2000. Mentre intanto s'è accesa una spia da non trascurare: la battuta d'arresto di quasi tutti i settori non-tradable dell'economia (costruzioni, comunicazioni, trasporti e servizi finanziari).

Libertà, competitività

Putin, pur ammettendo l'esistenza di alcuni problemi, ha cercato di tranquillizzare - non aumenteremo le tasse, se mai bisogna tagliare i costi - e di mostrare al contempo che è in corso una variazione sul tema significativa.  La crescita, nei prossimi anni, non si dovrà basare sul modello del capitalismo di stato, ma sempre più sulla libertà economica, sulla proprietà privata e sulla competizione.

Offshore e banche

Così ha affermato l'inquilino del Cremlino, aprendo inoltre un focus sulle compagnie offshore intestate a cittadini russi, spiegando che lo stato intende in futuro applicare una tassazione su queste società. Il nodo è sempre quello: la fuga di capitali. In Russia è molto elevata, anche a fronte di un sistema fiscale non certo asfissiante. Vige una flat tax al 13% sui redditi e un'imposta sui profitti d'impresa pari al 20%. Il fatto è che l'esportazione di capitale è legata alla scarsa fiducia che i russi nutrono verso il sistema bancario locale, a sua volta dovuta al retaggio inestinto della grande crisi finanziaria della fine degli anni '90. Recentemente la diffidenza verso gli istituto locali di credito è tornata abbastanza forte, tanto che la Banca centrale russa, per contrastarla, ha pubblicato una lista di 25 istituto ritenuto "too big to fail", troppo grandi per fallire.

Occhio all'est

Putin, nel discorso alla nazione, ha anche ribadito che lo sviluppo delle regioni della Siberia e dell'estremo oriente russo costituisce il vettore strategico dello sviluppo del paese nel XXI secolo. Si tratta di territori che hanno potenziale, sia energetico che industriale, ma che devono ricevere un'iniezione di dinamismo e modernizzazione. Gli investitori possono tenerli d'occhio. Potrebbero aprirsi diverse opportunità di business, oltre a quelle che la quinta potenza economica al mondo continua comunque, malgrado la flessione, a offrire.

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