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SREBRENICA, EAST SIDE BISTRÒ

Con questa rubrica, East Side Report inaugura un suo piccolo spazio letterario. Come entrare in un Bistrò della Mitteleuropa e sorseggiare lentamente un caffè in compagnia di uno scrittore. Una breve pausa, non più di una trentina di righe al massimo per restare nei limiti del diritto d'autore, da assaporare fra un articolo e l'altro. Ospiteremo autori noti e meno noti delle regioni di cui questo sito si occupa, grandi classici o scrittori ancora da scoprire, conosciuti magari solo a casa loro e in attesa di essere scoperti altrove, soprattutto in Italia. Come tradizione ormai di East Side Report, i brani saranno in gran parte in lingua (o in traduzione italiana), a volte in lingua originale. Per l'esordio avevamo in mente un grande classico della letteratura austriaca, poi però l'attualità ci ha spinto verso altri lidi. Così siamo approdati sulle pagine di Paolo Rumiz, giornalista triestino divenuto nel frattempo uno dei più raffinati scrittori di viaggio europei. Per lui avevamo in mente un brano tratto dal suo ultimo romanzo-ballata sulla Bosnia. Ci torneremo una prossima volta, perché nel frattempo è arrivata la notizia dell'arresto di Ratko Mladic, riportando alla memoria gli orrori di Srebrenica.

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«Quando Srebrenica è accerchiata, quindicimila musulmani in armi tentano di sfondare le linee alla disperata, per raggiungere il territorio bosniaco amico, in direzione di Tuzla. Saranno decimati come in un safari. Alcuni perderanno la ragione. Altri si spareranno in testa al momento della cattura. Qualcuno si farà saltare in aria con una bomba a mano. I feriti saranno finiti sul posto. Gli altri saranno portati via e fucilati. Nel frattempo, a Srebrenica altre venticinquemila persone si mettono sotto la protezione dei caschi blu olandesi. È allora che Mladic convoca gli ufficiali Onu davanti a un maiale appeso a un albero, fa sgozzare la bestia e poi dice: così finirà chi verrà a cercare rifugio da voi.

A quel punto, gli uomini sono separati dagli altri. Donne, vecchi e bambini sono caricati su camion; Mladic, fotografatissimo, distribuisce caramelle ai più piccoli. I camion partono per Tuzla sotto scorta Onu. I maschi validi invece sono messi in colonna e portati via. Non torneranno mai più. Il 13 luglio, in un incontro a Sarajevo, il rappresentante dell'Onu riferisce alla stampa che Mladic è disposto a fermare i massacri, a condizione che il governo bosniaco cessi di combattere sul fronte occidentale. I giornalisti, correttamente, concludono che la dichiarazione conferma l'esistenza dei massacri. Ma l'uomo dell'Onu si affretta a correggere, chiamando in causa una traduzione errata.

In realtà, ad alto livello si è già diffusa una parola d'ordine: dimenticare Srebrenica. Chirac mostra i muscoli, il Consiglio di sicurezza ordina di ristabilire lo statuto dell'enclave, ma sono posizioni platoniche che servono a nascondere la resa di fronte alla logica spartitoria. Anche gli americani adottano il basso profilo. Stanno preparando con i croati l'offensiva su Knin e cercano di strappare a Milosevic il silenzio-assenso all'operazione. Come dire: per la semplificazione del fronte occidentale, si può anche digerire una strage su quello orientale. Mazowiecki raccoglie intanto le prove delle atrocità, denuncia l'inazione dell'Onu. Infine, disgustato da tanto cinismo, si dimette».

Paolo Rumiz, Maschere per un massacro, Editori Riuniti, 2000 (seconda edizione)