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DUE PAROLE SU NAVALNY

Su Navalny mi sono sbagliato. Pensavo che non sarebbe tornato a Mosca, visto che era evidente che nel migliore dei casi l’avrebbe aspettato il carcere. Sarebbe stato comodo e sicuro per lui, e per la famiglia, starsene in Germania, o altrove, a Londra o a Washington. Associarsi in qualche modo agli altri esiliati di lusso come Khodorkovsky, Kasparov, Kara Murza e via dicendo, che da lontano tentano di combattere il regime di Putin. Ma in questo modo, esattamente come i suddetti, sarebbe finito troppo lontano dai giochi veri, senza alcuna possibilità di influenzare ciò che accade a Mosca. I tamburi che battono lontano dal Cremlino non sono molto ascoltati dai russi.

La mossa di tornare in patriaè stata quindi un atto di coraggio, non solo politico, ma anche di disperazione, perché solo così, finendo nella tana del leone con il rischio di essere sbranato, ha mantenuto comunque la possibilità di incidere in qualche modo sulle vicende russe. Navalny ha scelto di combattere, di sfidare ancora una volta Vladimir Putin, sperando di trascinare con sé non solo gli elettori stanchi del sistema, che sono comunque tanti, ma qualche pezzo dell’establishment senza il quale non sarà possibile cambiare nulla.

Il problema è che al momento non ci paiono essere sbocchi che portino a un esito simile. Dieci anni fa, durante le proteste dell’inverno 2011/2012, l’opposizione extraparlamentare, oltremodo variegata (dagli pseudo liberali agli anarchici), aveva trovato qualche appoggio tra chi nel sistema putiniano cercava una scappatoia. Oligarchi come Prokororov e vecchie volpi come Kudrin avevano strizzato l’occhio a Navalny e Udalzov. A Mosca erano scese 100mila persone in piazza, poi la “marcia dei milioni” auspicata da Navalny e soci (i soliti Kasparov, Kasyanov et similia) era finita come previsto nel nulla. L’opposizione non si era coagulata, il collante Antiputin troppo debole, nessun progetto concreto. E buonanotte.

Le cose oggi non sono diverse. Certo, il sistema Putin è invecchiato, la Russia di Vladimir Vladimirovich (più arbiter che dominus, al contrario della vulgata occidentale che non conosce altro player sul palcoscenico russo che il presidente, mentre VVP è sempre stato un moderatore tra i vari gruppi di potere che lo hanno sostenuto e lo sostengono) sta attraversando anche per colpe proprie (il solito discorso sui ritardi della modernizzazione) un momento economico complicato, il Covid mette a dura prova economia e società e la cornice internazionale, sul fronte occidentale, è tutt’altro che favorevole al Cremlino; Navalny però non ha nuovi alleati né nuove armi.

Fare affidamento sulle pacche di spalla dell’Occidente e delle generazioni stanche di Putin senza un programma che non sia la lotta alla corruzione (per carità, ottimo, ma è come fare una campagna contro la mafia in Italia, non c’è nessuno che si dichiari contro), oltretutto dal carcere, è un po’ pochino. La prima ondata di proteste, che ha portato in piazza a Mosca 4mila persone per la polizia, 40mila per le agenzie generose agenzie di stampa che si scopiazzano l’un l’altra (plausibile sulle 20mila), non è stata determinante. Un milione di persone a Mosca, l’obbiettivo del 2012, sarebbe già altra cosa. Vedremo.

Il problema è la mancanza di alleati e il fatto che le elezioni per la Duma sono a settembre. Navalny non ha un partito, lo smart voting, checché se ne sia letto sulla stampa occidentale (con testate e giornalisti che pare siano diventati vero uffici stampa) è una tecnica che lascia il tempo che trova. La piazza virtuale è stata allargata, FB, Twitter, Instagram, Telegram e Tiktok sono diventati strumenti imprescindibili per la mobilitazione, ma alla fine della fiera se vuoi abbattere un regime devi scendere di persona in piazza, cioè fare una rivoluzione (armata, vedi Maidan).

Come se ne esce? Il Cremlino ha due possibilità, in teoria: liberare Navalny, con tutto quello che ne consegue, oppure tenerlo dietro le sbarre, anche qui con conseguenze. Più un terza: liberarlo, ma espellerlo dalla Russia. La questione non è solo interna, ha anche una dimensione internazionale: lo è diventata sull’onda mediatica propagandistica occidentale, statunitense, che ha fatto del caso Navalny uno strumento per mettere pressione alla Russia, vedere alla voce sanzioni e Nord Stream 2. Per spiegare quanto ciò sia evidente basta pensare semplicemente al fatto che se il Cremlino mette in galera un oppositore (o lo uccida, fa lo stesso) si invocano il rispetto dei diritti umani e si applicano sanzioni, se invece a Riad qualcuno dà l’ordine di fare a pezzi un giornalista si continua il business as usual, con buona pace del parlamento europeo e dei pennivendoli che vanno a corrente alternata a seconda di cosa suggerisce la voce del padrone.

Il caso di Mikhail Khodorkosvky, imprigionato, graziato ed emigrato, oppure anche di Yulia Tymoshenko in Ucraina, insegnano che le soluzioni per un regime autoritario possono essere diverse. Visto che si parla di Russia e la palla l’ha in mano Putin, suggerirei di guardare al primo. Almeno per l’esito. In quest’anno elettorale, Putin non può permettersi un avversario come Navalny libero in casa: o lo richiude seppellendo la chiave per un po’, o lo usa come merce di scambio. E qui casca l’asino. L’Unione Europea aveva chiesto la liberazione di Tymoshenko come condizione per la firma dell’Accordo di associazione. Sappiamo come è finita. Premettendo che Putin non è fesso come Yanukovich, bisognerà vedere quali saranno i movimenti sotto il banco (Zakhar è rimasto in Germania? Papà tornerà lì? Sputnik 5? Nord Stream?).

A Mosca c’è chi chiede la testa di Navalny (chi lo voleva già morto da un pezzo, gente a cui molto probabilmente Putin ha lasciato via libera direttamente o indirettamente, nel solo ruolo di arbitrus un po’, volontariamente, distratto) a dispetto di chi vorrebbe invece soluzioni più moderate. Difficile trovare la quadratura del cerchio: penso però che se non si riuscisse a trovare il compromesso (Navalny libero, ma in esilio), il Cremlino sceglierà di usare ora il metodo Khodorkovsky. In fondo la conseguenza immediata, oltre al solito giro di sanzioni individuali, potrebbe essere lo stop a Nord Stream 2, che comunque farebbe più male alla Germania che non alla Russia.

Il gas russo, con la rotta sotto il Baltico dimezzata, affluirà comunque in Europa per i prossimi quattro anni ancora attraverso l’Ucraina, come da contratti. L’illusione di Bruxelles e dei soliti ingenui sarà quella di aver evitato di importare energia dall’Impero del Male, salvo poi abbeverarsi da campioni della democrazia stile Aliyev. E Putin farà qualche affare in più a est, dove almeno non fanno gli ipocriti.