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La via di fuga

I grandi gruppi industriali tedeschi puntano a investire nei paesi emergenti, avvicinando i segmenti di produzione e vendita. Una nuova prospettiva, vagliata da un sondaggio.

(Scritto per Europa)

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di Pierluigi Mennitti

Non è una fuga ma una lenta e progressiva evasione dall’Eldorado d’Europa. Le industrie tedesche investono più all’estero che in patria e, soprattutto, hanno intenzione nei prossimi anni di farlo sempre di più. L’umore degli imprenditori era già chiaro da tempo, ora è stato tradotto nero su bianco da un sondaggio realizzato dal Wall Street Journal, che da oltre un anno ha varato un’edizione tedesca consultabile solo online. Al questionario, inviato ai 30 consorzi ammessi nell’olimpo del Dax alla Borsa di Francoforte (i 30 titoli a maggiore capitalizzazione), hanno risposto in 19, tra cui colossi tipo Bmw, Siemens e Adidas. Solo il 15 per cento prevede di investire in Germania e appena il 5 ha come meta l’Europa. La maggioranza relativa, il 43 per cento, ha nel mirino i cosiddetti paesi emergenti e l’11% gli Stati Uniti. Il 26% non ha ancora le idee chiare. Numeri che suonano come un campanello d’allarme per i politici impegnati nella costruzione del nuovo governo, cui toccherà il compito di convincere le imprese, quelle tedesche innanzitutto, a tornare a impegnare le loro risorse in Germania. Il livello di investimenti tedeschi in patria sarà alla fine del 2013 inferiore rispetto a quello di due anni fa e molto più basso rispetto al 2008, anno in cui iniziò la crisi finanziaria globale. Nel secondo trimestre del 2013, gli uffici di statistica hanno registrato una lieve ripresa (+0,9%) nel settore dei macchinari e degli armamenti, ma dopo sei trimestri consecutivi in calo l’unica speranza che si può trarre è che la tendenza si sia arrestata. A leggere le intenzioni e le mosse degli imprenditori c’è però da credere il contrario: «La situazione sembra sul punto di stabilizzarsi – ha detto Jörg Zeuner, economista capo della KfW, la banca di investimenti pubblica – ma non c’è in vista alcun boom di investimenti». Piuttosto gli imprenditori, dopo aver scoperto i mercati esteri come sbocco per i loro prodotti, ora vogliono investirvi direttamente, avvicinando i segmenti di produzione e vendita. Le case automobilistiche sono attratte dagli Stati Uniti dove, a dispetto delle bizze politiche dei repubblicani, il settore privato sembra aver superato con brillantezza la crisi. Volkswagen ha inaugurato già nel 2011 una sua fabbrica a Chattanooga, nel Tennessee, dove sforna la Passat-America, la Daimler sposterà nel 2014 una parte della produzione della Mercedes classe C a Tuscaloosa, in Alabama, mentre la Bmw già costruisce la maggior parte dei suoi modelli fuoristrada nello stabilimento di Spartanburg, in South Carolina, per il quale è previsto un ampliamento. La stessa casa bavarese punta anche più a sud, in Brasile, dove presto entrerà in funzione una nuova fabbrica e ingrandirà quella di Shenyang in Cina. Le cause che concorrono al fenomeno alla delocalizzazione tedesca sono diverse. Il minor costo del lavoro (anche statunitense) è certamente uno dei principali, così come l’aumento dei costi energetici dovuto all’incerta gestione della transizione dal nucleare alle fonti rinnovabili. Ma a preoccupare di più gli imprenditori sono le fosche previsioni per lo stato di salute dell’Europa. La politica di austerità, imposta dal governo liberal-conservatore di Angela Merkel per risolvere la crisi dei debiti pubblici, si ritorce come un boomerang contro la stessa economia tedesca: il calo del potere d’acquisto in tutta l’eurozona abbatte la domanda di beni, compresi quelli tedeschi, e i timidi annunci di ripresa non sono robusti abbastanza da giustificare nuovi investimenti. Così è meglio andare dove l’economia cresce e i mercati rispondono all’offerta, portandoci non solo i prodotti ma anche le fabbriche per costruirli.

Intanto crollano gli investimenti diretti dall'estero in Germania. Dal 2007 al 2012 sono scesi da 58,6 a 5,1 miliardi di euro. 

Uno sbilanciamento accentuato dal fatto che la Germania è diventata meno appetibile non solo per i capitani d’industria locali ma anche per quelli stranieri. Dal 2007 al 2012 gli investimenti dall’estero sono precipitati da 58,6 a 5,1 miliardi, nei primi sei mesi di quest’anno sono crollati ancora ad appena 800mila euro. L’ultimo colpo è arrivato da Amazon: nella sua strategia di consolidamento in Europa, Jeff Bezos ha scelto la Polonia come nuova base di espansione.

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