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CROAZIA-UE, ATTRAZIONE POCO FATALE

Ancora due lustri fa, l'Unione Europea deteneva nei Paesi dell'Europa dell'Est una sorta di riserva di fiducia cui attingere per corroborare il progetto della casa comune. Se i vecchi Paesi occidentali mostravano segnali di stanchezza, a oriente la prospettiva dell'ingresso nel club esclusivo di Bruxelles suscitava entusiasmi in un futuro migliore. Fu festa grande nel 2004, quando 10 nuovi membri (8 dei quali appartenenti all'ex blocco sovietico) ingrossarono la carovana europea. Qualche fuoco di artificio in meno salutò tre anni dopo l'arrivo di Romania e Bulgaria: ma almeno a Bucarest e Sofia il salto del guado venne interpretato come la fine di un lungo periodo di dipendenza e miseria.

Oggi la situazione è diversa: l'Ungheria è sfiancata dal declino economico e dalle turbolenze politiche, in Repubblica Ceca l'euroscetticismo ha a lungo albergato nelle stanze del Castello presidenziale e perfino la ridente Polonia tentenna di fronte all'opportunità di adottare la moneta unica. Ma è con l'ingresso della Croazia, programmato per il 1° luglio 2013, che per la prima volta un Paese si appresta a portare nell'Ue un carico di sfiducia pari a quello di chi già fa parte dell'avventura.

Il voto per i deputati europei, con cui il 14 aprile i croati hanno scelto la propria rappresentanza politica nell'assemblea di Strasburgo, è stato un segnale di allarme: bassa percentuale di votanti, sconfitta per i partiti di governo, vittoria delle opposizioni e successo per la formazione populista guidata da Ruza Tomasic. «E il tentativo del governo di minimizzare l'esito elettorale europeo non è una buona reazione», ha commentato l'austriaco Standard, quotidiano sempre molto attento alle dinamiche politico-economiche nei Balcani, «perché segnala un generale disinteresse verso Bruxelles e rafforza la posizione di coloro i quali accusano che i passaggi del Paese sulla strada per l'Europa vengano intrapresi senza tener conto delle opinioni dei cittadini».

L'Unione Europea si profila sempre più non come l'approdo da sempre atteso per chiudere definitivamente la pagina della guerra civile e consolidare il processo democratico avviato dal dopoguerra, ma come una scelta elitaria che non promette nulla di buono. «A due mesi e mezzo dall'ingresso, la Croazia si mostra scettica e attendista», ha proseguito lo Standard, «anche per gli sviluppi della crisi economica nei Paesi vicini, come l'Ungheria, la Slovenia e l'Italia. Tra l'opinione pubblica nessuno crede che le politiche di Bruxelles solleveranno il giovane Stato balcanico dalle miserie quotidiane».

La commissione europea ha valutato in ordine i fondamentali politici, economici e giuridici del futuro ventottesimo membro, nonostante negli ultimi mesi fosse cresciuto lo scetticismo della Germania, uno degli sponsor della prima ora dell'indipendenza croata prima, e della sua membership Ue poi. L'economia, dopo un boom sostenuto per buona parte degli anni Duemila, ha rallentato, subendo poi di riflesso anche la crisi dei vicini più ricchi, gli sloveni innanzitutto. Gli investimenti maggiori sono stati indirizzati nelle banche e nei servizi del terziario, settori che non hanno generato migliramenti della produttività né hanno portato nuove tecnologie. Gran parte dell'economia domestica è orientata al turismo, mentre manca la produzione di beni con i quali conquistare i mercati internazionali. La Croazia avrebbe bisogno di più robusti investimenti dall'estero per rafforzare le sue strutture imprenditoriali ancora troppo gracili, ma gli economisti dubitano che questo accadrà, data la persistenza della crisi nel continente: il deficit di bilancio al 5,8% del prodotto interno lordo è troppo alto e rende l'economia croata vulnerabile. Gli stessi esperti europei hanno avvertito Zagabria di non attendersi alcun boom successivo all'ingresso nell'Ue, come quello di cui hanno beneficiato in passato altri Stati est-europei.

Economisti interni come Vladimir Cavrak, professore all'università della capitale, temono che l'impreparazione complessiva del Paese all'impatto con l'Ue possa al contrario generare disorientamento e shock negativo. A suo avviso, la situazione potrebbe addirittura peggiorare nel primo periodo per il combinato effetto dell'apertura al mercato comune europeo, che proietterà in Croazia i beni prodotti negli altri Paesi membri dell'Ue, e della caduta di esportazioni croate nell'area di libero scambio ex jugoslava, la Cefta: nel primo anno di partecipazione all'Ue, la bilancia import-export della Croazia potrebbe far registrare un calo dello 0,5% sul Pil. Prospettiva condivisa anche da Hermine Vidovic, esperto dell'Istituto per la comparazione economica internazionale di Vienna, per il quale «la cessazione degli accordi Cefta ridurrà la capacità competitiva delle imprese croate nei singoli settori»: un danno che colpirà soprattutto le piccole aziende, che sono la maggioranza, mentre le poche grandi imprese riusciranno a reggere il colpo avendo potuto già delocalizzare la loro produzione in Bosnia-Eerzegovina.