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CROAZIA, SÌ ALL’EUROPA

Senza fanfare e squilli di tromba, i croati hanno deciso di mettere il sigillo all’ingresso del loro Paese nell’Unione Europea, votando in larga maggioranza a favore del referendum confermativo. I dati finali sono chiari: 66% favorevoli, 33% contrari. Il risultato rappresenta il classico bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, sul quale è possibile avanzare interpretazioni differenti, a seconda del lato da cui lo si guarda.

La Croazia conta 4 milioni e 400mila abitanti, ma gli aventi diritto al voto erano 100mila in più, perché nelle antiquate liste elettorali, oltre a doppioni e elettori passati a miglior vita, erano inseriti anche i croati della diaspora. Con una disoccupazione schizzata al 17%, negli ultimi anni molti giovani avevano preso le valige e cercato miglior fortuna all’estero. Il destino europeo del Paese è stato messo anche in mani loro. Ma la percentuale di coloro che si sono recati alle urne è stata bassa: poco più del 43% e i rappresentanti dei movimenti euroscettici, che hanno impegnato mezzi e voce per gridare alla svendita dell’identità nazionale, oggi vorrebbero cantar vittoria, denunciando se non la legalità (perché non era richiesto un quorum) almeno la legittimità del responso e chiedendo la ripetizione del voto.

Ma la bassa affluenza non deve trarre in inganno. Sebbene il referendum non abbia raggiunto neppure la metà degli aventi diritto, nei Paesi che parteciparono a vario titolo all’esperienza del blocco socialista ai tempi della guerra fredda la percentuale dei votanti alle varie tornate elettorali resta tradizionalmente molto più bassa che a occidente. In più i croati, solo un mese fa, sono stati chiamati a rinnovare il loro parlamento, dopo una campagna elettorale lunga e sfibrante. Infine l’Europa, con la sua crisi finanziaria, monetaria e politica, non rappresenta al momento un modello di straordinaria attrazione. I croati sono convinti di aver compiuto un ulteriore passo in avanti, ma sono anche consapevoli che l’ingresso nel club di Bruxelles non risolverà tutti i loro problemi.

Con questi precedenti, che poco più di 2 milioni di elettori abbiano speso qualche ora di una domenica tiepida e soleggiata per mettere una scheda nell’urna, è in fondo un risultato di qualche rilievo. È stato un assenso pragmatico, forse privo di grande passione ma in sintonia perfetta col clima di incertezza che pervade ogni passo attuale delle politiche europee. Affinché la Croazia il 1° luglio 2013 diventi ufficialmente il 28° Stato dell’Unione, mancano ora solo i voti di conferma dei parlamenti nazionali degli altri membri.

«La vittoria dei sì è un punto di svolta della nostra storia», ha detto con enfasi il presidente della Repubblica, il musicologo Ivo Josipovic, l’uomo che incarna il volto moderato ed europeista del Paese. Al netto dell’enfasi, la dichiarazione centra il significato di questo voto. L’adesione all’Ue è stato l’obiettivo finale della Croazia fin dai tempi della dichiarazione d’indipendenza. Un percorso ventennale che il piccolo Paese adriatico ha perseguito non sempre tirando diritto per la sua strada. Dalla disgregazione della Jugoslavia all’ingresso nell’Unione Europea, la Croazia è passata attraverso una guerra sanguinosa e cruenta con la Serbia, il punto più alto del conflitto balcanico che per 10 anni ha insanguinato l’altra sponda dell’Adriatico, lasciando una lunga scia di detriti materiali e morali, passioni nazionalistiche, stragi di civili, case e vite distrutte, rancori rinfocolati. Che nel successivo decennio Zagabria sia riuscita a rimarginare quasi tutto, consegnando alla giustizia dell’Aja il criminale di guerra Ante Gotovina e aprendo diplomaticamente le porte anche all’ex nemico serbo, è più di un miracolo.

Il voto di domenica 22 gennaio ha sancito lo strappo definitivo dal cordone ombelicale balcanico e aperto al Paese quel destino europeo a lungo inseguito. «È un chiaro segnale inviato all’intera regione del Sudest europeo», hanno scritto il presidente della commissione europea José Manuel Barroso e quello dell’Ue Herman Van Roumpy in una nota congiunta, «e dimostra come la membership dell’Ue sia raggiungibile con coraggio politico e incisività delle riforme». Sono momenti decisivi per l’Unione Europea. Il suo futuro si gioca infatti su due tavoli: quello finanziario, dove sarà necessario trovare gli strumenti efficaci per evitare il collasso degli Stati membri indebitati e della moneta unica e quello politico, con la scommessa della nuova – e forse ultima – ondata di allargamento in quelli che burocraticamente vengono definiti Balcani occidentali. L’ultimo lembo d’Europa ferito che va dalla Serbia all’Albania, passando attraverso le terre di Bosnia, Kosovo, Macedonia e Montenegro. In attesa di sciogliere poi, una volta per tutte, il nodo della Turchia.

La Croazia dunque come esempio. In politica estera, Zagabria non sfuggirà da un giorno all’altro agli obblighi balcanici che le impone la carta geografica. Il suo atteggiamento verso la Serbia sarà la cartina di tornasole della scommessa che oggi Bruxelles ha giocato sul tavolo dell’integrazione: seppellire le macerie della guerra e contribuire alla stabilità politica e al progresso economico del quadrante sudorientale europeo.

Nel frattempo la Croazia dovrà rimettere in ordine le cose a casa propria. Negli anni Duemila ha conosciuto un progresso sociale ed economico senza pari che le ha permesso di bruciare le tappe nelle trattative sui dossier comunitari. Lo sviluppo del settore turistico è stato intelligente e straordinario, una miscela di offerta di qualità e prezzi contenuti, che le hanno permesso di fagocitare quote di mercato un tempo detenute da Spagna, Italia e Grecia. Ma negli ultimi tempi l’economia si è fermata e la politica si è incartata in un reticolo di corruzione e torbidezza che è costata cara al partito conservatore al governo, l’Hdz. Il debito pubblico è cresciuto, segno che l’equilibrio fra entrate e uscite è saltato, la crisi del credito ha messo in ginocchio le imprese, la disoccupazione ha tagliato i salari e il settore commerciale sta vivendo una pericolosa contrazione. Trecentomila croati sono senza lavoro, ma se si vanno a guardare le statistiche giovanili, ci si accorge che la percentuale schizza pericolosamente verso il 40%. Così, negli ultimi mesi molti talenti hanno fatto fagotto, attratti dalle sirene suonate dalle vicine Austria e Germania e paradossalmente saranno proprio loro, i croati che lavorano negli altri Paesi dell’Ue, a beneficiare per primi degli effetti di semplificazione burocratica che l’ingresso nell’Unione comporterà.

Le elezioni dello scorso dicembre hanno riportato alla guida una coalizione socialdemocratica, dopo che l’ultimo leader del partito conservatore, Jadranka Kosor, aveva cercato disperatamente di tirarsi fuori dal cono d’ombra degli scandali che avevano mandato in galera l’ex premier Ivo Sanader. Tutto inutile: il combinato di crisi economica e corruzione politica le sono stati fatali, nonostante all’Hdz sia da ascrivere il successo del processo di adesione. Ora le carte sono in mano a Zoran Milanovic, il nuovo primo ministro, leader della coalizione progressista che prende il suo curioso nome Kukuriku da quello di un famoso ristorante di Kastav che faceva da base agli incontri politici. Il nome ha una traduzione semplice, richiama il canto del gallo. L’obiettivo è di suonare la sveglia ai croati. Ma i primi provvedimenti saranno impopolari, tagli pesanti alla spesa pubblica e consolidamento del bilancio. I sacrifici non sono finiti e, anche se da Bruxelles arriveranno i finanziamenti canonici che toccano a tutti i nuovi arrivati, il governo croato non potrà discostarsi troppo dalle politiche di risparmio in voga nella maggioranza dei paesi del Vecchio Continente. Benvenuti in Europa.

(Pubblicato su Lettera43)