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L’incognita croata

Export, dogane, prodotti agricoli. L'ingresso di Zagabria nell'Ue rischia di avere pesanti ricadute economiche sulla Bosnia-Erzegovina.

(Scritto per Osservatorio Balcani e Caucaso)

Partita a scacchi a Sarajevo (Archivio Rassegna Est)
Partita a scacchi a Sarajevo (Archivio Rassegna Est)

di Rodolfo Toè 

Cosa ne sarà della Bosnia Erzegovina quando la Croazia diventerà a tutti gli effetti un membro dell'Unione europea? Le prospettive sembrano non essere troppo rincuoranti. Zagabria rappresenta oggi un importantissimo partner economico per il Paese, ma la situazione potrebbe cambiare drasticamente a partire dal primo luglio, quando la Croazia sarà chiamata a rispettare le normative europee ed entrerà a fare parte, a tutti gli effetti, del mercato unico.

Il rischio è che questo finisca per ripercuotersi negativamente sulle condizioni, già precarie, della repubblica bosniaca. "La Croazia è oggi il più importante partner commerciale della Bosnia Erzegovina", spiega a a Osservatorio Igor Raven, analista alla Camera di Commercio Estero di Sarajevo. Nel 2012, le esportazioni verso la Croazia rappresentavano il 15,4% del totale, mentre le importazioni dalla Croazia ammontavano a circa il 19% del totale. "Quando la Croazia entrerà nell'Ue", secondo Raven, "dovremo sicuramente far fronte a una sensibile riduzione delle nostre esportazioni, in particolare nel settore agricolo. I prodotti bosniaci, dal primo luglio, dovranno rispondere alle normative comunitarie per gli alimenti. Abbiamo pochissimo tempo per trovare una soluzione, ma finora poco o nulla è stato fatto al riguardo".

Posti di dogana

La questione non è d'importanza secondaria. I prodotti agricoli rappresentano circa il 70% del totale dell'export bosniaco in Croazia. Le difficoltà riguardano da un lato la rigida legislazione comunitaria, dall'altro le infrastrutture necessarie a consentire il transito dei prodotti. Al momento, in effetti, esistono solo due posti di dogana abilitati al passaggio dei prodotti agricoli tra Croazia e Bosnia Erzegovina: quello di Bosanska Gradiska, a nord di Banja Luka, e quello di Metkovic, qualche decina di chilometri a sud di Mostar. Troppo pochi, evidentemente.

Una terza dogana dovrebbe essere organizzata a Bihac: la sua realizzazione, però, è in gran parte ancora sulla carta, e probabilmente non riuscirà ad essere resa operativa entro il fatidico primo luglio. Sarajevo ha cercato di ottenere qualche concessione, ma i negoziati non hanno dato i frutti sperati: la Bosnia Erzegovina, nei colloqui con Zagabria e la Commissione Europea, ha richiesto almeno sette punti di passaggio per i propri prodotti. Ma i suoi interlocutori non si sono dimostrati d'accordo con questa soluzione. Troppo costosa, soprattutto per l'UE, che su questo capitolo di spesa ha già iscritto 19 milioni di euro a titolo di "assistenza tecnica".

I lavori di adeguamento delle dogane procedono così molto a rilento. Le autorità di Bosnia Erzegovina, lasciate a se stesse, non dispongono delle capacità materiali per provvedervi autonomamente. Secondo la legislazione europea, i punti di frontiera dovrebbero essere operativi almeno sei mesi prima dell'ingresso della Croazia nell'Unione europea: per la Bosnia Erzegovina, quindi, è già troppo tardi. "Il Paese in questo momento ha un ritardo notevole nell'adeguamento alla normativa comunitaria", ha ammesso in settimana Mirko Sarovic, ministro per il Commercio Estero e per le Relazioni Economiche. "Tuttavia - ha aggiunto - questo distacco è recuperabile nell'arco di qualche mese, di certo non stiamo parlando di anni".

Basta il bicchiere mezzo pieno?

Ci saranno, questo è vero, anche degli effetti positivi per la Bosnia Erzegovina grazie all'ingresso della Croazia in Unione europea. Alcuni prodotti croati che in questo momento godono di un certo trattamento preferenziale nel mercato bosniaco (latte, carne, sigarette) vedranno aumentare i propri prezzi e questo non li renderà più competitivi, stimolando così la produzione domestica. Alcune imprese croate, inoltre, potrebbero essere disposte a delocalizzare la propria produzione in Bosnia Erzegovina. Infine, il rispetto della legislazione comunitaria, se da un lato renderà più difficile per Sarajevo rispettare gli standard qualitativi imposti sulle proprie esportazioni, dall'altro significherà la fine delle accise attualmente imposte da Zagabria su di esse: gli standard europei sono difficili da raggiungere, ma una volta rispettati non esistono altre limitazioni all'ingresso di prodotti "non comunitari".

"La cosa paradossale", ha dichiarato recentemente all'agenzia FENA il presidente della Camera di Commercio della Federazione di Bosnia Erzegovina, Jago Lasic, "è che gli accordi sarebbero pensati per favorire soprattutto il nostro Paese. Una volta che la Croazia diventerà parte dell'Unione Europea, potremmo esportare i nostri prodotti senza più barriere economiche all'entrata. I soli vincoli sono quelli relativi al rispetto degli standard comunitari".

Latte bosniaco

Resta da capire se questi benefici saranno tali da controbilanciare gli aspetti negativi che l'ingresso della Croazia in UE avrà per la Bosnia. Ma verosimilmente guardare al bicchiere "mezzo pieno" non sarà sufficiente. Alle condizioni attuali, anzi, le conseguenze potrebbero essere potenzialmente distruttive per l'agricoltura del Paese e per quelle imprese bosniache che dipendono enormemente da Zagabria, e che rischiano seriamente di fallire. Se la Bosnia Erzegovina non riuscirà a istituire una rete di controlli sufficientemente adeguati alle normative europee, non potranno più venire esportati tout-court prodotti quali latte, uova, miele e carne, che costituiscono la spina dorsale del commercio bosniaco con la Croazia: in particolare il latte e i prodotti caseari sono tra i pochi prodotti che rappresentano un saldo commerciale positivo per la Bosnia Erzegovina.

"Sicuramente il Paese il primo luglio non sarà in grado di vendere i propri prodotti in Croazia", osservava il quotidiano Nezavisne Novine a inizio febbraio. "Molto probabilmente non se ne parlerà proprio fino al primo gennaio 2014, sempre a condizione che tutti i problemi siano risolti. Se ci basiamo sulle tempistiche che sono servite finora agli altri candidati, solitamente occorrono sei mesi a partire dal momento in cui la missione dell'Ufficio Veterinario e dei Prodotti Alimentari della Commissione Europea dà il suo benestare alla produzione di un Paese. Ebbene la Bosnia Erzegovina, allo stato attuale delle cose, da questa missione non ha nemmeno ricevuto una visita".

Data la situazione complicata per l'economia bosniaca, il commissario all'Allargamento Stefan Fule ha proposto una misura che dovrebbe fungere da compromesso temporaneo: le merci bosniache ritenute idonee potrebbero utilizzare il porto di Ploce: i prodotti, questo il progetto, raggiungerebbero Ploce attraverso dei camion sigillati, fatti uscire dal Paese attraverso il valico di Metkovic. L'escamotage, per quanto discretamente funzionale, resta comunque un palliativo temporaneo: per risolvere la questione, saranno necessari interventi ben più significativi.

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