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Varsavia non è Stoccolma

Quattro giorni di protesta sindacale contro le recenti riforme del governo Tusk mettono in luce come Varsavia, nonostante i grandi progressi degli ultimi anni, ha ancora molta strada da fare. E forse, a livello mediatico, il racconto del paese è stato a tratti un po' troppo lusinghiero. 

(Scritto per Europa)

Polonia, Varsavia (Archivio Rassegna Est)
Polonia, Varsavia (Archivio Rassegna Est)

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di Matteo Tacconi

Fino a un po’ di tempo, nel racconto dei media, era stato l’unico socio comunitario – assieme alla corazzata tedesca – che aveva retto bene l’urto della crisi, senza registrare cadute verticali del Pil, proteste sociali e instabilità politica.

Ma i quattro giorni consecutivi di agitazioni sindacali della scorsa settimana, culminati nella grande manifestazione tenutasi a Varsavia sabato (qui il video), hanno squadernano una realtà più complessa e frammentata di quella narrata fino a ieri. Tra i meandri della società polacca serpeggiano malcontento e preoccupazione. Oltre a una crescente sfiducia nel governo di Donald Tusk, l’unico primo ministro, dall’89 a oggi, a essersi confermato due volte di fila alla guida del paese.  

Le riforme dure di Tusk

Ci sono due modi di leggere le notizie che arrivano da Varsavia. Il primo è stare appresso alle parole d’ordine della protesta, chiamata e coordinata da Solidarnosc, sindacato che affonda le radici nelle storiche lotte degli anni ‘80, ma che – a scanso di equivoci – non è che il riflesso del grande movimento che fu. Lungo la strada ha perso diversi pezzi (qualche anno fa persino Lech Walesa è entrato in rotta di collisione con l’attuale leadership), finendo con il diventare un normale sindacato. Battagliero, in ogni caso, come s’è visto la scorsa settimana.

Vertici e militanti di Solidarnosc, assecondati da altre sigle sindacali e dai cittadini, hanno puntato l’indice contro alcuni recenti provvedimenti dell’esecutivo, bollati come iniqui. Su tutti l’introduzione dell’orario flessibile sui posti di lavoro (secondo le imprese è utile a mantenere la competitività) e la riforma delle pensioni dell’anno scorso, che ha innalzato di due anni – da 65 a 67 – l’età pensionabile.

Nelle ultime settimane, inoltre, il gabinetto Tusk ha nazionalizzato i fondi pensione privati. Una mossa spiazzante, che replica quella, a suo tempo criticatissima, fatta dal primo ministro ungherese Viktor Orban. Anche in questo caso la ratio è stata la necessità di tenere sotto controllo il debito pubblico.

Queste decisioni sono il frutto di un 2012 non certo facile, che ha visto una flessione economica tenuta inizialmente nascosta dall’effetto firewall alimentato dagli europei di calcio, forieri di entusiasmo e orgoglio. Il reddito pro capite – dati Fmi – è calato dai 13341 del 2011 ai 12538, il Pil è passato dal 4,3 al 2% e la disoccupazione è salita di quasi un punto percentuale, assestandosi al 13%. Il governo, da parte sua, ha accusato una discreta erosione di consenso, certificata dai sondaggi. Se si votasse domani la Piattaforma civica (Po) di Tusk, formazione centrista, rischierebbe seriamente di cedere il passo a Legge e Giustizia (PiS), partito populista guidato dall’ex primo ministro Jaroslaw Kaczynski, fratello gemello dell’ex capo di stato Lech, defunto nel tragico incidente aereo del 2010. Le proteste dei giorni scorsi si inseriscono in questa cornice.

Un occhio al lungo periodo

Tuttavia le riforme salate sfoderate da Tusk vanno analizzate – ecco l’altra lettura – non solo alla luce delle proteste di questi giorni. I polacchi, davanti alla battuta d’arresto dell’economia, hanno subito guardato avanti, focalizzandosi sul medio e lungo periodo. Diversi analisti ritengono che i provvedimenti su pensioni e orario flessibile siano uno stimolo doloroso, ma necessario alla ripresa, che già inizia a intravedersi. Il Pil, che anche nel 2013 rallenterà (1,3%), dovrebbe tornare a crescere in media di tre punti l’anno nel periodo 2014-2017. Il debito pubblico, che in base al dettato costituzionale non può sfondare il tetto del 60%, dovrebbe invece scendere di due punti, dall’attuale 55%.

Al tempo stesso i polacchi hanno realizzato, sulla scorta del rallentamento in corso, che l’economia nazionale è troppo vincolata all’andamento complessivo di quella dei grandi dell’Ue. Se il loro ritmo rallenta, anche quello della Polonia, legata agli investimenti occidentali, ne risente.

È così che in questi ultimi tempi Varsavia ha speso molte energie nell’aprire nuove rotte commerciali, alternative ai mercati europeo-occidentali, dove la domanda, come noto, è in contrazione. L’export è stato reindirizzato sulla Russia e sull’area post-sovietica, così come sul Golfo e sull’Asia orientale.

Ma la Polonia non è la Svezia

In questi anni il paese ha camminato con la schiena dritta, grazie all’ottimo utilizzo dei fondi Ue, alla voglia di fare e ricostruire, all’energia dell’emigrazione di ritorno, alle misure finalizzate a calamitare investimenti, a una politica estera ambiziosa che ha accresciuto il peso di Varsavia nell’Ue e a quello che, malgrado le stoccatine dell’Economist, è stato il buongoverno Tusk. Questi successi non vanno dimenticati.

Comunque sia la Polonia non è la Germania, né tanto meno la Svezia. C’è tanta altra strada da fare in termini di welfare, infrastrutture, equilibri regionali (l’est polacco è decisamente più povero del resto del paese). Le proteste targate Solidarnosc infilano il dito anche in queste piaghe.

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