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Cadrà anche Putin?

Crolla il rublo, cala il prezzo del petrolio, scende il Pil. La Russia vacilla. Lo zar resisterà al comando? 

(kremlin.ru)
(kremlin.ru)

di Stefano Grazioli
Scritto per Lettera 43

Le questioni non sono legate direttamente, ma è ovvio con un economia in grande difficoltà anche il Cremlino non può dormire sonni tranquilli. L’ultimo colpo è arrivato con Standard & Poor's, che ha abbassato il giudizio sul debito russo a BB+ da BBB-, spazzatura insomma, confermando le peggiori valutazioni delle agenzie di rating su Mosca negli ultimi tre lustri. Anche Fitch e Moody’s hanno già rivisto i loro pareri su diversi indicatori e la Russia, pur rimanendo allo status di investment grade, con un altro scivolamento verso il basso delle due grandi agenzie si ritroverebbe ad affidabilità zero.

Vladimir Vladimirovich in realtà non pare preoccuparsi troppo: l’opinione a stelle e strisce è considerata sempre meno rilevante, soprattutto dopo che è stato lanciato il progetto di Ucrg (Universal Credit Rating Group), la prima agenzia a trazione russo-cinese, fondata nel 2013 a Hong Kong e che dovrebbe iniziare la sua attività a breve, come confermato in questi giorni da RusRating, il gruppo russo che con quello cinese Dagong e l’americano Egan Jones vuole spezzare il monopolio delle Big 3 che detengono in sostanza in 95% del mercato. A parte però la differente prospettiva sulle opinabili valutazioni e il loro inevitabile contenuto politico, è vero che la Russia non naviga in buone acque: i dati attuali della Banca mondiale parlano chiaro e se l’anno passato si è chiuso in recessione, è vero che il 2015 sarà peggio.

Le previsioni di crescita sono state appena riviste in negativo da -1,5% a -2,9%, il destino del rublo è ancora incerto, come quello dei prezzi del petrolio che se non riprenderanno a salire almeno nel medio periodo potrebbero causare molti più danni di quelli già fatti. Nella congiuntura sfavorevole si inseriscono inoltre le sanzioni occidentali che stanno contribuendo ad aggravare problemi strutturali esistenti. La crisi ucraina dal punto di vista economico si è riflessa negativamente sulla Russia, isolata dall’Occidente e sotto pressione con la spada di Damocle di nuovi provvedimenti ristrettivi se nel Donbass si assisterà a una nuova escalation. Diverso è però sul piano politico interno, dove Putin, proprio come conseguenza degli eventi a Kiev da un anno a questa parte e della reazione di Unione Europea e Stati Uniti nei confronti di Mosca, è sempre più saldo al comando.

Basta dare un’occhiata ai numeri del Levada Center, centro di ricerca sociologica non certo sospettabile di parzialità visto che è finanziato dagli Usa, che attestano al presidente russo un grado di approvazione del 85% (dicembre 2014), quando prima della crisi ucraina era al 61% (novembre 2013). La Russia in questi mesi di crisi si è stretta intorno al suo presidente ed è un errore credere che le cifre siano il risultato della propaganda delle reti televisive controllate dal Cremlino. Resta però da vedere quanto a lungo questo abbraccio potrà essere mantenuto: Putin parte dal vantaggio che per il momento non ci sono alternative, come confermato sempre dal Levada Center, secondo cui il 55% dei russi alle elezioni del 2018 vorrebbe vedere ancora Vladimir Vladimirovich nelle stanze del Cremlino (il 18% vorrebbe qualcun altro). Per ora il 68% dei russi non ha intenzione di scendere in piazza a protestare, il 24% potrebbe anche farlo.

Sul breve periodo, anche nel peggiore degli scenari economici, il sistema Putin dovrebbe quindi tenere senza troppa difficoltà grazie alle riserve accumulate nel passato. Più complicato sarà invece se la crisi sarà prolungata e nei prossimi 5-10 anni non verrà fatto nulla per combattere la stagnazione. Al di là dei sondaggi, al momento non si vede davvero nessuna alternativa reale: l’opposizione interna è marginalizzata, quella esterna non esiste. Personaggi come Alexei Navalny sono popolari a Mosca e godono della visibilità sui media occidentali, ma nella Russia che arriva sino al Pacifico contano come il due di picche. Putin sta spostando il baricentro della politica interna e estera verso oriente, oltre gli Urali e verso la Cina. Vladivostok e Pechino conteranno sempre di più per il Cremlino e per la Russia intera che nel 1998 ha toccato il fondo dichiarando il default e per cui i venti di crisi di oggi assomigliano più a una brezza che a un vero uragano.

1 pensiero su “Cadrà anche Putin?

  1. fausto

    "...L’ultimo colpo è arrivato con Standard & Poor’s, che ha abbassato il giudizio sul debito russo a BB+ da BBB-, spazzatura insomma..."

    Pensa, con un debito pubblico che è si e no il 10-12% del pil si beccano simili giudizi. Chissà come bisognerebbe valutare il debito di noi italiani allora.

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