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La crisi a palazzo, la ripresa del Pil

A Praga si andrà al voto il 25 e il 26 ottobre. Favorite le sinistre, ma il presidente Milos Zeman punta a un ruolo sempre più decisivo nel sistema. Il paese, intanto, esce dalla recessione. Sullo sfondo, l'ipotesi di un asse ceco-russo a livello politico-economico. Il punto della situazione.  

Milos Zeman all'inaugurazione presidenziale (Hrad.cz)

Si chiude con la convocazione del voto anticipato una delle parentesi politiche più pasticciate della storia ceca. Tutto è cominciato con la caduta del governo di centrodestra guidato da Petr Necas, a giugno. A determinarla è stato uno scandalo su corruzione e abuso di potere che ha visto nella sua più fidata collaboratrice, Jana Nagyova, la grande protagonista. La magistratura ceca ha accertato che la Nagyova, ritenuta peraltro la presunta amante dell'ex primo ministro, avrebbe offerto poltrone a parlamentari ribelli del Partito civico-democratico (Ods) di Necas, la forza principale della coalizione di centrodestra. Oltre a questo, la Nagyova, che è stata arrestata e poi rilasciata lo scorso luglio, ha fatto spiare la moglie di Necas, Radka, assieme a due dipendenti dell’ufficio del governo, senza chiederne l’indispensabile consenso del ministro della Difesa.

Zeman a gamba tesa

La fine ingloriosa di Necas, che pur negando di essere a conoscenza delle manovre della Nagyova è stato costretto alla dimissioni da questa brutta storia, ha offerto al nuovo presidente della repubblica, Milos Zeman, insediatosi a marzo, la possibilità di assumere le redini della situazione e dare seguito a quanto in fin dei conti tutti s'aspettavano: un intervento a gamba tesa.

Zeman, infatti, scontentando sia l'Ods che il Partito socialdemocratico, di cui è stato a lungo membro prima di fondare il Partito dei diritti civici (Spoz), ha incaricato Jiri Rusnok, già ministro delle finanze nel 2001-2002 al tempo del governo Zeman, di formare un esecutivo tecnico, capace di traghettare il paese fino al voto, previsto nel 2014. Peccato che Rusnok non abbia avuto la fiducia parlamentare.

L'incarico a Rusnok è stato visto sia da destra che da sinistra come un tentativo, da parte di Zeman, di interpretare estensivamente il mandato presidenziale. In effetti sembra che Zeman non abbia affatto intenzione di limitarsi a un ruolo notarile, forte del fatto che la sua presidenza ha una legittimazione popolare. L'elezione del capo dello stato, a gennaio, è stata la prima, nella storia della Repubblica ceca, avvenuta per via diretta. Secondo gli analisti l'inquilino del Castello, uomo noto per protagonismo e fame di potere, vuole diventare il mattatore principale della politica ceca, dando alla presidenza un ruolo assolutamente centrale nell'assetto politico del paese.

La caduta del governo Rusnok, una sorta di rischio calcolato, lo agevolerebbe. Questo perché da qui al voto i provvedimenti di ordinaria amministrazione verranno promossi proprio dal governo Rusnok, che essendo a natura tecnica e non avendo avuto la fiducia del Parlamento, fa rapporto esclusivamente al capo dello stato, che da parte sua può dare un'impronta ultra-presidenziale a questo scorcio di legislatura, ponendo le basi per confermarla, tramite prassi o riforme, dopo le elezioni.

Più a sinistra?

Il progetto di Zeman dipenderà in sostanza da come andrà il voto. Appare scontato che a vincere sarà il Partito socialdemocratico e al tempo stesso già da ora è chiaro che non riuscirà a governare da solo. La prima ipotesi è un'alleanza con i comunisti. Stando ai sondaggi i due partiti potrebbero ottenere i seggi decisivi per governare. Ma un simile binomio sarebbe malvisto dai mercati e spaventerebbe gli investitori, visto il programma dei comunisti, che punta a innalzare le tasse sui grandi redditi e sui profitti delle grandi aziende . Senza contare le ricadute sul piano culturale e storico, visto che la memoria del vecchio regime è ancora abbastanza fresca e i comunisti cechi, sebbene abbiano condannato gli errori dei loro predecessori, sono ancora visti con un po' di sospetto.

L'altra ipotesi è quella di un governo di minoranza, con l'appoggio estero dei comunisti e del Partito dei diritti civici, che dovrebbe entrare in Parlamento. Va da sé che una formula tale darebbe a Zeman un potere di ricatto enorme. Così come l'opzione di una coalizione sinistra-centro composta da socialdemocratici, zemaniani e cristiano-democratici. Ma qui, quanto meno per il momento, si sconfina nell'improbabile.

La partita dell'economia

Recentemente l'economia ceca è uscita dalla recessione, dopo quasi due anni. Il paese dovrebbe crescere di più di mezzo punto percentuale nel 2013, anche se c'è qualcuno che si mostra pessimista su questi numeri. La notizia ha ridato fiducia a cittadini e imprese. Dovrebbe rallegrare anche i mercati, dato che la salute dei conti pubblici è già ottima. In virtù della disciplina fiscale praticata dai precedenti governi il debito è molto basso (45% all'incirca) e all'orizzonte non si intravedono rischi sulla tenuta dell'economia.

Eppure ci sono delle incognite. La prima è legata alle turbolenze politiche in generale e alla possibile alleanza tra socialdemocratici e comunisti, come già detto, in particolare. Essa darebbe maggiore impulso a una politica di aumento della tassazione e della spesa che gli stessi socialdemocratici - senza tuttavia la "foga" dei comunisti - intendono lanciare. La seconda è legata dalla maggiore intensità che si potrebbe registrare nei rapporti con la Russia, in chiave sia economica che politica. Zeman considera Mosca un partner e non un rivale, prospettandone nel lungo termine l'ingresso nell'Ue. Inoltre il braccio destro del presidente, Miroslav Slouf, è ritenuto vicino a lobbisti russi, i quali figurerebbero tra i finanziatori del partito zemaniano.

La creazione di un asse ceco-russo è una lettura che va comunque sdrammatizzata. Primo perché la Repubblica ceca, a differenza della Polonia e dei Baltici, non manifesta grossi timori nei confronti del Cremlino. Si sente sicura, dentro la cornice Nato e Ue. Anche l'ex presidente Vaclav Klaus, tra l'altro, era considerato un buon partner dei russi. In più, non solo a Praga ma in tutta l'Europa centrale si sta (ri)guardando con interesse ai mercati russo e post-sovietici. La crisi globale ha infatti evidenziato quanto i paesi dell'Est siano legati all'economia Ue e all'export, frutto dei grandi investimenti dei gruppi occidentali. Servono altre sponde, in altre parole.

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Un articolo riguardante la partita giocata da Milos Zeman, seppure in forma più breve, è stato pubblicato sul Venerdì di Repubblica il 13 settembre. 

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