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La crisi e la variabile balcanica

Strette tra l'Europa e la Grecia, le economie dell'oltre Adriatico risentono della congiuntura negativa e accusano il colpo. Da Ljubljana a Skopje, una radiografia della non felicissima situazione.

Cantieri navali a Pola (Archivio Rassegna Est)
Cantieri navali a Pola (Archivio Rassegna Est)

di Matteo Tacconi

Tra l’Europa e la Grecia. In mezzo ci sono i Balcani. Tra le infinite discussioni sulla tenuta dell’euro e le peripezie elleniche. In mezzo, rieccoli, i Balcani. Tra una crisi economica seria e un’altra gravissima – se proprio vogliamo ridurre all’osso il succo della storia – ci sono sempre loro, i Balcani. Esposto sia alle fluttuazioni finanziare dell’Ue in quanto tale, sia alla situazione critica di Atene, che negli anni passati ha investito massicciamente nella regione, lo spazio dell’oltre Adriatico non se la passa bene. Proprio no. Risente della contrazione delle rimesse, della concessione limitata del credito da parte degli istituti bancari controllati dai giganti stranieri, della frenata registrata nei commerci e di tante altre variabili. Le variabili di questa sventurata congiuntura.

La Germania, principale investitore comunitario nella regione, non basta a tenere su le economie locali. Una dopo l’altra accusano il colpo. A cominciare dalla Slovenia, l’unica delle piccole patrie ex jugoslave entrata in Europa.

Salvataggio sì, salvataggio no 

Sembrava che Ljubljana avesse tutte le carte in regola. Che la vicinanza con Austria e Italia, nonché un’economia aperta, a tratti apertissima (la Nova Gorica dei casino e del turbocapitalismo è l’esempio più arrembante), avessero messo le ali al paese. Invece no. È di questi giorni la notizia che la Slovenia potrebbe essere il sesto stato dell’eurozona – l’adesione alla moneta unica giunse nel 2007 – a chiedere il salvataggio. Il Financial Times spiega però che l’ipotesi è stata messa artificiosamente in circolo dal primo ministro Janez Jansa, uno dei protagonisti dell’indipendenza del 1991. Costui avrebbe evocato lo «scenario greco» per cercare l’appoggio dell’opposizione sul pacchetto sulla stabilizzazione delle finanze pubbliche. Una mossa politica? In parte sì, sembrerebbe.

Tuttavia la situazione, a Ljubljana, non è buona. Il debito pubblico, al quarantotto per cento, è più che raddoppiato dall’ingresso nell’eurozona. Nel 2012, per la terza volta negli ultimi quattro anni, ci sarà recessione. Poi c’è la Nova Ljubljanska Banka, il principale istituto di credito del paese, che inizia a marciare verso il rosso e registra il rifiuto, da parte dei belgi di Kbc, che ne controllano un buon venticinque per cento, di partecipare alla ricapitalizzazione. Non un bel segnale. Senza contare che il paese non ha un’adeguata ossatura industriale e di Pmi. Forse non s’andrà a fondo, ma recuperare non sarà facile.

Austerity alla croata 

Anche la Croazia, a meno di un anno dal suo ingresso nell’Ue (primo luglio 2013), non va bene. C’è da credere che le nostre banche, Unicredit e Intesa SanPaolo, che lì hanno posizioni dominanti, inizino ad allarmarsi un po’. Zagabria è in recessione da due anni, le imprese falliscono a raffica e la disoccupazione ha superato il quindici per cento. Il governo a trazione socialdemocratica sta sforbiciando di brutto per rimettere in sesto le casse statali, lasciate in condizioni disastrose – così si dice – dal precedente governo conservatore e dai suoi istinti predatori.

Ricordiamo a questo proposito che l’ex primo ministro, Ivo Sanader, è agli arresti (fuggì rocambolescamente in Austria e venne rispedito in patria dai gendarmi viennesi) e presto partirà il processo che lo vede imputato con l’accusa di corruzione.

Un’altra grana è rappresentata dai cantieri navali dell’Adriatico. Veri e propri dinosauri. Che però danno lavoro a migliaia di persone. Quelli di Fiume, i più grandi, sono praticamente già in bancarotta. Il piano del governo è di farli assorbire dalle officine di Pola, le uniche che rimangono in piedi senza aiuti di stato (dal prossimo anno saranno vietati). Il passo successivo è privatizzare il settore. Sperando che ci sia qualche investitore. Intanto, si guarda al tasso di cambio. Se non fluttua troppo la baracca sta in piedi, dice qualche economista.

Serbia, se la Fiat non basta 

La moneta, in Serbia, è molto più ballerina. Già all’inizio del 2010 s’avvertiva il terrore psicologico della quota cento: cento dinari per un euro. Ora il tasso è a 115 e se la moneta non rimane stabile è probabile che l’economia andrà un po’ giù. Con tutto ciò che ne consegue in termini sociali e politici.

Il fatto è che l’alta disoccupazione (siamo intorno al venti per cento) e la frustrazione per una situazione economica che non riesce a decollare, nonostante i tanti investimenti dall’estero, Italia compresa (Fiat in prima battuta), sono tra i motivi che hanno fatto capitolare Boris Tadic e la coalizione moderata alle recenti elezioni, portando alla presidenza il conservatore Tomislav Nikolic e aprendo la strada a un governo socialista-conservatore (l’accordo è in via di finalizzazione), con un’impronta più “autarchica” di quello uscente. Il che può rallentare il dialogo con l’Europa, potenziato nel corso dell’era Tadic.

Occupy Montenegro 

Travagli anche nel vicino Montenegro. C’è una sorta di “Occupy Podgorica” che va avanti da mesi, guidata dalla coraggiosa direttrice dell’ong Mans (Rete montenegrina per l’affermazione del settore delle organizzazioni non governative), Vanja Calovic, che arringa la piazza denunciando – pure la Bbc ha realizzato una bella inchiestona su questo tema – occulte manovre intorno alla Prva Banka. Si tratta dell’unico istituto presente su tutto il territorio nazionale, vero e proprio collettore di tutti gli investimenti che arrivano in Montenegro. La cosa un po’ così è che lo controlla la famiglia di Milo Djukanovic, ex presidente e primo ministro, oggi senza cariche pubbliche ma abile come al solito, così dicono i suoi critici, a tenere la polvere sotto il tappeto.

Accanto alla protesta, ecco la tegola del Kap. È una grande fabbrica di alluminio situata alle porte di Podgorica. L’aveva rilevata l’oligarca russo Oleg Deripaska, ma gli affari erano andati malissimo. Lo stato se l’è ripresa a febbraio, però ha dovuto garantire debiti per 147 milioni di dollari, a fronte di un Pil complessivo (dato 2010) di quattro miliardi e di una situazione economica che non è tra le più felici. Bruxelles, che ha appena stabilito di aprire con il Montenegro i negoziati per l’adesione, tiene d’occhio lo scenario.

2012, fuga da Atene 

Problemi, più o meno accentuati, anche negli altri quattro paesi dei Balcani. La Bosnia è paralizzata dal punto di vista istituzionale. Non fa leggi, non fa nulla. L’immobilità si riflette in economia, con la stagnazione. La Macedonia recede e l’apparato produttivo, molto legato agli investimenti dall’estero, è in uno stato di «profonda anemia». Così scrivono i giornali di Skopje. Infine, Albania e Kosovo. Due nazioni fortemente legate alle rimesse. Con i tempi che corrono in Europa, va da sé che il flusso di quattrini spediti a casa s’è ristretto parecchio. Tant’è che qualcuno decide di tornare in patria, anche senza prospettive. A volte ci si dà al contrabbando e al mercato nero, riporta il sito Balkan Insight.

Sempre meglio, comunque, che restare in Grecia. Quella albanese è la minoranza più consistente del paese ellenico. Negli ultimi vent’anni 700mila shqipetari sono emigrati ad Atene e dintorni. C’era lavoro, c’era prospettiva. Ora i tempi sono cambiati.

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