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L’apnea di Nicosia

A un anno dal salvataggio, come sta Cipro? Non troppo bene: l'economia è sempre in gravissima difficoltà. Anche se il peggio, pare, è passato. I russi continuano a investire. La via delle riforme è molto stretta. 

Nicosia (Jerzy Durczak, Flickr)

Cipro, un anno dopo. Nel marzo 2013, l'isola era stata il quinto paese dell'eurozona (dopo Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo) ad aver fatto ricorso al Meccanismo europeo di stabilità finanziaria. Per la prima volta, al bail-out (ovvero ai crediti concessi dalla Troika) si era accompagnato il bail-in, ovvero il prelievo forzoso sui conti correnti ciprioti di entità superiore ai 100.000 euro, che aveva obbligato i privati a finanziare parte delle perdite di capitale delle banche del paese. Una disposizione che, come sottolineato a più riprese all'epoca, sarebbe poi diventata la regola da seguire nei futuri casi di paesi in difficoltà finanziaria.

Oggi, scrive l'Economist, "anche se l'economia del paese è stata colpita meno del previsto, rimane comunque in terapia intensiva". Nonostante il pregiudizio diffuso nei confronti di un sistema che, si diceva, dipendeva quasi unicamente dal suo essere "paradiso fiscale", in realtà Cipro è stata in grado di assorbire il duro colpo della crisi finanziaria dello scorso anno grazie ad alcuni settori, in particolare turismo e servizi all'impresa, che hanno resistito alla prova meglio di quanto previsto.

L'anno scorso il Pil è crollato di quasi sei punti percentuali, ma è comunque meno del -8,7% inizialmente stimato da Bruxelles. Nel 2014 dovrebbe contrarsi ulteriormente del 4,8%, secondo la Commissione Ue.

Gli investitori stranieri, soprattutto i russi, come racconta questo articolo pubblicato dal New York Times, sono ritornati "più numerosi di prima". Merito del fatto che, nonostante l'innalzamento della tassa sui redditi d'impresa decisa dal governo, la stessa imposta resta comunque bassa, al 12,5%. Bassa è anche quella applicata a Mosca, ma i russi continuano a preferire lo spostamento all'estero dei propri capitali e Cipro è una destinazione privilegiata. Pesa ancora lo scotto della crisi finanziaria e del default degli anni '90. Incide anche una certa sfiducia verso il sistema bancario del paese, un po' opaco.

Se le previsioni economiche per Cipro dovrebbero essere comunque meglio di quanto inizialmente si vaticinava, la situazione della popolazione un anno dopo il salvataggio internazionale non sembra essere in condizione di migliorare, quanto meno nel breve periodo: la disoccupazione è passata dal 14% al 17,5% nell'arco di un anno, arrivando al 19% a fine 2013. Tra i giovani è al 40%. Secondo Eurostat nel paese vivono circa 234.000 persone che sono sotto la soglia di povertà o a rischio di esclusione sociale.

A questo bisogna aggiungere, infine, i problemi della politica. Il parlamento ha approvato lo scorso 5 marzo una legge per attuare le privatizzazioni (delle autorità portuali, della rete telefonica e delle compagnie elettriche) richieste dal piano di salvataggio, per un valore complessivo di 1,4 miliardi di euro. Il provvedimento è stato duramente criticato dall'opposizione, perché non prevedrebbe alcuna protezione per i lavoratori attualmente impiegati in queste compagnie pubbliche. Dopo aver subito diverse bocciature la misura è stata approvata in extremis il giorno prima del termine ultimo stabilito dall'Ue e dal Fmi per riuscire a ottenere la quarta tranche di aiuti finanziari, pari a 236 milioni di euro.

La via delle riforme, però, è ancora lunga, come sottolineato dal presidente Nikos Anastasiades. E la politica potrebbe non avere la forza sufficiente a portarle avanti. Nel parlamento l'adozione di qualsiasi legge è resa problematica dal fatto che nessun partito dispone della maggioranza assoluta. Recentemente i dissidi politici tra governo e banca centrale hanno portato alle dimissioni del governatore Panicos Demetriades, che era in carica da poco più di un anno. Secondo molti, Demetriades è stato costretto a questo gesto a causa delle pressioni dell'esecutivo, nonostante la Banca centrale europea avesse a più riprese chiesto al governo di Nicosia di rispettare l'indipendenza dell'istituto.

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