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La ristrutturazione

I paesi dell'Est si avviano verso la ripresa. Ma con due incognite. La prima è legata alle recenti politiche della Federal Reserve; la seconda dall'erosione del potenziale di crescita,  che impone riforme.

Un cantiere a Bratislava (Archivio Rassegna Est)

Il Fondo Monetario Internazionale dedica uno dei suoi rapporti “Regional Economic Issues” allo stato di salute delle economie dell’Europa centro-orientale e sud-orientale. Sottolineando due elementi. Da un lato i paesi della macroregione Est hanno resistito alle turbolenze dei mesi recenti meglio di altre aree emergenti. Dall’altro si sta erodendo il tasso di crescita potenziale delle loro economie.

A fine maggio la Federal Reserve americana ha annunciato il cosiddetto tapering, cioè la graduale riduzione delle iniezioni di liquidità. Da allora, fino a fine agosto, i mercati finanziari internazionali sono stati soggetti a oscillazioni. Molti paesi emergenti ne hanno subito le conseguenze in termini di fuoriuscita di capitali. Vistoso calo delle borse, instabilità valutaria e dei tassi, aumento del rischio paese sono stati gli elementi più visibili. Anche i paesi dell’Est Europeo ne hanno risentito, sebbene in misura inferiore, come detto, rispetto a quello che si è verificato nel caso di altre realtà.

Fondo monetario internazionale
I redditi dei paesi dell'Est rispetto alla Germania (Fmi)
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In ogni caso, se la volatilità dovesse proseguire o peggio ancora aumentare, ci sarebbero dei rischi sulla ripresa. Non si tratta solo di flussi finanziari, ma di variabili con un innegabile impatto sull’economia reale, che maturerebbero proprio mentre i paesi dell’Est erano sono sul punto di uscire dalla seconda recessione.

Il Fondo monetario internazionale si attende che solo tre paesi della regione (Slovenia, Repubblica Ceca e Croazia) siano destinati a registrare crescita negativa nel 2013. Dato importante, rispetto ai nove paesi che nel 2012 hanno riscontrato una flessione delle loro economie.

Comunque sia le ferite della crisi si fanno ancora sentire. Il debito pubblico è aumentato in maniera significativa negli ultimi anni e questo dà un minore spazio di manovra ai governi. Al contempo, i crediti in sofferenza delle banche sono aumentati in maniera significativa. Ma quello che preoccupa di più il Fondo monetario internazionale è, cosa accennata prima, la riduzione del potenziale di crescita. L’output potenziale, nel gergo degli economisti. Si tratta di quel tasso di crescita che è sostenibile e che non porta a un surriscaldamento dell’economia. In altri termini ancora, è la capacità massima dell’economia di produrre ricchezza.

Il tasso di crescita potenziale è determinato dalla disponibilità di capitale e investimenti, dal lavoro e dalla produttività. In pratica, suggerisce il Fondo monetario, la crescita meno sostenuta che si riscontra a Est non è solo frutto di un andamento ciclico, ma è parte di un fenomeno strutturale che dev'essere contrastato con politiche ad hoc. La crescita potenziale, secondo le stime del Fondo, è calata di parecchi punti percentuali in numerosi paesi della regione (Ucraina, baltici, Russia, Slovacchia, Bulgaria, Romania). E infatti le previsioni di crescita potenziale per il periodo 2013-2017 non superano il 2.5%.

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