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CREMLINO, PUTIN DOPO PUTIN

Senza Putin i BRIC non ci sarebbero, o meglio sarebbero BIC. È infatti nel periodo dei primi due mandati di Vladimir Vladimirovic al Cremlino (2000-2008) che la Russia si è ripresa dal default del 1998 e ha cominciato a correre, complici i prezzi del petrolio, soprattutto nel secondo quadriennio. Stella fortunata per lo Zar. Ma non è stata solo la congiuntura favorevole a giustificare il famoso acronimo coniato dalla Goldman Sachs nel 2001 per raggruppare gli stati che entro il 2050 avrebbero dominato l’economia mondiale.

Putin ha neutralizzato la forza negativa che stava spingendo il Paese verso il baratro e che Boris Eltsin e il potere oligarchico avevano accelerato, arrivando quasi a disintegrare economia e società. Se la Russia é quindi ancora insieme a Brasile, India e Cina lo deve insomma a chi le ha dato la scossa decisiva per rialzarsi. Se lo Stato non fosse stato riorganizzato e riconsolidato, la Russia si sarebbe velocemente sfaldata e sarebbe caduta ancor più in basso, nel caos più profondo, con effetti collaterali ben peggiori di quelli che sono arrivati.

Il prezzo della risalita è stato quello dell’irrigidimento del processo di sviluppo democratico, auspicato soprattutto da una prospettiva occidentale. E il buco nero del Caucaso è rimasto tale. Ma se si dà un’occhiata a quello che pensano i russi, allora anche i valori devono essere relativizzati. Dice il Levada Center (agosto 2011) che la più grande preoccupazione al giorno d’oggi è l’aumento dei prezzi (per l’81% della popolazione), seguito dall’impoverimento (59%), dall’aumento della disoccupazione (40%) e dalla la corruzione (31%). Dopo quasi una ventina di posizioni, alla numero 23, si trova la diminuzione dei diritti civili e delle libertà democratiche (espressione, stampa e via dicendo): solo il 3% dei russi indica questi elementi come i più gravi problemi da risolvere nel Paese. La forbice è dunque evidente. E va spiegata: alla gran parte dei russi non frega niente che gente come Boris Nemtsov non ottenga il permesso di partecipare con il suo nuovo partito alle elezioni parlamentari del prossimo dicembre, importa piuttosto che Vladimir Putin mantenga qualcuna delle promesse che da dato.

Il simbolico passaggio di consegne con Dmitri Medvedev sabato scorso è stato accolto con il solito scetticismo, ma rientra nell’ordine delle cose “alla russa”. Sempre secondo il Levada, oggi come nel 2000, il modello occidentale è rifiutato da circa il 70% della popolazione e quasi l’80% ritiene che ogni Paese debba trovare il suo percorso verso la democrazia. I russi non sono sciocchi solo perché non la pensano come noi: sanno benissimo che l’abbozzo democratico di Eltsin era un trucco, come lo è oggi quello Putin, con la differenza però che se nei primi dieci anno dopo il crollo dell’Urss la pagnotta era dura da portare a casa, oggi le cose sono diverse, nonostante la gigantesca corruzione e mille altre questioni.

In soldoni: la classe media negli anni Novanta non esisteva, sotto Putin è cresciuta e si è allargata ed entro il 2020 potrebbe rappresentare il 40% della popolazione, una percentuale che vale già per Mosca (nelle altre metropoli si aggira tra il 20 e il 30). La ristrutturazione in senso verticale del potere, la crescita dell’economia (stoppata dalla crisi nel 2008-2009, ma in ripresa al 4% nel 2010 e 2011 e prevista analoga per l’anno prossimo) sono andate di pari passo con una trasformazione della società, e quindi dell’elettorato, che rappresenterà la vera sfida per il consenso di Putin nel prossimo mandato e molto probabilmente in quello successivo.

La middle class russa - moderatamente liberale, un po’ europeista e un pizzico nazionalista, allergica alla pesantezza dello stato e della burocrazia e ancor di più alla corruzione – sarà il gruppo che il nuovo presidente dovrà convincere non a parole, ma coi fatti. La tanto sbandierata modernizzazione del Paese, nella prospettiva di “un’Europa da Lisbona a Vladivostock”, dovrà smettere di essere uno slogan da campagna elettorale.

La ricetta al Cremlino è conosciuta: agganciare il motore russo a quello continentale, scambiare proficuamente tecnologie e materie prime, facendo combaciare gli interessi. La Russia ha bisogno del know how occidentale per trasformarsi e scacciare una volta per tutte lo spettro della malattia olandese, l’Europa di nuovi mercati. Il prossimo governo, seguendo questa linea, dovrebbe dare i primi segnali in questa direzione. Vladimir Putin ha poi davanti un periodo sufficientemente lungo per dimostrare in primo luogo ai russi (soprattutto a quella classe media che potrebbe diventare davvero una spina nel fianco), ma anche al resto del mondo (soprattutto a chi pensa che Mosca non possa mai essere un alleato affidabile) che la lunga transizione postcomunista può sboccare in un sistema, diverso, ma compatibile con quelli occidentali.

(Lettera 43)