Vai al contenuto

COVID 19, DIARIO TEDESCO 4

La Germania è di fatto alla terza settimana di lockdown. Asili, scuole e università sono chiuse dal 16 marzo, dal 23 sono in vigore le regole del “social distancing”, le grande industrie girano a scarto ridotto, le attività commerciali riposano, a parte quelle essenziali, e la gastronomia sopravvive, si fa per dire, col take away. A livello regionale ci sono minime differenze, ma a dettare la linea semi-dura, ci ha pensato da Berlino Angela Merkel, che con un occhio all’economia e uno alla popolazione sta cercando di salvare capra e cavoli. I tedeschi, con le eccezioni che anche qui non mancano, paiono essersi abituati ai nuovi ritmi. Gli epidemiologi del Robert Koch Institut che collaborano a stretto contatto con il governo stanno ripetendo ancora in questi giorni che il peggio deve ancora venire e il direttore Lothar Wieler ha evocato nel peggiore dei casi scenari bergamaschi, anche se per adesso tutto è sotto controllo. Ma fra una settimana o due le cose potrebbero cambiare. In peggio. Il condizionale è d’obbligo, visto che nei diversi modelli di previsione le variabili sono molte. Molto dipenderà da come funzioneranno le misure restrittive, il che si vedrà tra la fine di questa e la prossima settimana. La Germania sembra per ora comunque tenere, in attesa dell’onda che prima o poi arriverà.

L’immagine che Berlino ha all’estero, soprattutto in Italia, ai tempi del coronavirs è però molto più esasperata e polarizzata, a seconda che si segua la linea di chi vede nella Germania un modello perfetto da imitare in tutto e per tutto e di chi invece considera i tedeschi l’origine di ogni male, proprio e altrui. E così Angela Merkel è o la mamma che accudisce e salverà tutti i suoi figli oppure l’erede di Hitler che porterà alla disgrazia se stessa e tutto il continente. Si tratta di una narrativa evidente non solo sui social media, ma anche su quelli classici, che volontariamente o meno, si lasciano trasportare più dal tifo da stadio, senza approfondire questioni che solo con piccole verifiche eviterebbero grande confusione.

L’esempio più evidente a proposito di corona e Germania è quello dei numeri. Proprio un settore nel quale non ci dovrebbero essere discussioni, ma le teorie del complotto sono sempre dietro l’angolo, accompagnate dalla massima secondo la quale non è importante come si conta, ma chi conta. Lo diceva una volta Stalin a proposito di elezioni, adesso lo si ripete per le statistiche e i morti. Cioè: i tedeschi starebbero truccando i conteggi e nascondendo cadaveri. A decine di migliaia. Mischiando le vittime dell’influenza con quelli delle polmoniti e fresando quelle di Covid19. La realtà è però che il Robert Koch Institut, fin da gennaio, ha iniziato il conteggio in maniera molto chiara e trasparente, dichiarando nero su bianco i propri metodi e le proprie regole di analisi e rilevazione, mettendo tutto sul proprio sito internet. Sul quale ovviamente da settimane si può leggere che le statistiche calcolano i morti “di” coronavirus” e quelli “con” coronavirus, ovvero con malattie pregresse. Il resto sono teorie complottistiche che servono alla propaganda antitedesca. Questa settimana il numero dei contagiati ha passato le 60mila unità, i morti sono oltre 500.

In aggiunta al metodo di conteggio ci sono anche le questioni più legate alla preparazione tedesca di fronte all’epidemia rispetto ad altri paesi, che vanno dal migliore sistema sanitario (a gennaio si partiva con 28mila posti letto in terapia intensiva contro i 5mila in tutta Italia) alla diagnostica di laboratorio, cioè alla capacità di testare e analizzare in massa. Secondo il Robert Koch Institut si fanno ora mezzo milione di tamponi alla settimana, il che in sé vuol dire poco se non si aggiunge il fatto che sono tamponi analizzati. L’ambulatorio di un medico di base può fare centinaia di tamponi in un giorno, ma se non si hanno i laboratori per analizzarli non serve a nulla. In Germania il sistema, capillare, è attivo da gennaio e proprio grazie alla diagnostica precoce anche il numero delle vittime è rimasto contenuto. Testare tutti comunque è impossibile, non ci sono le capacità materiali. Non sono notizie nuove, bastava ascoltare con attenzione le conferenze stampa quasi quotidiane del RKI da due mesi a questa parte.

Tutto questo non significa però che riducendo la Germania alle statistiche si scopra un paese puro e senza problemi. Cosa che del resto hanno già messo in evidenza Wieler e il virologo Christian Drosten, un altro dei luminari che affiancano il governo Merkel, dato che entrambi hanno sempre ripetuto che la sviluppo della pandemia può avere effetti non completamente valutabili nel momento in cui si parla. Che tradotto vuol dire che se le cose ora vanno bene, domani potrebbero precipitare. E la realtà è appunto che la Germania non è il paese perfetto anche in tempo di crisi e se a grandi linee è pronta per un impatto brutale, qualcosa che non funziona c’è. Eccome. Basti pensare al problema, comune in tutto il mondo, delle mascherine: nonostante si sia sempre stati in anticipo rispetto all’Italia, anche in Germania c’è un notevole impasse che il governo nazionale e le regioni non sono riusciti ancora a supplire. Ambulatori e ospedali denunciano carenze, che per adesso non sono fatali, fra qualche giorno chissà. Lo stesso numero di posti letto intensivi, in aumento di diverse migliaia con gli ospedali in ogni angolo della Germania che si stanno attrezzando, potrà non bastare. Per adesso Berlino ha potuto comunque offrire supporto a Francia e Italia che hanno mandato qualche decina di pazienti in alcune cliniche non ancora sotto pressione. Non operazioni di propaganda, ma aiuti mirati, nel loro piccolo.

Che Berlino non sia in vena di far beneficenza lo si vede nel dibattito sui Coronabond, che però non trova spazio eccessivo in questo momento in cui il paese è concentrato più su se stesso e sulla chiave su come affrontare il breve e medio periodo di crisi e poi la ripresa. I sintomi allarmanti che la crisi è in arrivo sono anche i casi di alcune residenze per anziani dove, nonostante l’ampio margine temporale e le avvertenze, il virus si è diffuso causando stragi (17 morti solo in una struttura di Wolfsburg). Per l’epidemiologo Drosten si tratta solo della punta dell’iceberg e dell’inizio di una nuova fase della pandemia che farà salire drasticamente il numero dei morti in tutta la Germania.