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Condanna post-mortem

Condannato per frode fiscale l'avvocato morto in carcere nel 2009 per mancate cure mediche. Un colpo all'immagine della Russia di Putin, e al tempo stesso un fotogramma del recente rapporto, altalenante, con gli Stati Uniti.

(Scritto per Europa)

Russia, Sergei Magnitsky

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Se non altro, oltre al clima politico bello pesante che ha circondato questa faccenda, dall’inizio alla fine, erano i precedenti a non deporre a favore del nulla di fatto: solo l’un per cento dei processi penali, in Russia, finisce con una sentenza di non colpevolezza. È così, come da pronostico, Sergei Magnitsky è stato condannato per evasione fiscale. A tre anni e una manciata di mesi dalla sua morte. Nella Mosca di Putin, s’è arrivati anche a questo: a un processo al defunto. La suprema corte della Russia ha stabilito che è possibile celebrarlo, per dar modo ai parenti di avere giustizia. Ma tale copertura legale non contribuisce a smussare quello che, da molti, è considerato un vero e proprio scandalo.

Forse il nome di Sergei Magnitsky vi sarà già entrato in testa. Della sua vicenda se ne è parlato. Direttamente, con la cronaca giudiziaria. Oppure indirettamente, dato che l’affaire Magnitsky è la fonte del braccio di ferro che Stati Uniti e Russia stanno ingaggiando da qualche tempo, a colpi di rappresaglie. Gli americani hanno stilato una lista nera di funzionari russi implicati nella morte di Magnitsky, Mosca ha risposto con il bando alle adozioni di orfani russi da parte di cittadini americani e con una crociata contro le Ong che ricevono finanziamenti da Washington.

Ma si sta correndo troppo. È il caso di ricapitolare, a grosse linee, questa storia. Che ha inizio nel 2007. In quell’anno Magnitsky viene incaricato dal suo studio legale di seguire il caso di Hermitage Capital Management, un fondo di investimenti “attivista”. Significa che investe in società russe e ne denuncia al contempo le opacità, allo scopo di migliorarne l’efficienza e di renderle più appetibili sul mercato. E in fin dei conti questo è il problema. Perché a un certo punto, forse perché il fondo è andato a lambire o persino toccare interessi e influenze nelle alte sfere, le autorità di Mosca accusano l’Hermitage Capital Management di frode fiscale e dichiarano persona non grata il suo boss, William Browder, investitore di passaporto britannico e natali americani, nonché nipote dello storico leader comunista statunitense Earl Browder e grande sostenitore di Putin. Almeno fin quando non viene indotto a lasciare la Russia.

Comincia una sfida a carte bollate e Sergei Magnitsky, che scava a fondo e spulcia, scopre che l’accusa di evasione fiscale non è che uno schema bizantino orchestrato da una cricca di burocrati. In tribunale non credono alla sua versione e anzi, Magnitsky viene accusato di frode fiscale e messo in carcere sul finire del 2008. In cella si ammala di pancreatite, ma non riceve cure adeguate. La sua salute peggiora e l’uomo passa a miglior vita a soli 37 anni, nel 2009. L’indagine sulla sua morte ordinata dalle autorità federali non inchioda nessuno alle sue responsabilità.

A Washington seguono il caso e ne rimangono fortemente colpiti. Decidono, pur se portando avanti la tattica del reset button, votata a raggiungere un modus vivendi con la Russia, di dare un segnale sul fronte dei diritti umani (ha inciso anche il fatti che Browder è nato in America). E, come detto prima, scatta la lista nera, con tanto di sanzioni economiche e diplomatiche, nei confronti di un drappello di funzionari russi. Mosca risponde con lo stop alle adozioni, con la pressione sulle Ong e istruendo il processo a Magnitsky. La prima udienza c’è stata a marzo. Insieme al defunto avvocato, è stato processato in absentia anche Browder. Nei suoi confronti è stata emessa sentenza di condanna a nove anni.

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