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Il ribaltone cipriota

La parte greca dell'isola, storicamente più ricca, ricorre al salvataggio Ue. Quella turca, da sempre arretrata, è in piena espansione grazie ad Ankara.

(Scritto per Europa)

Campo profughi per greco-ciprioti nel 1974 (Unhcr)

di Matteo Tacconi

Se esistesse come stato, se fosse riconosciuto come tale, avrebbe il più alto tasso di crescita in Europa, da qualche anno a questa parte. Tra il 2003 e il 2009 l’incremento annuo del Pil è stato del 6,7 per cento, a fronte di una media europea di poco superiore all’1 per cento. Ma Cipro nord, l’entità turca dell’isola mediterranea, è soltanto uno stato de facto, riconosciuto dalla sola Ankara. Le sue performance economiche – in ascesa anche in questi ultimi tre anni e destinate a confermarsi nei prossimi tempi – non vengono registrate a Bruxelles.

Quelle della porzione meridionale cipriota, entrata nell’Ue nel 2004, invece sì. E non sono confortanti. C’è stata crescita modesta nel 2010 e nel 2011 (1,1 per cento e 0,5 per cento rispettivamente), mentre l’anno appena trascorso è stato segnato dalla recessione (-2,3 per cento). Il 2013 sarà addirittura peggiore. Le Winter Forecasts della Commissione Ue, da poco diffuse, indicano che il Pil calerà di 3,5 punti percentuali. C’è da credere che, essendoci un bailout di mezzo – domani il parlamento greco-cipriota vota la misura – e considerando che la Commissione tende sempre alla cautela, il passivo potrebbe appesantirsi.

In ogni caso, l’attuale fotografica delle due Cipro restituisce un ribaltamento di prospettiva che nessuno avrebbe mai immaginato. La parte storicamente più povera, quella turca, figlia dell’invasione dell’esercito di Ankara del 1974, attraversa una fase più che positiva. Quella ricca, la greca, precipita negli abissi della crisi.

Cipro nord, che resta comunque meno prospera del sud, è cresciuta grazia a turismo, banche e liberalizzazioni. Ma hanno contato sopra ogni altra cosa i trasferimenti dalla Turchia.

I motivi del crollo greco-cipriota sono ormai di dominio pubblico. La stagnazione nell’eurozona e l’esposizione al tracollo finanziario di Atene sono le principali cause a monte del piano di varato nei giorni scorsi a Bruxelles. Meno note sono le ragioni dell’ascesa della Repubblica turca di Cipro nord (questo il nome dell’entità), che tra il 2002 e il 2008 ha triplicato la ricchezza pro capite, passata da 4400 a 14mila dollari. Hanno inciso le liberalizzazioni, l’espansione del settore bancario – anche a nord c’è qualche giro losco di riciclaggio – e il boom del settore turistico. Quest’ultimo contava 286mila presenze nel 2003. Nel 2010 ne ha registrate 437mila.

Ma il vero pilastro dell’avanzata di Cipro nord, la cui economia rimane comunque inferiore in termini dimensionali rispetto a quella dell’altro segmento dell’isola, sono i trasferimenti della Turchia. Cipro nord, gravata dall’isolamento internazionale e dai conseguenti embarghi commerciali, ne è stata sempre dipendente. Ora, la Turchia vive probabilmente il periodo migliore dalla sua storia repubblicana, almeno sotto il profilo economico.

Da quando Recep Tayyip Erdogan è salito al potere, nel 2002, il quadro macroeconomico è mutato incredibilmente. In meglio. Se una dozzina di anni fa il paese era in agonia (nel gennaio 2001 crollò la borsa), oggi è la 17esima economia al mondo, ha triplicato il suo Pil e messo in ordine i conti pubblici, attirando flussi enormi di investimenti. Girano soldi, insomma.

La crisi nella parte greca dell'isola potrebbe bloccare i propositi di riprendere il piano per la riunificazione, fallito nel 2004.

Ed ecco spiegata la riscossa della Cipro povera. Che si domanda, proprio in questi giorni, se convenga riprendere il piano del 2004 sulla riunificazione. Fu sottoposto a referendum. Il nord l’approvò, il sud lo respinse. Il nuovo presidente greco-cipriota, Nicos Anastasiades, vorrebbe rilanciarlo. Ma dall’altro lato dello steccato stavolta s’indugia. L’impressione è che si voglia capire l’evoluzione del pasticciaccio finanziario in cui si sono infilati i “cugini”.

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