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CIPRO E IL GAS DI AFRODITE

Cipro potrebbe affondare. Oppure, grazie al miracolo del gas, riemergere presto più solida e felice di prima. Almeno questo vuole far credere. La malandata isola oggi vicino alla bancarotta, con le banche chiuse per paura di una fuga di capitali e i mercati fermi in attesa che si sblocchino gli aiuti internazionali, tenta la carta del riscatto accreditandosi come fonte di energia preziosa per un’Europa sempre più assetata. Il giacimento scoperto nel 2011 vicino alle coste meridionali, chiamato Afrodite in nome della dea alla quale è votata l’Isola, sarebbe infatti una cassaforte di oro blu capace di saziare la sete energetica occidentale per qualche decennio. Tanto che persino Gazprom, il colosso russo pigliatutto, pare interessato a entrare in gioco, magari per poi metterci una pietra sopra o comunque per rallentare il potenziale flusso di gas cipriota verso l’Europa, continuando a spingere quello proveniente da Mosca.

Le voci su un piano B per il salvataggio di Cipro circolate insistentemente il 19 marzo, dunque, includono sì l’intervento del Cremlino, diretto interessato a sorreggere gli investitori russi nel Paese, ma anche quello del gigante statale energetico, pronto a buttarsi su Afrodite. Tuttavia, le speranze rischiano di essere mal risposte. Già, perché i numeri snocciolati da Noble Energy, la società americana che ha scoperto i giacimenti, sembrano un po’ troppo ottimisti: i 5-8 mila miliardi di piedi cubi promessi (un piede cubo è pari a 0,283 metri), infatti, sono tutti da verificare. Uno studio del 2012 del Bundesanstalt der Geowissenschaften, l'Istituto federale tedesco per le scienze geologiche, ha stimato le risorse di gas cipriota in 250 miliardi di metri cubi (per fare un paragone, quelle dell’Italia sono pari a 1.195 miliardi e quelle russe a 207 mila miliardi), ma la Eia (Energy Information Administration) per il 2011 non indica alcun valore confermato.

Solo all’inizio del 2013 è stata costituita una società statale (Kretyk) che ha distribuito licenze a operatori internazionali incaricati delle prime esplorazioni. Afrodite è stato diviso tra gli italiani di Eni, i coreani di Kogas e i francesi di Total: da solo, si dice, il giacimento dispone di 230 miliardi di metri cubi di gas. Ma non è tutto. Nella zona in mano a Total ce ne sarebbero altri 140 miliardi, più un’ancora imprecisata quantità di petrolio. Numeri importanti, secondo alcuni addetti ai lavori addirittura esagerati. Il problema è che per verificarli ci vogliono almeno due anni. E altri ancora prima che il gas cominci a prendere la via dei mercati.
La costruzione del terminal di Vassilikos, i cui costi sfiorano i 7 miliardi di dollari, dovrebbe cominciare nel 2015 e rendere il porto sulla costa meridionale dell’isola uno dei più grandi del mondo per il gas naturale liquido. I piani del numero uno di Kretyk Charalambos Ellinas - che ha affermato che le riserve di Cipro basterebbero a coprire almeno il 10% del fabbisogno europeo - sono ovviamente tutti al condizionale e legati a molteplici fattori che possono stravolgerli.

Non sarebbe la prima volta che le previsioni su un giacimento si rivelano un bluff e difficoltà di vario tipo (ambientali, politiche, eccetera) subentrano a mettere i bastoni tra le ruote a chi ha investito tempo e denaro nel progetto. Basta ricordare gli esempi di Kashagan in Kazakistan o di Shtokman in Russia.
A complicare la questione cipriota, almeno in prospettiva, non sarebbero tanto i problemi tecnici - il Mediterraneo in fondo non è il Caspio settentrionale o il Mare di Barents - quanto quelli politici.
L’isola di Cipro è divisa in due, con la parte nordorientale occupata dal 1974 dalla Turchia, non riconosciuta dalla comunità internazionale, ma de facto indipendente. Oltre ai dissidi con Ankara, cominciati quando Noble Energy ha iniziato le perforazioni esplorative con il ministro dell’Energia Taner Yildiz che ha parlato di provocazione e minacciato di mandare un paio di motovedette con i cannoni per fermare il tutto, altri screzi potrebbero nascere con i Paesi limitrofi. Afrodite confina direttamente con il giacimento israeliano di Leviathan e solo nel 2010 è stata stabilita la linea di confine tra i due Paesi. Ma la Turchia non la riconosce. Anche il Libano ha tentato di far valere le sue ragioni in una zona, il cosiddetto triangolo energetico del Mediterraneo, che solleva al momento molte speranze, ma su cui pesano altrettanti dubbi.

(Lettera 43)