Vai al contenuto

Cicatrici da Lehman Brothers

Cinque anni fa il crollo del colosso finanziario. Sono 27 i paesi con un'attività economica ridotta, rispetto a quella pre-crisi. Tra questi alcune nazioni dell'Est.  Un'analisi, di bilancio e prospettiva. 

Le prime pagine, tutte uguali, di alcuni giornali Usa
dopo il crollo di Lehman Brothers. (forum4editors.com)

Il 15 settembre ricorre il quinto anniversario del crack di Lehman Brothers, che ha segnato l’inizio della recessione globale più significativa dal 1929. Ancora oggi l’economia del pianeta risente di quegli eventi. Il 2008, per certi versi, è stato indimenticabile.

Si dibatte ancora sulle cause della crisi: troppa accondiscendenza verso Wall Street e la finanza, manager avidi o per lo meno poco accorti, l’abolizione del Glass Steagal Act che separava le banche commerciali dalle banche di investimento, regole labili e così via. Curiosamente vi è stato solamente un condannato. Si tratta di Fabrice Tourré, un giovane trader francese di Goldman Sachs. Molte delle riforme considerate necessarie giacciono ancora nei cassetti o comunque non sono state ancora messe in atto, da Basilea III alla Tobin Tax.

Al di là dei presunti colpevoli o dei buoni e cattivi, quel che è certo è l’effetto deflagrante che la crisi ha avuto su tutte le economie del globo e l’impatto sulla vita quotidiana per le persone. Ben 27 paesi al mondo hanno attualmente livelli di attività economica al di sotto di quelli del 2008. Cinque anni non sono bastati a rimarginare le ferite. Tra questi "malati" vi sono la Grecia e l’Italia, l’Irlanda, la Spagna e il Portogallo.

V, W, L. L'alfabeto della crisi

Nel 2009, quando si intravedevano dei segnali di miglioramento dell’economia, il dibattito vedeva da un lato i sostenitori della "ripresa a V" (relativamente rapida grazie agli stimoli senza precedenti messi in atto dalle banche centrali), opposti a coloro che vedevano i trend futuri disegnati a forma di "W" (cioè una ripresa seguita da un nuovo crollo di attività e solo successivamente da una ripresa genuina) o a "L" (una sorta di stagnazione per un lasso di tempo piuttosto lungo).

Con il senno del poi, e senza alcuna ombra di dubbio, la strada della ripresa è stata alquanto impervia, simile a una W, anche se alcuni paesi sono destinati a seguire la traittoria a L. L’Italia rischia di essere tra questi.

L'aria che tira a Est

Tra i 27 paesi che ancora oggi hanno livelli di attività economica inferiori a quelli pre-crisi ve ne sono alcuni dell’Est Europeo. Lettonia, Croazia, Slovenia, Estonia, Ungheria, Lituania e Ucraina. In pratica, i tre paesi baltici, la parte più dinamica dei Balcani e i due “malati” dell'Est, Ungheria e Ucraina. Tutti avranno ancora bisogno di parecchi anni per smaltire la febbre della crisi. Al momento i Baltici sembrano quelli più attrezzati per rilanciare le proprie economie. I tassi di crescita sono tornati alti. C'è tuttavia da segnalare come il colpo accusato nel 2008-2009 sia stato, per Vilnius, Riga e Tallinn, molto più pesante, quasi un fulmine a ciel sereno, rispetto per esempio a quello avvertito a Budapest o Kiev, che si è agganciato a una situazione precaria che si trascinava da tempo.

Oggi i dati sul prodotto interno lordo – gli ultimi disponibili si fermano al secondo trimestre di quest’anno – ci segnalano che ci sono quattro i paesi dell’Est tuttora in recessione: Ucraina, Croazia, Repubblica Ceca e Slovenia (mentre l’Ungheria ha finalmente segnato un +0.5% dopo svariati trimestri negativi).

Per le altre economie della regione le cose vanno meglio. Il 2013 ha regalato anche delle piacevoli sorprese. La produzione industriale ha mostrato dei forti segnali di ripresa nella gran parte dei paesi della regione. In Ungheria, Polonia, Turchia e Romania sta crescendo a tassi prossimi al 10%. Gli indicatori di fiducia e quelli sugli ordinativi industriali volgono anch’essi verso il sereno, in particolare in Repubblica Ceca e Polonia. Senza dimenticare che la sorte – dal punto di vista economico – di quasi tutti questi paesi sarà determinata dalla performance dell’economia tedesca, che sembra pronta a ruggire ancora una volta.

Lascia un commento