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Richard Grenell è da quasi un anno l'ambasciatore degli Stati Uniti a Berlino. È una specie di controfigura di Donald Trump, trapiantata nella più importante capitale europea. Ex commentatore per Fox News e Breitbart, al servizio di Steve Bannon, è stato per qualche anno sotto George Bush anche il portavoce dell'ambasciatore a stelle e strisce alle Nazioni Unite. Nel 2018 il grande salto e il nuovo ruolo nella capitale tedesca... Continua su Lettera 43

Politica (e media) a sinistra, industria a destra. Di questi tempi può essere anche confortante che il mondo si muova come si è sempre mosso. Per le elezioni di midterm negli Stati Uniti le imprese tedesche che hanno filiali o affari oltreoceano hanno sganciato contributi elettorali ai candidati, seppure sotto forma di donazioni dei singoli lavoratori. La Welt svela nomi e cifre. E preferenze: nonostante il governo di Berlino si senta in trincea contro le politiche commerciali di Trump, le industrie preferiscono supportare i suoi candidati. Tutto raccontato su Start Magazine.

Niente. Non cambierà niente. E se cambierà qualcosa sarà in peggio. Checché se ne dicesse prima, e anche ora, Donald Trump non è mai stato filorusso. Né lo sarà a maggior ragione nel futuro prossimo. Anzi: la Camera ai democratici e la campagna per le prossime presidenziali accenderanno ulteriormente il contrasto con Mosca. ...continua a leggere "MIDTERM USA, COSA CAMBIA PER MOSCA"

Il percorso di avvicinamento dell’Ucraina all’Europa, ora congelato dopo il fallimento del vertice di Vilnius, non è solo un problema tra Kiev e Bruxelles. La Russia è un altro protagonista nella vicenda e il tentativo di impedire l’integrazione nelle strutture occidentali risponde alla volontà del Cremlino di tenere ancora legati quei Paesi che non solo hanno fatto parte dell’Unione Sovietica sino al 1991, ma con cui i legami storici, culturali e linguistici vanno indietro nei secoli.

Dopo la fine della Guerra Fredda però gli equilibri sono cambiati, l’Europa si è allargata a est (dal 2004 le repubbliche baltiche sono entrate a far parte non solo dell’Ue, ma anche della Nato, esattamente come vari stati della Mitteleuropa) e il Vecchio continente è ridiventato una scacchiera sulla quale sia le potenze regionali che quelle mondiali hanno mosso e tutt’ora muovono le loro pedine. Gli Stati Uniti, attraverso la Nato e l’influenza su alcuni stati dell’ex blocco orientale, sono diventati attori principali accanto all’Unione Europea nel cercare di guadagnare influenza in quello che Mosca ha considerato sempre il proprio giardino di casa. Si spiega così il battibecco di ieri a distanza tra il segretario di Stato americano John Kerry e il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov, con quest’ultimo che ha accusato la Nato di interferire negli affari interni ucraini, dicendo di non capire perché si senta in diritto di farlo.

L’Ucraina è stata in questi ultimi anni terra di contesa tra Russia e Occidente (con l’Ue al traino degli Usa, ma divisa al suo interno) che hanno ripetutamente tentato di spostare verso Est e verso Ovest un Paese che per questioni geografiche è lì dov’è, cioè nel mezzo, e per ragioni di cose non può che essere al centro di scontri geopolitici. Un destino che ad esempio la vicina Polonia ha subito nel secolo scorso. All’inizio del terzo millennio il turno è quello dell’Ucraina indipendente, che negli ultimi vent’anni ha tentato sempre di tenere il piede in due scarpe. Se i legami con la Russia sono sempre stati stretti, anche se opachi, e hanno attraversato un po’ tutti i settori, dando la precedenza a quello economico-energetico, Ue e Stati Uniti hanno cominciato sin dagli anni Novanta ad avviare rapporti istituzionalizzati: così già il presidente Leondid Kuchma (1994-2004) si è appropinquato all’Europa (l’Accordo di partnership e cooperazione è datato 1998) e anche alla Nato (la Charta è stata sottoscritta nel 1997).

La Rivoluzione arancione del 2004, con l’arrivo al potere di Victor Yushchenko (2005-2010) ha segnato l’apice dello scontro tra Russia e Occidente, che si sono schierate apertamente sul terreno di battaglia ucraino, abbandonando le quinte. La svolta pro Nato avviata dal presidente arancione con la decisione di entrare nel Map (Membership action plan) è stata però bloccata nel 2008 al vertice di Bucarest, quando Germania e Francia si sono opposte, suscitando l’ira di Washington e facendo tirare un sospiro di sollievo a Mosca. È lo stesso schema che si è visto al vertice di Vilnius con in ballo l’Accordo di associazione tra Kiev e Bruxelles. La posizione intransigente sul caso di Yulia Tymoshenko (firma in cambio della liberazione) è stata perseguita dalla Germania, mentre i Paesi europei più filoamericani, a partire da Polonia, avrebbero scelto anche il compromesso di una sottoscrizione dell’intesa con l’ex premier dietro le sbarre pur di raggiungere l’obbiettivo prefisso. Con l’arrivo alla Bankova nel 2010 di Victor Yanukovich le prospettive di far risorgere l’avvicinamento alla Nato sono state seppellite, almeno in teoria, con la dichiarazione adottata dal parlamento sulla neutralità del Paese, mentre si è spalancata la porta dell’Europa con l’accelerazione nel programma di Partenariato orientale e l’Accordo di associazione parafato nel 2012.

L’ultima battaglia è ancora in corso. L’Ucraina, paese di 45 milioni di abitanti, è l’ex repubblica sovietica più vasta dopo la Russia (escluse quelle centroasiatiche) ed è un pezzo fondamentale dell’ex Impero che da un lato Mosca vuole tenere assolutamente accanto a sé e dall’altro Washington vuole strappare per indebolire il nemico di un tempo, considerato oggi amico, anche se poco affidabile. Le accuse di interferenze reciproche sono naturalmente questioni di prospettiva, visto che entrambe le parti non sono mai state spettatrici, ma sono scese direttamente in campo. I problemi maggiori nascono però quando i giocatori vogliono fare anche gli arbitri.

(Linkiesta)

(Speciale Ucraina su Linkiesta)

I rapporti tra Germania e Usa non sono stati mai così tesi come ora. Chi pensa che sia una questione temporanea e dovuta sostanzialmente al cellulare di Angela Merkel spiato da Obama però si sbaglia. L’affaire Snowden è scoppiato in mano al presidente americano portando alla luce una serie di problemi che in questi ultimi anni hanno prodotto più di uno screzio nei rapporti tra Berlino e Washington.

Sia chiaro: le relazioni transatlantiche sono salde, ma il retaggio degli equilibri della Guerra fredda è inevitabilmente più leggero e le mosse tedesche e americane sulla scacchiera internazionale hanno aperto crepe in un rapporto in cui la Germania si sta emancipando.

Dopo la Riunificazione, Berlino ha spostato il suo baricentro geostrategico verso Est. La Russia è passata da nemico numero uno a partner fondamentale sull’asse euroasiatico. All’inizio Helmut Kohl con Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin, poi Gerhard Schröder con Vladimir Putin e persino Angela Merkel prima con Dmitri Medvedev e ora con lo stesso Putin, hanno avvicinato Germania e Russia all’insegna di un pragmatismo economico che si è anche tradotto in un allineamento geopolitico sempre più frequente in contrasto con gli Stati Uniti.

Solo immediatamente dopo l’11 settembre vi è stata una convergenza di posizioni, che però si sono allontanate nei casi di Iraq, Libia, Siria e anche Iran, dove Berlino e Mosca hanno in sostanza condiviso la linea opposta a quella di Washington. Schröder e Putin contro Bush, Merkel e Putin contro Obama. Non solo: Russia e Germania si sono ritrovate ad agire attivamente insieme su un piano, quello energetico, riuscendo a imporre i propri interessi. È questa la base per uno scenario futuro d’integrazione tra Europa e Russia (che non va tanto a genio agli Usa) che vada naturalmente al di là della questione dei tubi.

Che Edward Snowden, considerato da Obama un criminale traditore, abbia ottenuto asilo temporaneo a Mosca sotto la protezione di Putin e possa venire ascoltato presto dal governo tedesco guidato dalla Merkel non è certo un caso. Il Datagate ha messo in evidenza come la Germania (e l’Europa) abbiano la necessità di rivedere le relazioni con gli Stati Uniti, partendo dal fatto che proprio dalla Casa Bianca è partita l’offensiva contro quelli che – forse ingenuamente – credevano di essere alleati. Tra Stati non c’è però amicizia, sono gli interessi che avvicinano o allontanano.

A Washington l’approccio tedesco alla Russia (la Germania è il terzo partner commerciale per Mosca, dopo Olanda e Cina), ma anche alla Cina (la Germania è il maggiore partner per Pechino in Europa e la Cina è per Berlino il terzo partner mondiale) così come il ruolo egemone di Berlino nell'Unione Europea (una costruzione che gli americani preferirebbero vedere traballante, non per nulla si servono dei sudditi britannici per minarne la stabilità) sono visti come una minaccia a quel vecchio ordine mondiale che ormai ha bisogno di una rinfrescata.

Dalla Germania sono sempre più forti le voci che rivendicano uno smarcamento da Washington e Londra, il che non vuol dire automaticamente un allineamento acritico con Mosca. Ma che la futura architettura continentale abbia bisogno di un bilanciamento è un dato di fatto che non verrà ignorato.