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La settimana di colloqui tra Russia e Stati Uniti con al centro la questione ucraina non ha portato sostanzialmente a nulla. Le posizioni, dopo gli incontri a Ginevra, Bruxelles e Vienna, sono rimaste le stesse: da una parte Mosca continua a mantenere la pressione militare vicino al confine con l’ex repubblica sovietica e si lascia ogni opzione aperta dopo che, come era evidente, non ha ricevuto risposte concrete alle domande sul compromesso con la Nato per il blocco dell’espansione a Est; dall’altro Washington non ha nessuna intenzione di scendere a patti e cedere di fronte a una prova di forza che non è giudicata comunque un bluff. Continua su Tag43.it

L‘allargamento a Est della Nato negli ultimi 20 anni è stato sicuramente legittimo, ma è stato percepito in Russia come una minaccia alla propria sicurezza. Nel giro di pochi anni Paesi che prima della caduta del Muro di Berlino (1989) e della dissoluzione dell’Urss (1991) facevano parte dell’ex blocco sovietico sono passati dall’altra parte della barricata. Tra questi la Polonia nel 1999 e le tre repubbliche baltiche nel 2004, quelli che spingono con forza da tempo per l’entrata nell’Alleanza Atlantica anche dell’Ucraina. Continua su Tag43.it

Il gasdotto della discordia deve diventare un boomerang per Putin. Questa è l’idea di Joe Biden sul Nord Stream 2, la seconda pipeline sotto il Baltico che dovrebbe raddoppiare il flusso di gas diretto dalla Russia alla Germania. Contrastato dagli Usa, ostacolato dai partner europei centro-orientali, il progetto made in Putin e Schröder, caparbiamente portato avanti da Angela Merkel, finisce nel calderone delle possibili sanzioni americane, nel caso Mosca dia corpo ai timori di Washington, invadendo l’Ucraina. Continua su Startmag.it

“Svenduti”. È il sentimento che aleggia nelle capitali dell’Europa centro-orientale nei confronti di Joe Biden sul tema del nord stream 2. Perché a seconda che la questione si guardi dall’osservatorio di Berlino, Mosca o Varsavia-Tallin-Praga, la prospettiva cambia. L’apparente disponibilità della nuova amministrazione americana a ricercare una qualche forma di accordo con la Germania sul raddoppio del gasdotto russo-tedesco sotto il Baltico ha scombussolato le carte al di là dell’Oder-Neisse. E poco conta che nel cambio di rotta di Washington, qualora dovesse essere confermato dai futuri incontri al vertice tra cui spicca quello tra Biden e Merkel fissato per luglio, pesi una robusta dose di realismo. Gli europei centro-orientali, freschi di ritorno in Europa e (ingenuamente?) adoranti della bandiera a stelle e strisce, si sentono adesso “svenduti” [... continua su Startmag.it]

L‘ultima della serie è stata Karin Kneissl, ex ministra degli Esteri austriaca, finita questa primavera nel Consiglio di amministrazione (Board of directors) di Rosneft, il colosso statale russo del petrolio. La vicenda ha suscitato una grande eco in Europa, visto che qualche tempo prima, era l’estate del 2018, Kneissl aveva invitato Vladimir Putin al suo matrimonio, con tanto di valzer e inchino finale. Kneissl, diplomatica in carriera, era stata chiamata al governo del cancelliere Sebastian Kurz in quota FPÖ, il partito nazionalpopulista austriaco. Ora è alla corte del Cremlino. E non è l’unica. Continua su Tag43.it