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I dati sull'effetto della pandemia in Ucraina sono tutto sommato confortanti, almeno quelli ufficiali: aggiornati ai primi di giugno nell'ex repubblica sovietica sono stati registrati circa 730 morti e 24mila contagiati, in fondo poco per un paese con oltre 40 milioni di abitanti e con un sistema sanitario sofferente per questioni strutturali legate alla perenne crisi economica. Al netto di quelli che possono essere i possibili scostamenti sui numeri, è in ogni caso da evidenziare che a Kiev il presidente Volodymyr Zelensky e il governo del nuovo premier Denys Smyhal, entrato in carica a marzo, hanno reagito con decisione imponendo fin da subito un duro lockdown che solo dalla seconda metà di maggio ha cominciato a essere gradualmente allentato.

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A volte ritornano. Mikhail Saakashvili è uno di quelli che vanno e vengono, ormai da quasi vent'anni. In Georgia, ovviamente, suo paese natale, e Ucraina, suo paese d'adozione politica, insieme agli Stati Uniti. Misha, ex presidente a Tbilisi, eroe della Rivoluzione delle rose nel 2003 poi caduto in disgrazia, è di nuovo alla ribalta sul palcoscenico ucraino, visto che il presidente Volodymyr Zelensky pare gli abbia offerto la poltrona di vice premier. Ma il parlamento non sembra essere tutto d'accordo e forse otterrà solo il posto di advisor del capo di stato per le riforme economiche o in qualche altro organo già esistente, o magari creato ad hoc. Pure possibile che non se ne faccia nulla e Saakashvili rimanga solo una figura rumorosa e scomoda nello sgangherato panorama politico ucraino.

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Un anno fa, il 21 aprile 2019, Volodymyr Zelensky ha vinto il ballottaggio contro Petro Poroshenko alle elezioni presidenziali in Ucraina. Un trionfo in parte annunciato per l’attore convertitosi alla politica sospinto dal favore di buona parte degli oligarchi e un tonfo altrettanto previsto per il capo di stato uscente, dopo il disastro di cinque anni alla Bankova passati lasciando il paese nel baratro. Dopo dodici mesi e dopo le elezioni legislative che la scorsa estate hanno portato il nuovo partito del presidente ad avere la maggioranza assoluta alla Rada, è possibile tracciare un primo bilancio dell’era Zelensky.

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Il 2019 si è concluso tra Russia e Ucraina con alcuni segnali positivi, che pur non riavvicinando i due paesi – in rotta di collisione dopo il regime change a Kiev, l’annessione della Crimea e l’avvio della guerra nel Donbass – hanno evitato di allargare il fossato in un momento in cui si poteva aprire una voragine e inghiottire ogni speranza di riposizione di un duello che caratterizzerà non solo l’anno appena iniziato, ma l’intero decennio. Continua su Lettera43

Il tanto atteso summit nel formato normanno è finito nella solita aria fritta, messa nero su bianco nel comunicato finale pubblicato dall'Eliseo. In sostanza Ucraina e Russia, con la mediazione di Francia e Germania, si sono impegnate a rilanciare il dialogo nel Donbass, in stallo da qualche annetto. La guerra nel sudest prosegue sottotraccia e continua a fare morti, siamo arrivati a oltre 13mila. Senza contare oltre un milione di profughi, tra quelli interni ucraini e chi ha preso definitivamente la via della Russia. Il faccia a faccia tra Putin e Zelensky si è risolto nel nulla e il presidente ucraino continua sulla falsariga del suo predecessore Poroshenko. Con queste premesse non ci si può aspettare nulla di nuovo per il futuro prossimo. E nemmeno a lungo termine. Continua su Linkiesta