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L'inquinamento dell'aria è sempre stato un problema serio per la Polonia delle tante ciminiere industriali. La situazione va migliorando ma troppo lentamente e in molte regioni i livelli di inquinamento registrati sono superiori ai limiti decretati dall'Unione Europea e dall'Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Lo riferisce il rapporto conclusivo dell'EEA, l'Agenzia europea dell'ambiente, che contiene le misurazioni effettuate nel 2016 in oltre 2600 località dell'intera Europa (anche fuori dai confini Ue). Uno sguardo ai dati fa immediatamente risaltare agli occhi che la situazione più critica è proprio in Polonia (ma anche l'Italia settentrionale mostra diffuse criticità).

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Dai Balcani è arrivata una delle poche buone notizie europee: la Serbia è formalmente uscita dalla lunga recessione che negli ultimi anni aveva pesantemente colpito anche il versante orientale dell'Adriatico. Con il prodotto interno lordo in crescita dell'1,7%, il 2013 può segnare per la repubblica serba un punto di svolta nella sua tormentata storia recente. In parallelo con l'allentamento della tensione politica, i progressi sul nodo kosovaro, la stabilizzazione dei rapporti con le ex sorelle jugoslave e l'avvio a giugno dei negoziati con l'Unione Europea, il rilancio dell'economia può chiudere la controversa stagione del dopoguerra e aprire prospettive di tutt'altra natura.

Il ministero dell'Economia di Belgrado, che ha comunicato i dati di maggio, ha mantenuto un tono insolitamente modesto, definendo «crescita moderata» quell'1,7% in più di Pil rispetto all'anno precedente e annunciando la previsione di un +1,9% per il 2014, quando gli effetti dovrebbero ricadere anche sui consumi privati. Ma di questi tempi, e in un'area che sconta ancora le crisi di Grecia, Bulgaria, Croazia e perfino Slovenia, è una cifra di tutto rispetto. È una notizia buona per la Serbia e per gli interi Balcani ma lo è anche per l'Italia, che con Belgrado intesse stretti rapporti di collaborazione e conta sul territorio serbo centinaia di aziende emigrate a est per sopravvivere alla crisi di casa propria.

Il motore della ripresa è l'industria, la cui produzione è cresciuta nel primo trimestre di quest'anno del 5,2% grazie a un vero e proprio boom delle esportazioni, aumentate del 22% rispetto allo stesso periodo del 2012. In prima fila l'automotive, che contribuisce all'export per il 20% e in un anno ha triplicato la produzione, trainato da Fiat e dalla rifioritura di decine di piccole e medie aziende che realizzano pezzi di ricambio per il settore. Una tradizione dell'industria serba già ai tempi della Jugoslavia, rilanciata dagli investimenti stranieri attirati nei mesi scorsi dagli incentivi fiscali del governo e da una manodopera di qualità ancora a basso costo. Non è solo la Fiat, infatti, a muovere il settore: di pochi giorni fa è la notizia dell'accordo fra la Serbia's Industry of Machines and Tractors e l'azienda turca Tomosan per la fornitura di 5000 nuovi mezzi in tre anni e per la creazione di una joint venture finalizzata alla componentistica per trattori moderni da riversare sui due mercati nazionali.

Altri settori in crescita sono quelli petrolifero, chimico, farmaceutico, del tabacco e soprattutto tessile: quest'ultimo tenuto in grande considerazione per la sua natura ad alto impiego di manodopera, che potrebbe aiutare a riassorbire uno dei dati negativi che persistono nonostante la ripresa, quello della disoccupazione. Con il 24% dei serbi ancora senza lavoro, la speranza è che l'inversione di tendenza dell'economia sia duratura e possa riflettersi anche sul livello di vita dei cittadini, specie dei giovani, che continuano a fare le valigie verso la Germania e l'Europa centrale.

«La ripresa era già evidente da qualche mese, dovuta principalmente agli investimenti dall'estero che hanno trasformato il vecchio modello legato all'agricoltura e ai combinati in un sistema di imprese moderne», spiega l'economista Alessandro Napoli, uno che i Balcani li conosce a memoria, oggi coordinatore a Salonicco del segretariato del programma operativo Grecia-Italia e nei precedenti 8 anni impegnato a tempo pieno fra Novi Sad e Belgrado: «L'apertura della Serbia ai mercati internazionali con gli accordi di libero scambio stipulati con Russia, Turchia, Unione Europea ed Efta ha consentito di soppiantare la fine dello spazio commerciale jugoslavo e le restrizioni di un mercato interno troppo piccolo».

Tuttavia non è il caso di lasciarsi prendere dall'euforia. «Permangono ancora molte fragilità», aggiunge Napoli, «come quello di una base produttiva poco solida che, ad esempio, non riesce a tener dietro alle richieste della Russia, un partner decisivo per Belgrado ma del quale non si è capaci di soddisfare in pieno le esigenze». E poi ci sono le strozzature del mercato interno, gli squilibri fra nord più sviluppato e sud arretrato e, soprattutto, fra città e campagna: «L'effetto propulsivo delle città non si estende al di là del tessuto urbano, tranne forse a Belgrado, le differenze sono enormi e il benessere delle regioni agricole dipende ancora dall'andamento delle stagioni climatiche».

In compenso oltre ai russi, con i quali è stato appena stilato un accordo quadro che ha messo insieme prestiti e facilitazioni legate al gasdotto South Stream, sono arrivati in massa i turchi, attirati dalla fame di infrastrutture necessarie alla Serbia per costruire su basi più solide il proprio futuro. C'è bisogno di mettere mano a progetti faraonici per costruire ponti, trafori e autostrade, per ammodernare il lento trasporto ferroviario, riconnettere il Paese con il tessuto balcanico circostante e riallacciare Belgrado all'Europa, oltre che a far manutenzione alla vecchia rete ereditata da Tito. «I turchi sono diventati leader europei in questo settore», conferma Napoli, «e appaiono interessatissimi a investire la loro nuova forza economica e imprenditoriale in un'impresa così impegnativa».

Il timore è semmai che uno sviluppo non controllato possa far perdere la testa e minare la stabilità macroeconomica del Paese: «È questo il pericolo dei prossimi anni», conclude il professore, «le improvvise fiammate sono una minaccia per il debito pubblico e per la stabilità del dinaro. In presenza di una bilancia commerciale strutturalmente deficitaria c'è il rischio che esplodano le importazioni, con conseguenti tensioni sui prezzi e sulla moneta nazionale. E le pressioni per l'aumento dei salari, specie nel settore pubblico, potrebbero riaccendere l'inflazione». Le previsioni economiche di primavera, rese note dalla Commissione europea, confermano l'allarme: il debito pubblico, che nel 2012 era a quota 59,3%, è destinato a crescere nel 2013 al 62,1% e nel 2014 al 65,5%.

Ci sarebbe bisogno di equilibrio, qualità finora non troppo diffusa nelle classi dirigenti serbe, per indirizzare la crescita in un Paese segnato da tante differenze al suo interno. Gli squilibri geografici si riflettono sull'intero complesso della società. Da un lato la Serbia ha compiuto passi da gigante nell'adeguamento di interi settori agli standard europei, anche non necessariamente economici, come i diritti umani, la proprietà intellettuale, il sistema giudiziario e addirittura la meteorologia. Dall'altro la criminalità organizzata mantiene un forte impatto sul sistema economico, costituendo un fattore imprescindibile (e dunque un costo aggiuntivo) per ogni imprenditore: rispetto ad altre aree della regione balcanica non arriva a contrapporsi con violenza allo Stato, ma corrompe a fondo l'economia. Non è un caso che nella classifica della corruzione, stilata annualmente da Trasparency International, su 174 Paesi la Serbia occupi la posizione numero 80 con un indice di 39, in compagnia di Cina e Trinidad e Tobago. Se è vero che l'Italia al 72esimo posto (indice 42) non è poi troppo lontana e la Grecia al 94esimo (indice 36) è messa peggio, pesa la distanza con le sorelle balcaniche Slovenia e Croazia (rispettivamente alle posizioni 37 e 62) e appare inarrivabile il miraggio della Danimarca prima della classe.

Analisi dei disordini alla frontiera serbo-kosovara. I punti deboli di Pristina e quelli di Belgrado. Una contesa apparentemente senza soluzioni.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

Gli scontri di fine luglio alla frontiera con la Serbia hanno riportato il Kosovo sotto le luci della ribalta, dopo una fase, quella seguita all’indipendenza del 17 febbraio del 2008, scandita da blackout mediatico. Gli incidenti, che hanno provocato la morte di un poliziotto albanese e numerosi feriti, testimoniano che nel più giovane degli stati sorti sulle ceneri della Jugoslavia la situazione rimane tesa e che i grandi punti interrogativi sollevati prima dell’indipendenza – il rapporto tra maggioranza albanese e minoranza serba, le relazioni tra Pristina e Belgrado, quelle tra Belgrado e i serbi del Kosovo, la prospettiva europea della Serbia – rimangono sul tavolo.

Frontiera calda

Gli avvenimenti di fine luglio sono stati una vera e propria cartina di tornasole della situazione complessiva kosovara. Tutto è iniziato quando, nella notte di lunedì 25 luglio, il governo di Pristina ha inviato dei nuclei speciali di polizia alla frontiera settentrionale, che divide il paese dalla Serbia, allo scopo di assumere il controllo delle dogane di Jarinje e Brnjak, normalmente presidiate dagli agenti serbi. Questo perché il versante nord del Kosovo si configura come un’appendice territoriale della Serbia. In quell’area la maggioranza etnica è serba e tutto, dall’economia alla sicurezza, passa attraverso il filtro delle cosiddette “istituzioni parallele” (banche, scuole, uffici pubblici, moneta e polizia), foraggiate da Belgrado.

Il motivo dell’incursione della polizia kosovara è dipeso dal fatto – così ha spiegato il governo di Pristina – che gli agenti serbi non rispettavano il divieto all’import di merci provenienti da Belgrado, misura presa recentemente dall’esecutivo come rappresaglia nei confronti dell’analogo provvedimento varato dalla Serbia verso i prodotti kosovari, in vigore dalla proclamazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo, che Belgrado non riconosce. I serbi, all’arrivo degli agenti kosovari, sono insorti. Hanno eretto barricate, appiccato il fuoco alla dogana di Jarinje e fatto di tutto affinché la polizia di Pristina rinunciasse a portare a termine l’operazione. Le cronache raccontano di colpi d’arma da fuoco, lancio di bottiglie incendiarie e altre azioni violente. La polizia kosovara è stata costretta alla resa. Le frontiere, ora, sono monitorate dai militari di Kfor, il contingente di peacekeeping allestito sotto l’egida Nato.

Serbi del nord e serbi del sud

Se la situazione alle dogane sembra tornata alla tranquillità, il contesto kosovaro resta alquanto fragile, a partire proprio dall’assetto e dagli equilibri delle municipalità settentrionali del Kosovo. L’area rimane sotto lo stretto controllo di Belgrado e tutto indica che i serbi continueranno a boicottare le istituzioni di Pristina, rimanendo fedeli alla madrepatria. Diverso il quadro a sud dell’Ibar, il fiume che fa da frontiera etnica tra il Kosovo a maggioranza serba e la restante parte del paese, dove la componente albanese (due milioni di persone) è monolitica. I circa 60mila serbi che vivono sotto il corso del fiume sembrano orientati, a differenza dei compatrioti del nord, a stabilire una forma minima di cooperazione con gli albanesi. Non godendo dei vantaggi offerti dalla contiguità territoriale con la Serbia, la scelta dell’autoisolamento è diventata insostenibile, considerato il quadro socio-economico del Kosovo, il paese in assoluto più povero d’Europa. S’intravede dunque uno scisma tra i serbo-kosovari: c’è chi resiste accanitamente e chi cerca la coesistenza.

Sovranità dimezzata

Il caos alle dogane ribadisce che Pristina non ha al momento possibilità di estendere la propria sovranità a settentrione. Il ritiro delle forze scelte di polizia è stata un’amara sconfitta, se è vero che la ragione ultima del loro invio al confine, al di là della storia dell’embargo, era – come sospettano molti esperti – spezzare il monopolio di Belgrado a nord. Fallita l’iniziativa, non resta che prendere atto del fatto che l’essenza paradossale di stato a sovranità limitata si conferma. La sovranità limitata del Kosovo non è soltanto una faccenda geografica. Ha anche una natura istituzionale. La presenza di una missione civile dell’Ue (Eulex), di un contingente – sempre civile – dell’Onu (Unmik) e di una forza di pace Nato comprime gli spazi di manovra delle istituzioni kosovare. Queste missioni hanno la funzione di traghettare il paese verso una forma compiuta di statualità. Messa in altri termini, siamo davanti a una forma di protettorato, che durerà fin quando le istituzioni kosovare non si mostreranno sufficientemente mature.

Su questo fronte c’è molto che lascia a desiderare, però. I numerosi casi di corruzione e cattiva amministrazione della cosa pubblica, uniti alla collusione tra mafie e politica, non favoriscono il processo di responsabilizzazione della classe dirigente, peraltro investita dal ciclone che ha colpito il primo ministro Hashim Thaci. Costui, capo politico dell’Uck, la guerriglia che si sollevò in armi contro la Serbia nel 1998-1999, avrebbe diretto secondo il Consiglio d’Europa una cricca criminale dedita al tempo del conflitto a espiantare organi dalle vittime serbe e a rivenderli a peso d’oro sul mercato nero. Nulla è provato, ma i dubbi avanzati nella relazione finale dell’inchiesta sui traffici di organi in Kosovo presieduta dal politico svizzero Dick Marty incidono sulla credibilità di Thaci e dei tanti veterani dell’Uck che, smessa la mimetica, indossano oggi il doppiopetto.

A questo s’aggiunge l’irritazione occidentale per la scelta, non concordata, di mandare la polizia alla frontiera. Cosa che ha incrinato la fiducia, non proprio a prova di bomba, nei confronti di Thaci. Il quale dal canto suo – c’è da dire anche questo – inizia a essere stanco dell’immobilismo dell’Occidente, tutore dell’indipendenza kosovara, ma a corto di idee su come risolvere la faccenda delle istituzioni parallele serbe.

Europa o Kosovo? Il bivio serbo

Altro motivo di riflessione sdoganato dagli episodi alla frontiera: la posizione della Serbia sul Kosovo. Alle ultime presidenziali, tenutesi giusto alla vigilia dell’indipendenza di Pristina, Boris Tadic, che vinse quella tornata, si presentò sotto il motto “Europa e Kosovo”. Marciare verso l’Ue senza riconoscere il Kosovo e continuando a tenersi stretto il nord del paese è tuttavia un’operazione assai scivolosa. Belgrado, in questi ultimi anni, ha compiuto grandi passi in avanti sul piano dell’integrazione europea e la consegna recente dei criminali di guerra Ratko Mladic e Goran Hadzic ha visto crescere le sue quotazioni. I paesi comunitari, davanti all’impegno serbo, hanno deciso momentaneamente di stralciare la questione kosovara e di portare avanti il dialogo con Belgrado, che entro fine anno potrebbe ottenere il rango di stato ufficialmente candidato all’adesione. Ma è probabile che in futuro bisognerà ragionare, più che sul concetto di “Europa e Kosovo”, intorno a quello di “Europa o Kosovo”.

La recente visita del cancelliere tedesco Angela Merkel a Belgrado dà la sensazione che l’Ue prema in tal senso. Merkel avrebbe infatti chiesto a Tadic di normalizzare i rapporti con l’ex provincia. Considerato che il valore storico-culturale del Kosovo, cuore dell’impero serbo medievale e centro d’irradiazione della fede ortodossa serba, la scelta si presenta sofferta.

PS / In questi giorni, spirata la tregua temporanea, i serbi hanno nuovamente eretto le barricate alle dogane settentrionali del Kosovo. La situazione è nuovamente in pieno stallo e qualcuno inizia a domandarsi se non era meglio, prima di dare l’indipendenza al Kosovo, risolvere la questione di Mitrovica e del versante nord del piccolo stato a maggioranza albanese. Certo che era meglio. Porsi tali domande, adesso, non ha senso. L’unica cosa sensata è risolvere questa situazione. Ma come? Due le opzioni in campo: la partizione o l’internazionalizzazione di quei territori. Ma né agli uni né agli altri va bene. Allora, ancora, siamo sempre lì ai piedi dell’albero. A tenerci questa grana per chissà quanto tempo.

(Radio Europa Unita)

di Matteo Tacconi / La Germania punta su Zagabria, la Turchia su Belgrado. Competizione euro-turca?

Più chiara di così Angela Merkel non poteva essere. Durante il suo viaggio a Zagabria e Belgrado, la scorsa settimana, la bundeskanzlerin ha reso nota la posizione tedesca sui Balcani: dopo la Croazia, che entrerà nell’Ue nel 2013, non ci saranno nuovi allargamenti, almeno fino a quando l’Europa non avrà sbrogliato i suoi problemi finanziari e i Balcani, in particolare la Serbia, non avranno sciolto i loro nodi.

Il Montenegro, che ha da poco ottenuto il rango di paese ufficialmente candidato all’adesione, dovrà dunque aspettare prima di tagliare il traguardo comunitario. I negoziati non si chiuderanno in tempi brevi. Merkel ha tuttavia rassicurato la leadership di Podgorica, senza comunque incontrarla, apprezzandone i progressi sul fronte dell’integrazione euro-atlantica.

Dovrà attendere anche Belgrado, e più a lungo di Podgorica. La cancelliera, nella capitale serba, ha infatti chiesto al presidente Boris Tadic lo smantellamento delle “istituzioni parallele” (scuole, polizia, banche e amministrazioni pubbliche), con cui Belgrado controlla saldamente il Kosovo settentrionale, a maggioranza serba. Senza questo, niente Europa.

La cosa ha spiazzato Tadic, convinto che gli arresti di Ratko Mladic e Goran Hadzic avessero fatto schizzare verso l’alto le quotazioni della Serbia a Bruxelles e indotto i 27 a darle, nei prossimi mesi, lo status di candidata all’adesione, tenendo a margine la vertenza sul Kosovo. La strategia del capo dello stato serbo, fondata sull’avanzata verso Bruxelles e sull’irrinunciabilità dell’ex provincia, indipendente dal 17 febbraio 2008, è stata in sostanza sconfessata. Da “Europa e Kosovo” – questo il motto con cui Tadic vinse le presidenziali 2008 – si passa così a “Europa o Kosovo”. Belgrado, presto, sarà chiamata a una scelta difficile. Nient’affatto scontata.

La missione balcanica della Merkel, oltre a fotografare la visione tedesca dell’Europa e dei Balcani, molto meno “romantica” d’un tempo, a tratti quasi “scientifica” (del tipo «prima di tornare a parlare di Europa vediamo di eliminare ogni minimo ostacolo»), presenta anche sfaccettature geopolitiche. Il quotidiano turco Zaman ha notato come la sua sortita si sia incrociata con quella del ministro degli esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu, recatosi in Kosovo, Serbia e Bosnia con l’obiettivo di rafforzare ulteriormente la teoria “neo-ottomana” e di potenziare l’influenza anatolica nell’ex Jugoslavia, consolidatasi negli ultimi due anni anche in virtù dell’immobilismo europeo.

Ebbene, secondo Zaman la visita di Merkel segna il rilancio dell’iniziativa europea nei Balcani, con una significativa svolta. È che la Germania e di conseguenza l’Europa, dal momento che la seconda s’accoda sempre alla prima, hanno scelto – così il giornale turco – di affidare alla Croazia un ruolo sempre più importante in chiave di stabilizzazione regionale, a scapito della Serbia, penalizzata a causa dello stallo sul Kosovo. Dall’altra parte, invece, Ankara sembra scommettere su Belgrado, convinta che passi da qui la normalizzazione del quadro balcanico.

È una lettura che, per quanto un po’ eccessiva, ci può stare. Almeno a giudicare da com’è andato il tour di Merkel. Emergono però dei dubbi sulla sostenibilità. La Germania (e l’Europa), puntando su Zagabria e strigliando Belgrado, rischiano di ristimolare il vittimismo serbo, alimentando nuovamente le tendenze isolazioniste del paese e regalando ai turchi la chance di contare sempre di più, in Serbia come in tutto l’arco dell’oltre Adriatico. Non che la presenza di una mediatrice così importante e prestigiosa non possa fare bene ai Balcani. Il fatto, però, è che la Turchia, se il dialogo con Bruxelles continuerà a registrare più bassi che alti, può diventare una rivale scomoda.

(Pubblicato su Europa, via RadioEuropaUnita)

E' di nuovo crisi tra Serbia e Kosovo, a riprova che nei Balcani nulla è mai scontato e niente, ancor meno, può mai essere dato per certo.

Roberto Spagnoli / Passaggio a Sud-Est

I negoziati “tecnici”, che con l'alto patrocinio di Bruxelles, stavano cercando di risolvere alcune questioni pratiche lasciando da parte, per ora, la questione dello status della (ex) provincia serba, non sono serviti, evidentemente a cambiare il clima e i primi, timidi segni di “disgelo” sembrano essere durati giusto il tempo di una primavera, forse meno. Il 20 luglio scorso le autorità di Pristina hanno deciso, infatti, per la prima volta dalla fine della guerra, di autorizzare le dogane a respingere le merci serbe in entrata in Kosovo e ad incrementare del 10% le tasse doganali come ritorsione all'embargo imposto da Belgrado a quelle kosovare dopo la dichiarazione di indipendenza, nel 2008. Lo stop all'importazione riguarda anche le merci provenienti dalla Bosnia (la Serbia esporta in Kosovo beni per 270 milioni di euro l'anno, mentre la Bosnia per circa 80 milioni).

Secondo il ministro del Commercio kosovaro, Mimoza Kusari-Lila, l'embargo sulle merci serbe è "un'applicazione del principio di reciprocità commerciale che dovrebbe vigere tra due stati" ed è stato adottato "nell'ambito dei diritti costituzionali, dopo che è saltato il raggiungimento di un accordo con la Serbia sul libero mercato durante i negoziati in corso a Bruxelles". Secca la replica del sottosegretario del ministero serbo per il Kosovo, Oliver Ivanovic, secondo cui la decisione di Pristina viola il fondamento dei negoziati bilaterali e rappresenta un'azione unilaterale che può mettere a repentaglio la validità degli accordi che sono stati raggiunti sino ad ora, in materia di libera circolazione, registri anagrafici e riconoscimento dei titoli di studio, nessuno dei quali, va detto, ha trovato finora applicazione pratica. Intanto, il primo effetto della decisione dei kosovari è stato il rinvio a settembre del sesto round negoziale che avrebbe dovuto svolgersi in questi giorni a Bruxelles e che tra le varie materie avrebbe dovuto affrontare anche quella dei rapporti commerciali.

Il presidente serbo Boris Tadic ha condannato il blocco delle merci giudicandolo "un gesto inaccettabile e ostile" e denunciando il “grave errore” degli "sponsor internazionali" che sostengono la decisione di Pristina, giudicata una provocazione per la Serbia oltre che una mossa “immorale, assurda e contraria ai principi" dell'Unione europea. L'Ue, da parte sua, ha cercato nei giorni scorsi di gettare acqua sul fuoco. All'indomani della decisione di Pristina e dopo le dure reazioni arrivate da Belgrado, la portavoce dell'Alto rappresentante per la politica estera, Catherine Ashton, si è detta "fiduciosa" che si possa trovare una soluzione attraverso il dialogo tra le parti. Gli eventi di queste ultime ore, però, suonano come una smentita dell'ottimismo, un po' obbligato, espresso a Bruxelles.Un tentativo di smorzare le tensioni è arrivato, va detto, anche dalla parte serbo-kosovara o, almeno, dal , vicepresidente del parlamento kosovaro e rappresentante della minoranza serba, Petar Miletic, che dalle pagine del quotidiano Danas, lunedì 25, ha affermato che i camion serbi saranno lasciati passare, dopo il colloquio con il ministero del Commercio che avrebbe dato garanzie in tal senso. Una possibilità smentita però dal ministro Mimoza Kusari-Lila. "Vigileremo al fine di evitare ogni violenza, ma non ci sarà alcun ritiro" ha aggiunto, da parte sua, il ministro dell'Interno, Bajram Rexhepi.

E per rafforzare l'embargo alle merci serbe imposto la scorsa settimana, il governo di Pristina ha pensato bene di dispiegare forze di polizia a controllo dei punti confine nel nord del Kosovo, nella regione a maggioranza serba. Una mossa che ha provocato la protesta degli abitanti serbi che si sono radunati spontaneamente presso i checkpoint presidiati dalla polizia kosovara, obbligando le truppe della missione Nato (Kfor) ad adottare le misure necessarie a calmare la situazione, come ha riferito un portavoce all'agenzia Tanjug. La mossa di Pristina non è piaciuta affatto a Bruxelles: l'Ue ha infatti espresso tutta la sua disapprovazione per un'iniziativa definita "non utile", mentre il Direttore generale della polizia kosovara, il comandante Reshat Maliqi, si è dimesso per non essere stato informato della decisione del suo governo. Vista la presa di posizione di Bruxelles le autorità kosovare hanno deciso allora di fare marcia indietro e, dopo un accordo tra i rappresentanti di Belgrado, Pristina e della Kfor, gli agenti hanno cominciato a ritirarsi. La situazione resta comunque molto tesa, ha detto il ministro serbo per il Kosovo, Goran Bogdanovic, che si è recato nella zona con Borko Stefanovic, capo del team negoziale di Belgrado. "La decisione delle autorità albanesi è priva di senso", ha aggiunto Bogdanovic, informando che il presidente Boris Tadic e il premier Mirko Cvetkovic "hanno contattato la Commissione europea, l'Onu, e la Nato" per riferire della situazione.

In questa situazione appare assai ottimista l'ipotesi che entro la fine del 2012 il Kosovo possa uscire dalla supervisione internazionale, come scritto dal portale Balkan Insight che cita "fonti molto ben informate" secondo cui l'Ufficio civile internazionale (Ico), guidato dal diplomatico olandese Peter Feith, sarebbe pronto a chiudere i battenti entro quella il prossimo anno. In effetti, in una riunione dell'International steering group (Isg), l'organismo formato dai 25 Paesi che sostengono l'indipendenza che il Kosovo e che finanzia l'Ico, era emersa pubblicamente l'intenzione di ridurre progressivamente il ruolo dell'Ufficio, che ha l'incarico di applicare, in coordinamento con il governo di Pristina, il “Piano Ahtisaari” su cui si basa l'indipendenza kosovara e l'organizzazione istituzionale del nuovo stato.

Il portavoce dell'Ico, Andy McGuffie, ha confermato che in effetti "l'Isg ha autorizzato l'Ico a lavorare in concerto con il governo kosovaro per iniziare a preparare la sua chiusura", e l'Ufficio civile internazionale ha già smantellato nei mesi scorsi il suo dipartimento economico e diversi uffici regionali. Nonostante ciò "il premier kosovaro Hashim Thaci ha detto (..) che non vi sarà un termine arbitrario", ha precisato Mc Guffie. Resta il fatto che uno dei principali obiettivi fissati dal Piano Ahtisaari, non ancora realizzato dall'Ico, è quello di istituire nella zona a maggioranza serba che si rifiuta di riconoscere l'autorità kosovara, una amministrazione legata a Pristina, ma autonoma. A complicare la situazione c'è infine il fatto che Belgrado non ha mai voluto riconoscere l'Ico, giudicandolo non neutrale rispetto all'indipendenza del Kosovo, contrariamente alla missione civile europea (Eulex).

(Passaggio a Sud-Est)