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Un quarto di secolo fa i popoli est-europei abbatterono muri e cortine. Ora li rimettono in piedi per frenare l'arrivo dei profughi.

Il confine polacco fra Slubice e Francoforte sull'Oder (Archivio Rassegna Est)
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L'irruzione di Pechino con investimenti miliardari nella regione. Energia e trasporti per assicurarsi una nuova via della seta verso i mercati europei.

Cina-Balcani, legame di lunga data (Archivio Rassegna Est)
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Europa centro-orientale più virtuosa di noi. Il Baltico come modello di trasparenza: la Scandinavia trascina Estonia e Polonia.

La piazza centrale di Tallin sotto la neve (Archivio Rassegna Est)
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 Un colloquio con l'ambasciatrice serba in Italia, Ana Hrustanovic, sui danni causati al suo paese dalle alluvioni. L'emergenza e la ricostruzione, la solidarietà e gli aiuti internazionali. 

Ci sono le immagini: città sott’acqua, sfollati, campi allagati, ponti spezzati. Ma se non fosse sufficiente a dare il senso della catastrofe che ha colpito la Serbia, messa in ginocchio delle recenti alluvioni, ci sono anche i numeri.

L’ambasciatrice serba in Italia, Ana Hrustanovic, ce li fornisce. A oggi la situazione dice che ci sono 39 centri urbani colpiti delle alluvioni, con più di un milione e 600mila persone coinvolte. Più di un quarto della popolazione. In tutto sono state evacuati 31800 cittadini, di cui 13600 nella sola Obrenovac. È la città, non distante da Belgrado, che più è stata devastata. Quanto alle vittime, se ne contano 33. Ma dovrebbero salire.

I danni materiali, adesso. Quattromila stabili allagati, 80mila ettari coltivabili sommersi dalle acque, 230 ponti distrutti e 3700 chilometri di strade danneggiate. «Tutto questo comporta, secondo i calcoli, un costo in termini di Pil pari allo 0,64%», spiega Ana Hrustanovic.

Il che implica un duplice sforzo. Da un lato si tratta di governare l’emergenza, o quanto meno di contenerla. Dall’altro di guardare alla ricostruzione, che sarà altrettanto difficile, se non di più.

«Quello che abbiamo vissuto – dice l’ambasciatrice riferendosi al breve periodo – è qualcosa di eccezionale nella nostra storia. C’è chi ha segnalato che ci siamo fatti cogliere di sorpresa, che non abbiamo lavorato sulla prevenzione. Ma un cataclisma del genere ti abbate, punto e basta. In questi giorni stiamo cercando di lottare, tutti insieme, allo scopo di limitare i nuovi, possibili danni. Si rafforzano gli argini, si spala fango. L’impegno delle forze armate, degli specialisti e dei cittadini, che si sono mobilitati con generosità, è incredibile. S’è messo in circolo un grande senso di solidarietà nazionale».

La Serbia ha però bisogno anche degli aiuti internazionali. Ora e più avanti, perché l’emergenza durerà ancora. «Ci sono da ricostruire infrastrutture e case, dobbiamo rilanciare i raccolti agricoli e le attività industriali, così come riassicurare l’allaccio elettrico, di cui attualmente sono sprovviste 26mila famiglie. Se vogliamo rialzarci serve, appunto, anche l’aiuto internazionale. Mi riferisco sia ai paesi della regione, che hanno offerto subito sostegno, confermando che la cooperazione regionale sta progredendo, sia ai nostri amici europei».

Germania, Italia, Regno Unito, Austria e altri membri del blocco comunitario si sono prodigati. Forse, tuttavia, con un po’ di ritardo. Dovuto anche al fatto, come ricordato dal famoso tennista Novak Djokovic, che la stampa estera non ha capito immediatamente la portata di questa tragedia.

In ogni caso, questi aiuti sono in campo. «Ringraziamo tutti, anche l’Italia. La Serbia apprezza tantissimo l’appoggio che il vostro paese ha assicurato. Ma ce ne serve ancora e di più», afferma l’ambasciatrice, segnalando che sul sito dell’ambasciata  serba a Roma (www.roma.mfg.gov.rs), sono presenti le informazioni su come e dove effettuare donazioni.

Serbia e Bosnia allagate. Decine i morti, migliaia le case distrutte. Si dovrà ricostruire tanto e assicurare il rientro delle persone evacuate. Ma intanto si guarda all'emergenza. La macchina dei soccorsi, compresi quelli internazionali, benché inizialmente lenti di riflessi, è partita. 

(Scritto per Il Manifesto)

L'alluvione a Zenica, Bosnia (Wikipedia)

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