Vai al contenuto

Nella democrazia sovrana di Vladimir Putin c’è spazio anche per volti e partiti nuovi. Basta che siano ovviamente fedeli e funzionali all’apparato. Erano ormai quasi 20 anni che alla Duma non entravano altre formazioni oltre alle solite: il partito del potere Russia Unita, i comunisti di Gennady Zyuganov, i nazionalisti di Vladimir Zhirinovsky e i socialdemocratici di Sergei Mironov. Questa volta a far loro compagnia è giunta Nuova gente, invenzione degli spin doctor del Cremlino che hanno reclutato l’oligarca Alexey Nechayev e lo hanno pilotato oltre la soglia del 5 per cento, aprendogli le porte del parlamento russo. Continua su Tag43.it

Trent‘anni dopo la dissoluzione dell‘Urss, quella che Vladimir Putin ha bollato come «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo», la Russia si trova ancora in una fase di transizione. Il regime ibrido costruito da Putin è di fatto uno Stato autoritario con parvenze democratiche. E tra queste ci sono le elezioni parlamentari. Anche quest’anno, con il voto che si tiene dal 17 al 19 settembre, entreranno alla Duma, oltre al partito del potere Russia Unita, diverse formazioni: la cosiddetta opposizione sistemica. Continua su Tag43.it

“Svenduti”. È il sentimento che aleggia nelle capitali dell’Europa centro-orientale nei confronti di Joe Biden sul tema del nord stream 2. Perché a seconda che la questione si guardi dall’osservatorio di Berlino, Mosca o Varsavia-Tallin-Praga, la prospettiva cambia. L’apparente disponibilità della nuova amministrazione americana a ricercare una qualche forma di accordo con la Germania sul raddoppio del gasdotto russo-tedesco sotto il Baltico ha scombussolato le carte al di là dell’Oder-Neisse. E poco conta che nel cambio di rotta di Washington, qualora dovesse essere confermato dai futuri incontri al vertice tra cui spicca quello tra Biden e Merkel fissato per luglio, pesi una robusta dose di realismo. Gli europei centro-orientali, freschi di ritorno in Europa e (ingenuamente?) adoranti della bandiera a stelle e strisce, si sentono adesso “svenduti” [... continua su Startmag.it]

L‘ultima della serie è stata Karin Kneissl, ex ministra degli Esteri austriaca, finita questa primavera nel Consiglio di amministrazione (Board of directors) di Rosneft, il colosso statale russo del petrolio. La vicenda ha suscitato una grande eco in Europa, visto che qualche tempo prima, era l’estate del 2018, Kneissl aveva invitato Vladimir Putin al suo matrimonio, con tanto di valzer e inchino finale. Kneissl, diplomatica in carriera, era stata chiamata al governo del cancelliere Sebastian Kurz in quota FPÖ, il partito nazionalpopulista austriaco. Ora è alla corte del Cremlino. E non è l’unica. Continua su Tag43.it

I recenti avvenimenti in Bielorussia e in Russia hanno riportato all’ordine del giorno un vecchio progetto, risalente ancora agli Anni 90: l’unione tra i due Paesi. L’involuzione autoritaria negli ultimi anni al Cremlino, accompagnata dalle tensioni con Unione europea e Stati Uniti dopo la crisi in Ucraina scoppiata nel 2014, e il pluridecennale duello tra il dittatore Alexander Lukashenko e l’intero Occidente precipitato dopo le elezioni truccate del 2020 e la dura repressione, hanno spinto Mosca e Minsk a riprendere il filo di un discorso avviato ai tempi di Boris Yeltsin. Continua su Tag43.it