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Il 26 marzo del 2000 Vladimir Vladimirovich Putin (VVP) entrava per la prima volta nelle stanze del Cremlino, eletto al primo turno delle presidenziali con quasi il 53 per cento dei voti. Un risultato scontato, dopo che la sera del 31 dicembre precedente Boris Yeltsin aveva annunciato in diretta televisiva le proprie dimissioni lasciando di fatto il posto all’allora primo ministro. Una successione gestita dall’alto, approvata ovviamente non solo dal vecchio capo di Stato, ma soprattutto dall’entourage degli oligarchi, i veri poteri forti, che alle spalle del vecchio e malandato Corvo Bianco tiravano le fila della Russia postsovietica. Continua su Eastwest (Paywall)

Il 2019 si è concluso tra Russia e Ucraina con alcuni segnali positivi, che pur non riavvicinando i due paesi – in rotta di collisione dopo il regime change a Kiev, l’annessione della Crimea e l’avvio della guerra nel Donbass – hanno evitato di allargare il fossato in un momento in cui si poteva aprire una voragine e inghiottire ogni speranza di riposizione di un duello che caratterizzerà non solo l’anno appena iniziato, ma l’intero decennio. Continua su Lettera43

Il tanto atteso summit nel formato normanno è finito nella solita aria fritta, messa nero su bianco nel comunicato finale pubblicato dall'Eliseo. In sostanza Ucraina e Russia, con la mediazione di Francia e Germania, si sono impegnate a rilanciare il dialogo nel Donbass, in stallo da qualche annetto. La guerra nel sudest prosegue sottotraccia e continua a fare morti, siamo arrivati a oltre 13mila. Senza contare oltre un milione di profughi, tra quelli interni ucraini e chi ha preso definitivamente la via della Russia. Il faccia a faccia tra Putin e Zelensky si è risolto nel nulla e il presidente ucraino continua sulla falsariga del suo predecessore Poroshenko. Con queste premesse non ci si può aspettare nulla di nuovo per il futuro prossimo. E nemmeno a lungo termine. Continua su Linkiesta

L’ultimo incontro nel cosiddetto “formato normanno” risale all’ottobre del 2016. A Berlino si riunirono con Angela Merkel e l’allora presidente francese François Hollande, Petro Poroshenko e Vladimir Putin, i quattro che si erano visti per la prima volta in Normandia nel 2014 alle celebrazioni per il 60esimo anniversario dello sbarco degli Alleati e che avevano poi sottoscritto gli Accordi di Minsk nel 2015 impostando la road map del processo di pacificazione nel Donbass. Continua su Lettera43

Con il via libera dellaDanimarca a Nordstream 2, bloccato temporaneamente per questioni ambientali, si è chiusa, salvo imprevisti, la telenovela delgasdotto russo-tedescCo sotto il BalticoGià in dirittura d’arrivo, si era incagliato nelle acque territoriali danesi e senza la luce verde di Copenaghen avrebbe dovuto allungare il percorso. Niente chilometri in più e altri ritardi, quindi, e così il progetto trainato dal colosso Gazprom dovrebbe chiudersi nei prossimi mesi e partire a pieno regime nel 2020. Continua su Lettera43