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La scure dell'agenzia Fitch sulla tripla A francese è solo l'ultimo segnale di una crisi economica europea che si approfondisce. Non risolta sulle sponde meridionali del continente, essa ha cominciato a muoversi inesorabilmente verso nord. I dati più recenti sull'export tedesco indicano che anche la Germania comincia a sentire il peso della depressione altrui e, se non ci fosse una volta tanto il mercato interno a tenere su i consumi, anche Berlino non potrebbe vantare quei pochi punti di decimale nella crescita del Pil che la tengono a galla.

Ma i numeri più allarmanti vengono da altri Paesi della cosiddetta area virtuosa. Per la Finlandia, finora ritenuta al pari della Germania un'isola felice nel mare in tempesta, il dato della crescita riferito al primo trimestre dell'anno in corso ha fatto registrare un -0,1% rispetto allo al trimestre precedente. Non è tanto la cifra in sé che preoccupa, quanto il fatto che si tratti del secondo risultato negativo di fila, dopo che anche quello dell'ultimo trimestre del 2012 era stato caratterizzato dal segno meno. Tecnicamente il Paese scandinavo deve essere considerato in recessione, un evento fino a pochi mesi fa inimmaginabile per un'economia che, come quella tedesca, può ancora fregiarsi della tripla A nel rating di credibilità delle agenzie internazionali. Il taglio del rating francese è un campanello d'allarme anche per Helsinki.

A pesare sulla crescita è stato soprattutto il crollo delle commesse dall'estero per carta, macchinari e navi, causato dalla riduzione complessiva dei volumi di scambio dovuta alla crisi. Meno soldi in giro per l'Europa, meno acquisti di merci: come avevano previsto molti economisti, la ricetta dell'austerità, non accompagnata da misure di sostegno alla crescita, ha finito con il ritorcersi anche contro i Paesi più virtuosi. L'approfondirsi della crisi finlandese è evidenziata soprattutto se si raffronta il dato del primo trimestre 2013 con quello dello stesso periodo del 2012: in questo caso, la retromarcia dell'economia è ancora più sensibile, -2,1%.

Un'atmosfera non troppo diversa si respira anche in Olanda, sebbene non sia proprio una novità, dal momento che già da qualche tempo l'economia e i conti pubblici olandesi hanno segnalato più di qualche sofferenza. Anche l'Olanda è caduta in recessione, per la terza volta in tre anni, gli indici di consumo sono in discesa da almeno 20 mesi e la disoccupazione è salita al 6,5%, un dato che potrebbe apparire ancora modesto ma che di fatto costituisce il record in questo primo spicchio di secolo. Una delle poche differenze rispetto ai Paesi dell'Europa del sud è che i politici non hanno accusato Angela Merkel per i loro problemi e, anzi, il premier del governo di grande coalizione Mark Rutte ha assicurato di voler utilizzare il lasso di tempo in più concessogli dall'Ue per riportare il disavanzo pubblico sotto la soglia del 3% entro il 2014. E il suo ministro delle Finanze Jeroen Dijsselbloem, che è anche capo dell'Eurogruppo, non perde occasione di bacchettare i governi dei Paesi meridionali per la loro riluttanza ad abbracciare con gioia le misure di austerità. Ma la retorica del virtuosismo potrebbe avere il fiato corto: con un'economia in contrazione, un sistema bancario in affanno, un mercato immobiliare fermo, l'Olanda si troverà di fronte alle stesse difficoltà delle cicali meridionali.

Dal punto di vista tedesco, l'Olanda rimarrebbe lo sparring-partner perfetto. Peccato però che nelle ultime settimane siano aumentati i dubbi sul fatto che ai buoni propositi possano seguire anche i fatti. «La crisi nell'Eurozona si sta spostando senza alcun dubbio verso il nord», ha detto Karel Lannoo, direttore del Center for European Policy Studies, «e l'Olanda sta sempre più cadendo nel vortice dei Paesi in crisi».

I motivi sono due. Da un lato, come per Finlandia e Germania, le misure di risparmio adottate nei Paesi del sud hanno ridotto gli acquisti di merci e beni olandesi, che ora giacciono nei depositi delle aziende. Dall'altro, molte imprese olandesi, specialmente nei settori maggiormente produttivi, sono emigrate verso sud, dove trovano condizioni economiche più vantaggiose grazie alla riduzione del costo del lavoro in atto. «In più l'Aja ha già sperimentato gli effetti positivi delle riforme del mercato del lavoro introdotte fin dagli anni Novanta», ha concluso Lannoo, «e non ha più grandi margini di manovra. Il momento di maggior vigore economico l'Olanda lo ha raggiunto alla fine del secolo scorso, dagli anni Duemila è invece iniziata una lenta fase di perdita di competitività delle sue imprese». Secondo gli esperti, l'unica riforma cui il premier Rutt potrebbe mettere mano ora è quella dello stato sociale. Facile a dirsi, difficile a farsi. Tra le misure previste per rientrare fra un anno e mezzo sotto la soglia del 3% di deficit c'è quella del taglio di 18 mila posti di lavoro nel settore pubblico, un dimagrimento del 12% dell'intera amministrazione. Anche questo un passaggio delicato per un governo di coalizione politicamente fragile.

La salute degli europei corre il rischio di diventare vittima della crisi economica: la combinazione di politiche di risparmio e crescita della disoccupazione ha ridotto l'accesso dei cittadini ad aiuti sanitari adeguati. Un avvertimento chiaro e drammatico, lanciato dall'autorevole rivista medica britannica The Lancet: «Una condizione decisamente allarmante se confrontata con la sconfortante situazione del mercato del lavoro in Europa negli ultimi mesi: 26 milioni di senza lavoro in tutta l'Ue con un tasso medio che è salito al 10,8%».

Le medie naturalmente non dicono tutto: ci sono Paesi, come quelli del Sud Europa, dove la situazione è precipitata in maniera più veloce e drammatica che altrove. La crisi e i piani di risparmio non colpiscono ovunque con la stessa forza, e in qualche angolo del continente non colpiscono affatto. In Grecia, Spagna, Italia, Portogallo e Cipro il peggioramento delle condizioni sanitarie è già realtà e, nei mesi scorsi, sono passate quasi sotto traccia le cronache da Atene sulla carenza di medicine negli ospedali: cose da terzo mondo che avvengono in uno degli Stati membri di quello che veniva considerato il club più esclusivo del pianeta.

«Crisi finanziaria, austerità e salute in Europa» è il titolo del rapporto pubblicato da The Lancet, i cui ricercatori si sono concentrati in particolare su come le politiche di tagli alla spesa hanno inciso sui sistemi sanitari di Grecia e Portogallo. La tesi che è emersa è un atto di accusa nei confronti dei politici, una denuncia di fallimento della gestione della crisi: i programmi di austerità hanno innescato un circolo vizioso di depressione dell'economia e di indebolimento delle reti di sicurezza sociale e hanno lasciato che esplodesse la crisi della sanità.

Uno dei casi concreti analizzati dalla rivista è stato il tentativo intrapreso per mantenere la Grecia nell'Unione Europea, nel quale la Troika, composta da Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea, ha giocato un ruolo fondamentale. Sebbene l'assistenza sanitaria sia considerata un affare interno di ogni singolo Stato, la Troika ha obbligato il governo greco a contenere le spese nel settore entro il 6% della crescita economica. In questo modo, in soli due anni Atene ha dovuto ridurre del 25% i costi sostenuti per il personale medico e del 15% quelli per le strutture ospedaliere. Date le risorse disponibili, il sistema sanitario greco se l'è dovuta cavare con la metà del personale prima disponibile, l'altra metà si è ritrovata disoccupata. L'introduzione di questo meccanismo ha impedito di fatto al sistema sanitario greco di mantenere gli standard minimi di assistenza: con il passare delle settimane, molte medicine non sono più state disponibili, perché mancavano i soldi per pagarle e lo Stato si è ritrovato in debito con le farmacie per l'impossibilità di rimborsare i costi delle ricette.

Il rischio del declino sanitario non riguarda però solo i Paesi in crisi. Anche laddove la situazione non ha assunto i tratti dell'emergenza i risparmi imposti ai governi per affrontare l'emergenza hanno prodotto danni notevoli. È il caso dell'Olanda, che ha tolto dal paniere dell'assistenza pubblica le prestazioni di fisioterapia e della fecondazione assistita in vitro o quelli di Francia, Finlandia e Danimarca, dove l'autocontenimento delle spese sanitarie è divenuta una prassi». Altrove, come a Cipro, in Irlanda e Portogallo, i salari dei medici sono stati tagliati. Perfino l'Inghilterra, finora considerata una sorta di oasi felice per i medici, ha congelato i loro salari.

Di fronte a questo quadro europeo generale, il rischio concreto è che le politiche finora seguite non solo non aiutino le economie a risollevarsi ma precipitino irrimediabilmente un sistema sanitario pubblico che, pur con casi di dispersione di risorse, ha permesso agli europei di raggiungere negli ultimi 6 decenni standard di vita fra i più alti del mondo. The Lancet ha suggerito un modello alternativo, quello islandese: «Lì gli elettori hanno respinto con un referendum i tagli proposti dalle istituzioni finanziarie internazionali e hanno deciso di investire nuovamente nelle strutture pubbliche». La rivista non ha fornito dati utili a capire se questa ricetta abbia risollevato le sorti economiche e finanziarie dell'isola, ma ha certificato che la crisi non ha avuto alcuna influenza sulla situazione sanitaria degli islandesi.

Pressante è invece l'appello indirizzato all'Unione Europea. I politici sono apparsi finora ciechi di fronte alle conseguenze sociali delle politiche adottate e la Commissione dovrebbe immediatamente verificare le conseguenze delle sue misure sulla sanità. «I funzionari sono sempre stati solleciti a misurare le cifre dei prodotti interni lordi o quelli dei disoccupati, ma quando si tratta di valutare i numeri che riguardano la situazione sanitaria dei cittadini la trascuratezza la fa da padrone». Gli ultimi dati disponibili a livello continentale, infatti, sono fermi al 2010. Da allora la crisi ha fatto passi da gigante, coinvolto sempre nuovi Paesi e messo in difficoltà sempre più europei.

Anche i falchi si trasformano in colombe quando la crisi bussa alle porte di casa. Così l'Olanda ha fatto il salto della barricata, abbandonando linea del rigore finora sostenuta al fianco della Germania e adottando una prospettiva più flessibile nel definire la propria road map per ridurre il debito pubblico.
«Dopo Parigi, anche L'Aia pretende che Bruxelles conceda un anno in più di tempo per riportare i debiti dello Stato al di sotto della soglia del 3% del Prodotto interno lordo», ha riportato la Neue Zürcher Zeitung, «dilazionando così dal 2013 al 2014 l'obiettivo di rientrare al di sotto della soglia di uno dei criteri di Maastricht».

La decisione è stata presa dal Consiglio dei ministri olandese riunitosi venerdì 1 marzo, nel quale è stato comunque varato un piano aggiuntivo di austerity per 4,3 miliardi di euro, ma alla condizione che le misure previste entrino in vigore nel 2014. Tra queste, la rinuncia all'adeguamento delle classi fiscali e delle detrazioni d'imposta al tasso di inflazione (che di fatto è destinato a produrre un aumento dell'imposizione fiscale), il blocco dei salari nella pubblica amministrazione e un non meglio precisato «congelamento volontario» degli stipendi per gli addetti al settore della sanità.
Proposte che devono prima essere concordate con le parti sociali e con i partiti delle opposizioni, giacché la grande coalizione fra liberali e socialdemocratici, emersa dalle ultime elezioni olandesi, tanto grande non è, almeno nei numeri del Senato, la seconda camera, dove manca la maggioranza.

Lo slittamento di un anno è dunque la carta di scambio che il governo di Mark Rutte vuol concedere alle controparti politiche e sociali per convincerle al compromesso. Ma è anche una necessità, viste le previsioni congiunturali dell'economia olandese per l'anno in corso: «Le cifre fornite dall'Istituto di ricerca economica Cpb non sono state positive», ha aggiunto il quotidiano svizzero, «e prevedono che, senza manovre aggiuntive, il rapporto deficit-Pil del Paese è destinato ad assestarsi al 3,3% nel 2013 e al 3,4% nel 2014».

Causa di tali squilibri è la dura recessione in cui sta sprofondando anche l'apparentemente solida economia olandese, determinata soprattutto dal crollo dei consumi privati e dalla diminuzione degli investimenti nel settore immobiliare. Per il 2013 il Cpb prevede una diminuzione del Pil dello 0,5%. La ripresa è prevista solo nel 2014, determinata dal recupero delle esportazioni. Per questo motivo, pur non rinunciando a varare misure di risparmio per riportare i conti in ordine, il governo de L'Aia ha intenzione di non far coincidere l'introduzione del piano di austerity con la congiuntura negativa dell'economia.

Una lezione imparata a spese degli Stati del Sud Europa, nei quali le ricette del risparmio hanno ulteriormente aggravato la situazione. C'è chi teme che l'ammissione dell'esecutivo olandese possa spingere le agenzie di rating a rivedere la tripla A che ancora caratterizza la valutazione di solidità e solvibilità del Paese, ma Bruxelles sembrerebbe orientata a venire incontro alle richieste di Rutte: i numeri in possesso della Commissione europea hanno confermato le preoccupazioni olandesi e il commissario all'Economia Olli Rehn si è detto disponibile a concedere più tempo a quei Paesi che mantengono l'impegno a seguire le direttive europee per l'abbattimento strutturale del debito, ma non riescono a centrare l'obiettivo per inattese difficoltà congiunturali.

Tempi difficili un po' ovunque in Europa per le politiche di austerity sostenute con ostinazione da Angela Merkel. Secondo l'Handelsblatt, anche Irlanda e Portogallo starebbero negoziando con i ministri finanziari dei Paesi dell'euro «un prolungamento dei tempi per la restituzione dei miliardi di crediti di sostegno ottenuti nei mesi passati per affrontare le emergenze finanziarie». Si tratterebbe in particolare di spalmare gli ammortamenti di singoli prestiti, ricevuti nell'ambito dei pacchetti Efsm e Efsf.
Un primo incontro, nel quale devono essere valutate diverse opzioni, dovrebbe svolgersi a Bruxelles lunedì 4 marzo. La trattativa appare delicata, dal momento che l'inizio della restituzione dei prestiti dovrebbe coincidere per i due Paesi con il rifinanziamento dei titoli di Stato in scadenza: c'è il rischio di danneggiare il ritorno sui mercati finanziari di Dublino e Lisbona, un'eventualità che potrebbe essere evitata solo con un ulteriore intervento di sostegno dei partner dell'Eurozona.

Un nuovo finanziamento che, per quanto riguarda la quota tedesca, dovrebbe essere approvato dal Bundestag. Esattamente la situazione che Merkel, a pochi mesi dalle elezioni, vorrebbe evitare.
Secondo indiscrezioni raccolte dall'Handelsblatt in ambienti del governo tedesco, la cancelliera sarebbe disposta solo a piccole concessioni nei confronti di Irlanda e Portogallo, ma non a rimettere in discussione l'impostazione generale dei programmi di salvataggio.
È evidente tuttavia che la Germania vada incontro a una fase difficile del suo rapporto con i partner europei. L'apertura di troppi tavoli per rinegoziare i sentieri stretti dell'austerity, le pressioni sempre più forti di tanti Paesi per avviare finalmente quei piani di crescita promessi e mai elaborati sono segnali di un isolamento sempre crescente di Merkel, sulla quale è piombato il carico da novanta del voto italiano.

Il 12 settembre 2012 potrebbe restare un giorno memorabile nel calendario europeo. Dopo mesi di catastrofi finanziarie, paure, spread fuori controllo, notizie negative che apparivano inarrestabili, il doppio colpo assestato da Karlsruhe e L'Aia ha rimesso in piedi un pugile che sembrava destinato a rimanere al tappeto. Non è ancora un kappaò e di certo è troppo presto per condividere l'euforia di una svolta. Ma è indubbio che l'atmosfera sia di colpo cambiata.

Il processo messo in moto la settimana precedente dalle decisioni della Bce di Mario Draghi ha preso consistenza con la sentenza della Corte costituzionale tedesca e ha trovato una sua legittimazione democratica nell'esito del voto olandese. Nonostante i condizionamenti noti e quelli futuri imposti dalla Corte, il governo tedesco ha ottenuto il via libera per garantire la sua quota di partecipazione al meccanismo di aiuti permanente. Il tanto temuto agosto è ormai alle spalle, l'Europa ha guadagnato altro tempo e ora si tratterà di capire se riuscirà a utilizzarlo al meglio per venire a capo della crisi.

L'applauso dei parlamentari europei, riuniti nella seduta plenaria di Strasburgo, ha sancito platealmente il respiro di sollievo tirato a Bruxelles. Tanto che pure il timido presidente della Commissione José Manuel Barroso, finora criticato per il profilo basso e un certo grigiore burocratico, ha trovato il coraggio di lanciare il cuore oltre l'ostacolo e di annunciare il progetto di istituire una vigilanza bancaria europea e di avanzare verso una federazione di Stati attraverso un nuovo trattato. A smorzare gli ardori, sono già arrivati i paletti innalzati da alcuni Stati membri.

Che il colpo di reni sia venuto da Germania e Olanda, due Paesi finora sul banco d'accusa per lo scarso senso di solidarietà continentale, è un paradosso di cui però è piena la storia d'Europa. Se il verdetto di Karlsruhe è stato un importante lasciapassare giuridico, il risultato del voto olandese ha costituito un fondamentale dato politico. Per settimane le cronache elettorali dall'Aia e dintorni erano state dominate dai toni trionfanti dei populisti antieuropei, di destra e di sinistra. Una miscellanea di tesi spesso contraddittorie, che avevano fatto presa nella pancia in subbuglio di cittadini disorientati e avevano conquistato, con il loro folklore, i primi piani di tutti i media. In ombra era rimasto il sentimento di una larga fascia di elettorato, poi dimostratasi maggioritaria, che al momento decisivo ha deciso di voltare le spalle all'avventurismo e porre fiducia in quei partiti che non volevano far saltare il tavolo.

Negli ultimi giorni è apparso sempre più chiaro che socialisti e populisti di Wilders avevano perduto mordente e che, dal fondo della società olandese, emergeva un'esigenza di moderazione e responsabilità che alla fine ha premiato i due partiti tradizionali della scena politica. Non era scontato: il giovane leader socialdemocratico, Diederik Samsom, è favorevole a concedere più tempo alla Grecia per mettere ordine ai suoi conti.

Nulla rimarrà come prima in Olanda, giacchè liberali e socialdemocratici, da sempre alternativi, saranno costretti a mettere assieme programmi non coincidenti per governare il Paese in una fase difficile. Eppure il segnale è chiaro: al di là dei mal di pancia, anche i riottosi olandesi, alla fine, ritengono che mandare all'aria la costruzione europea e la moneta unica che la simboleggia sia un gioco cui non conviene partecipare.

Tempi di crisi, tempi di grandi coalizioni? Laddove l'alternanza non è governata da appositi meccanismi elettorali, la ricetta sembra essere la soluzione più indolore. L'Olanda la sperimenterà per la prima volta, ma governi di emergenza già reggono le sorti di Paesi in difficoltà come la Grecia e l'Italia. Quando le scelte diventano difficili e impopolari, latita il consenso di fondo sui grandi temi e i partiti sulle ali scivolano verso posizioni più estreme, può essere una necessità inevitabile. Potrebbe ricorrervi anche la Germania, fra un anno, quando i cittadini saranno chiamati a rinnovare Bundestag, governo e cancelliere.

La sentenza della Corte è stata chiara su un punto: ogni ulteriore impegno finanziario del Paese, ogni ulteriore passaggio verso l'integrazione europea dovrà passare dalla discussione trasparente e dall'approvazione del parlamento. È ai politici che i giudici di Karlsruhe hanno consegnato le chiavi delle scelte future, scrollandosi di dosso l'imbarazzo per la sovraesposizione fin qui vissuta. Ma la coalizione di Angela Merkel non sembra in grado di garantire da sola la maggioranza necessaria a garantire la nuova linea europea. Non è solo questione di sentimento popolare: troppi euroscettici si annidano fra i liberali e dentro il suo stesso partito. Le votazioni più recenti su aiuti ad Atene, patto fiscale e fondo Esm hanno dimostrato che, senza il soccorso delle opposizioni, quei provvedimenti non sarebbero passati.

Ma la frammentazione del quadro partitico e i sondaggi potrebbero darle una mano. Angela Merkel è una donna fortunata. Se non ci saranno scossoni, fra un anno una maggioranza Cdu-Fdp sarà numericamente impossibile, così come ogni altra costellazione. L'unica via d'uscita sarà quella di una nuova Grosse Koalition fra democristiani e socialdemocratici, un'alleanza che ha già gestito con successo la crisi finanziaria globale che infettò la Germania nel 2008. I segnali di avvicinamento fra i due partiti sono già evidenti, oltre l'inevitabile contrasto dettato dai ruoli attuali. E siccome il vantaggio della cancelliera sui suoi ipotetici avversari appare ad oggi incolmabile, a Berlino gira la battuta che l'Spd non dovrà tanto preoccuparsi di scegliere il suo candidato alla Cancelleria, quanto il ministro degli Esteri del nuovo governo: ruolo tradizionalmente destinato al leader del partner minore.

Con lo sguardo puntato all'Europa, ai tedeschi una soluzione del genere non dovrebbe dispiacere. A dispetto della scarsa considerazione di cui godono nel resto del continente, restano il popolo più europeista. Un sondaggio reso noto dall'istituto statunitense German Marshall Fund ha rivelato il 12 settembre (proprio una data del destino) che «il 73% dei tedeschi considera positivamente il fatto che la Germania sia membro dell'Ue e il 53% è convinto che l'euro abbia fatto bene al Paese». Nel resto d'Europa, le percentuali sono rispettivamente del 61 e del 37%. Dati che contraddicono la vulgata prevalente. E lasciano sperare che il ritorno del vento europeista venuto dal Nord non sia solo una brezza di fine estate.

 

Se la crisi europea manderà all'aria anche il panorama politico tradizionalmente stabile dell'Olanda, sarà il caso di rivedere davvero le carte in tavola. Si vota mercoledì 12 settembre e le previsioni del tempo segnalano rovesci di pioggia in tutto il Paese. Niente rispetto a quello che potrebbe venir fuori dalle urne, dove gli elettori olandesi si ritroveranno una ventina di partiti impressi sulla scheda elettorale e i risultati scaturiranno da un sistema di voto fortemente proporzionale.

A dare un po' di fiato ai partiti filo-europei ci sono gli ultimissimi sondaggi, che segnalano una forte ripresa del partito socialdemocratico a danno dei socialisti di Emile Roemer. L'istituto demoscopico Maurice de Hond azzarda a parlare di «svolta», determinata da quel terzo di elettori indecisi che si starebbe orientando verso i socialisti dal volto europeo di Diederik Samsom dopo le convincenti performance televisive degli ultimi giorni. Il suo Partito del Lavoro (PvdA) avrebbe così scavalcato nei consensi l'outsider Roemer e incalzerebbe in un avvincente testa a testa il partito liberale del premier dimissionario Mark Rutte. Chi metterà il naso davanti al momento dello scrutinio sarà incaricato di formare il nuovo governo. E qui potrebbe finire la suspance, perché molti osservatori danno per scontato che si formerà una Grosse Koalition in salsa olandese, nonostante Rutte e Samsom neghino a gran voce prima del voto.

Anche questa però sarebbe una novità. I due partiti tradizionali, che hanno da sempre rappresentato i due poli opposti nell'alternanza politica olandese, saranno costretti ad allearsi, inaugurando anche da queste parti quella ricetta di governo emergenziale che appare l'unica uscita di sicurezza in tempi di crisi. A destra di Rutte, gli ex partner di governo democristiani attendono quasi rassegnati la resa dei conti con il loro elettorato. E anche il populista più famoso d'Europa, Geert Wilders, si è ritrovato con le armi dell'anti-islamismo spuntate, nel momento in cui l'euro ha cominciato a far più paura dei musulmani. Di più, paga il fatto di aver fatto cadere Rutte e costretto i disincantati ma pratici olandesi a tornare alle urne solo due anni dopo.

Il ruolo di spaventapasseri gli è stato scippato dall'ex maoista Emile Roemer, che ha menato le danze per tutta la campagna elettorale, almeno fino a quando il ceto medio non si è svegliato dall'inedia e dal letargo e ha cominciato a volerci vedere chiaro nei programmi del partito indicato stabilmente in vetta a tutti i sondaggi. Un paio di avventate uscite nei dibattiti televisivi dovrebbero aver messo piombo nelle sue ali drenando consensi a favore di Samsom, ma i socialisti si piazzeranno ugualmente al terzo posto, diventando una spina nel fianco di un'eventuale coalizione per forza di cose eterogenea.

L'Olanda non è la Grecia, ma il quadro politico che può emergere dal voto le assomiglia molto: due forze da sempre alternative, costrette a governare assieme più per stanchezza che per entusiasmo sotto i diktat dell'Europa che guarda con preoccupazione il rallentamento dell'economia olandese e pretende tagli sociali e riforme. E un'opposizione alla Syriza pronta a sfruttare, anche con una buona dose di populismo, ogni passo falso.

E a sentire quel che dicono gli olandesi per strada è facile cogliere il disincanto verso le forze politiche tradizionali. Dal fondo della società emerge quella sensazione mista di mancanza di fiducia e impotenza verso i politici riscontrabile in ogni Paese dell'Europa di oggi. Con in più una sorta di visione schizofrenica dovuta alla doppia condizione di un popolo ricco minacciato da future povertà. Si guarda con orrore alle richieste di austerity di Angela Merkel e allo stesso tempo si è renitenti a impegnarsi per gli aiuti ai Paesi in difficoltà. Si plaude all'intervento della Banca centrale europea, ma si esclude di cedere sovranità nazionale a un'Unione Europea della quale non si intravvedono vantaggi concreti. Lo spirito pragmatico degli olandesi impedisce loro di interpretare la casa comune europea come un baluardo contro i conflitti del passato (atteggiamento prevalente, ad esempio, in Germania): investire in un tale progetto deve convenire, altrimenti meglio tirarsi indietro. Roemer, con le sue contraddizioni, sembra interpretare alla perfezione questo sentimento: «Offre agli elettori una piattaforma socialista e nazionale», dice il sondaggista Tim Kanne, facendo attenzione a non invertire i termini. Potrebbe non bastare a vincere le elezioni questa volta, ma almeno essere sufficiente a rendere ostica la vita a un governo di grande coalizione. E magari a fare il salto definitivo alla prossima tornata.

Lo scenario spaventa Samsom, che non ha per ora escluso alcuna opzione. Le ultime ore di campagna elettorale sono d'altronde quelle meno indicate per lasciarsi andare a speculazioni sul governo. L'improvvisa popolarità ottenuta dal 41enne leader socialdemocratico, un fisico nucleare con un passato nelle file di Greenpeace, deve prima essere confermata dal voto. Poi si vedrà. E molto dipenderà dalle distanze che separeranno i vari partiti. Se il PvdA non dovesse arrivare primo ma avere tuttavia un buon margine di vantaggio su Roemer, non è esclusa l'esplorazione di un governo di sinistra, con l'aggiunta dei verdi. Un esecutivo 'sociale' che punti sulla crescita e sulla salvaguardia del welfare state seguendo l'esempio di Hollande. Salvo poi trovarsi, come il presidente francese, a fare i conti con strade troppo strette.

(da Lettera 43)