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A oltre 20 anni dalla fine dell’Urss e dal crollo del comunismo, l’homo sovieticus del secolo scorso pare aver imparato bene la lezione capitalista. Talmente bene che, sparsi in un po’ tutte quelle repubbliche che una volta facevano parte dell’Impero del Male, sono spuntati nuovi miliardari pronti a rinnegare il proprio passato all’insegna dell’ideologia dell’uguaglianza per diventare invece i padroni dell’industria e della finanza del terzo millennio su scale mondiale.

Basta dare un’occhiata alle classifiche degli uomini più ricchi del pianeta, da quella classica che viene stilata ogni anno dalla rivista americana Forbes a quella rilasciata i primi di maggio dall’agenzia economica Bloomberg, per rendersi conto che i ricconi dell'ex Urss non sono più mosche bianche. Forbes nel 2013 ha conteggiato in tutto il mondo 1.342 persone con un patrimonio personale al di sopra di 1 miliardo di dollari: di questi 100 in Russia, 10 in Ucraina, 5 in Kazakistan, 1 in Georgia. Bloomberg, che si è limitata ai 100 conti correnti più ricchi del mondo, ne ha contati 11 in Russia e 1 in Ucraina.

Le classifiche sono ovviamente indicative, tanto più che in Paesi autoritari come Turkmenistan, Uzbekistan e anche Bielorussia, dove i leader politici sono oligarchi di Stato che non hanno nulla da invidiare ai magnati che si conoscono in Occidente, è difficile andare a scovare i patrimoni reali. I dati potrebbero insomma essere molto più alti. Ma è comunque un fatto che nel giro di qualche lustro le ceneri del comunismo hanno fatto nascere e crescere una nuova specie di turbocapitalisti diventati parte integrante del sistema occidentale.

Se gli oligarchi russi alla corte di Boris Eltsin erano più che altro giocatori locali impegnati entro i patri confini, oggi i miliardari all’ombra del Cremlino sono veri e propri global player. Tra di loro ci sono vecchie facce e volti nuovi, esponenti di una razza padrona sempre più ingorda. È il caso di Alisher Usmanov (numero uno in Russia), che con la sua holding Usm basata alle Isole Vergini si muove tra l’altro nei settori della metallurgia (Metalloinvest), delle nuove tecnologie (Mail.ru), delle telecomunicazioni (Megafon). E, per non farsi mancare nulla, si è comprato pure una squadra di calcio (Arsenal Londra).

Dietro di lui ci sono vecchie volpi a capo di gigantesche holding con asset che vanno dagli idrocarburi al settore bancario quali Mikhail Friedman (Alfa Group), Viktor Vekselberg (Renova) e Vagit Alekperov (Lukoil), a braccetto con i nuovi rampanti Leonid Mikhelson (Novatek) e Andrei Melnichenko (Suek), noto alle cronache per aver sposato la modella serba Aleksandra Nikolich. Nel ranking di Forbes e Bloomberg non mancano personaggi-celebrità, in primis Roman Abramovich (Millhouse Llc), forse il più famoso esponente dell’oligarchia postsovietica che si è fatto strada sgomitando con il defunto Boris Berezovsky tra yacht lunghi più di un campo da calcio (il suo Ecplise è lungo 162,5 metri) e squadre di pallone dalla grandi ambizioni (possiede il Chelsea).

Oltre i confini russi, in Ucraina è Rinat Akmetov il più ricco di tutti: attraverso la holding System capital management (Smc), controlla infatti una buona parte dell’industria energetica del Paese (gas, acciaio e carbone). Anche lui ha poi l’hobby del calcio, marchio ormai del perfetto oligarca: è proprietario dello Shakhtar Donetsk vincitore della Coppa Uefa nel 2009 e fresco dello scudetto nel 2013. L’Ucraina è d’altra parte la nazione che dopo la Russia ha sfornato più miliardari: accanto ad Akhmetov, Forbes elenca tra gli altri Victor Pinchuk, genero dell’ex presidente Leonid Kuchma, e Petro Poroshenko, detto “il re del cioccolato” per la sua attività nel settore dell’industria alimentare (Roshen). In Georgia invece il nuovo primo ministro Bidzina Ivanishvili è anche il magnate più celebre: proprio la sua fortuna economica gli ha permesso nel 2012 di allestire in qualche mese un partito, Sogno georgiano, capace di mettere in minoranza quello del presidente Mikhail Saakashvili.

Da segnalare che la ricchezza nello spazio postsovietico è comunque una questione per gli uomini. Le uniche due donne in classifica sono Elena Baturina (già sposata con l’ex sindaco di Mosca Yuri Luzhkov), capo di Inteco, che si si occupa di costruzioni, e la kazaka Dinara Kulibaeva (Halyk Bank), figlia del presidente Nursultan Nazarbayev.
Le signore dell’ex Urss sono insomma poche ma potenti. Specie considerando che alcune di loro non sono finite nelle liste più che altro per mancanza di dati certi, a partire da Gulnara e Lola Karimova, figlie di Islam Karimov, il capo di Stato in Uzbekistan, le cui fortune rimangono nascoste. Almeno per ora.

(Lettera 43)

L’appuntamento elettorale in Kazakistan è per il presidente Nursultan Nazarbayev particolarmente importante. Dopo le manifestazioni e gli scontri dei mesi scorsi che hanno attirato l’attenzione internazionale anche sulla più vasta e ricca delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale, si tratta ora di dare soprattutto all’esterno l’immagine di un Paese economicamente e politicamente solido, partner affidabile per l’Occidente quando si parla di gas e petrolio, e che sta seguendo un sincero cammino democratico a differenza degli altri vicini Stati, piccoli e grandi, dello spazio postsovietico, dal Turkmenistan all’Uzbekistan e ovviamente alla Russia.

In realtà, se Mosca viene bacchettata costantemente dall'Occidente, lo sguardo che si posa tra Ashgabat e Tashkent, e ovviamente la capitale Astana è molto superficiale. Quando è proprio più da queste parti che dovrebbero suonare le sirene d’allarme. Così ci sono dovuti scappare una decina di morti a dicembre prima che si parlasse delle azioni di protesta e degli scioperi dei lavoratori del settore energetico e prima ancora era stato solo il mancato concerto di Sting ad Astana in occasione del 20esimo anniversario dell’indipendenza del Paese da Mosca perché i media occidentali si interessassero del Kazakistan. Nonostante avesse inizialmente accettato di suonare alla corte di Nazarbayev, a luglio 2011 - dopo le proteste di alcune organizzazioni umanitarie che gli avevano fatto notare la difficile situazione nel Paese e il braccio di ferro violento tra regime e manifestanti - la rockstar aveva rinunciato. Ad aprile 2011 Nazarbayev è stato rieletto capo di Stato con il 95,5% dei voti, proseguendo la carriera al vertice del Kazakistan iniziata nel 1990, quando ancora esisteva l’Unione sovietica ed era stato votato dal soviet kazako come presidente della Repubblica. Giusto per mettersi al riparo da ogni imprevisto nel 2010 si era fatto nominare Ult Lideri, leader della nazione, una specie di presidente a vita, protetto pure dall’immunità eterna anche quando volesse ritirarsi a vita privata. In confronto il ritorno di Vladimir Putin al Cremlino è roba da dilettanti.

Se si pensa che nello stesso anno il Kazakistan ha avuto la presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Ocse), i cui compiti principali riguardano settori come diritti umani, libertà di stampa e rispetto degli standard democratici, appare ancora più strano il fatto che nel parlamento kazako sia rappresentato solo Nur Otan (Patria), il partito di Nazarbayev. Alla faccia del pluralismo. Tanto che alle parlamentari del 2007, la formazione del presidente ha incassato l’88% delle preferenze e tutti i seggi in palio. Le cose potrebbero però cambiare nelle prossime elezioni, visto che secondo i sondaggi c’è un partito in grado di riuscire a oltrepassare la soglia del 7% e fare ingresso, con una manciata di deputati, nel nuovo parlamento. Ak Zhol, il Partito democratico kazako, è infatti accreditato dal centro Alternativa addirittura del 14,3%, mentre secondo l’Istituto per la democrazia sarebbe solo al 7,3%, vicino al socialdemocratico Asat al 7,1%. Con uno o forse due gruppi in più, il dominio di Patria non sarebbe così evidente, anche se è certo che il partito del potere non può fallire l’obiettivo di raggiungere la maggioranza assoluta. Stando ai sondaggi arriverebbe infatti a circa l'80% di preferenze.

Il regno di Nazarbayev non è dunque in pericolo, nonostante qualcosa stia cambiando. Già dalle ultime elezioni all’interno dell’élite kazaka si sono accentuate le correnti e i differenti posizionamenti in vista di un passaggio delle consegne quando il non giovanissimo presidente, che a luglio compie 72 anni, deciderà di fare un passo indietro. Come nelle altre vecchie repubbliche dell’Urss la democrazia è spesso solo di facciata e il potere lo si divide a tavolino. I 16 milioni di kazaki sono in fondo spettatori in un gioco che si decide ai piani alti di Astana e che nel corso degli ultimi anni ha visto sempre un vincente e diversi perdenti: da Rakhat Aliyev, ex marito della figlia del presidente Dariga considerato fino a qualche anno fa uno dei possibili successori, poi entrato in conflitto con il grande capo e costretto a rifugiarsi in Austria, a Mukhtar Ablyazov, ex oligarca e fondatore del movimento di opposizione Scelta democratica ora scappato a Londra.

Ha traballato anche per un momento lo scranno di Timur Kulibayev, sostituito al vertice del fondo Samruk-Kazyna, il braccio industriale e finanziario attraverso il quale il clan Nazarbayev controlla gran parte dell’economia kazaka. Il genero del presidente è stato allontanato dopo le violenze di Zhanaozen e sostituito dal vicepremier Umirzak Shukeyev. Una mossa preelettorale per tranquillizzare i bollenti spiriti sul Caspio, dove è improbabile comunque aspettarsi rivoluzioni.

(Lettera 43)

È una vigilia elettorale molto agitata in Kazakistan, dove il 15 gennaio sono in programma le elezioni parlamentari. La repubblica dell’Asia centrale è stata scossa negli ultimi mesi dalla crisi economica che non ha risparmiato neppure questo Stato ricco di gas e petrolio. Paese di 16 milioni di abitanti, grande come mezza Europa da Lisbona a Varsavia, il Kazakistan è stato sempre considerato l’anello più stabile della catena centroasiatica tra le ex repubbliche sovietiche. Eppure qualcosa ha iniziato forse a scricchiolare.

Le tensioni sociali sono cresciute proprio nel settore energetico, con scioperi e manifestazioni di protesta culminate qualche giorno prima di Natale con il massacro Zhanaozen, nell’Ovest del Paese, a due passi dal Mar Caspio.
Una quindicina di morti tra gli operai e centinaia di feriti dopo gli scontri con la polizia, che non ha esitato a usare le maniere forti in una situazione andata fuori controllo. Non è ancora chiaro cosa abbia innescato la scintilla, ma l'indagine aperta dalla magistratura kazaka contro le forze dell’ordine indica che qualche errore è stato fatto dall’alto. Intanto diverse persone sono state arrestate per aver iniziato i saccheggi e le devastazioni.

Il presidente Nursultan Nazarbayev, che ha vietato a tutti i funzionari del governo, dei ministeri e dei dicasteri i viaggi all’estero per le vacanze delle feste di Capodanno, ha imposto lo stato di emergenza a Zhanaozen e le prime teste hanno già iniziato a rotolare. Sono infatti state tagliate quelle dei manager di alcune società petrolifere e dell’amministrazione locale della città. Ha dovuto lasciare il suo posto anche Timur Kulibayev, genero del capo di Stato (è sposato con Dinara Nazarbayev) e considerato uno dei suoi possibili successori. Una misura in realtà di facciata e diretta a tranquillizzare la piazza, visto che pur essendo stato formalmente allontanato dalla Samruk, Kulibayev rimane comunque al vertice delle altre tre più importanti aziende energetiche del Paese, tra cui il colosso Kazmunaigas.

Fin qui la cronaca, che però offre diversi spunti di interpretazione, se si aggiunge anche la notizia che un gruppo di attivisti dell’opposizione extraparlamentare (in parlamento è rappresentato il solo partito, Otan, di Nazarbayev, in carica da 20 anni, cioè da quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza da Mosca) ha chiamato in causa l'ex premier britannico Tony Blair, accusandolo di aver messo in qualche modo lo zampino in quello che sta accadendo in Kazakistan. In una lettera aperta intitolata Sangue sulle mani di Blair, pubblicata sul quotidiano Respublika e ripresa dal Daily Mail, l’ex premier britannico, diventato da qualche mese consulente di Nazarbayev, viene accusato senza troppi veli di voler ripetere ad Astana lo scenario già visto a Tripoli.

«È noto che Blair fosse un consigliere del sanguinario dittatore Muammar Gheddafi», ha accusato la stampa kazaka, «che ha usato le armi contro i civili nel suo Paese per reprimere le rivolte. Lo scenario sanguinoso della Libia è stato ripetuto in Kazakistan. In tempo di pace ora la leadership kazaka ha aperto il fuoco e sparato contro cittadini inermi: tali metodi sanguinosi sono stati utilizzati nel nostro Paese da quando è diventato consulente del presidente». Gli oppositori di Nazarbayev hanno invitato Blair a dimettersi e cessare la cooperazione con il «regime criminale» e gli hanno imputato di aver mal consigliato il capo di Stato, rimasto inerme di fronte alle richieste degli scioperanti. «Perché negli ultimi sette mesi le autorità sono state sorde alle richieste dei lavoratori del petrolio? E perché hanno sparato ai propri cittadini?».

Domande a cui probabilmente non ci sarà risposta non solo da parte inglese, ma nemmeno da quella kazaka. È certo però che l’esplosiva situazione ha acceso la miccia delle teorie complottistiche, da quelle che vedono appunto la longa manus di qualcuno che in Occidente vuole destabilizzare il Paese per colorarlo con la solita pseudorivoluzione, a quelle che vedono la regia stessa di Nazarbayev, pronto a un nuovo giro di vite in vista delle elezioni.
DISORDINI ORCHESTRATI DALL'ALTO. Difficile districare la matassa ad Astana, dove da sempre decide il clan del presidente, corredato dai soliti scandali. Come il famoso «Kazakhgate», andato a lambire il presidente per una questione di bustarelle miliardarie pagate da un consulente americano, James Giffen, per conto di alcune compagnie petrolifere all’inizio degli Anni 90.
Il nome di uno dei personaggi di allora, Rakhat Aliyev, ex marito di Gulnara, la prima figlia del presidente, rifugiatosi a Vienna, è tornato in ballo in questi giorni come uno dei possibili mandanti dei disordini, pilotati insieme con l’oligarca Mukhtar Ablyasov che a luglio ha ricevuto asilo politico a Londra.

(Lettera 43)

Strane cose. O forse no. In un momento in cui l’Unione Europea e la sua moneta passano uno dei più brutti momenti della breve loro storia, a Mosca si lancia l’Unione Euroasiatica prendendo come modello proprio l’Ue e l’euro. Qualcuno parla di nuova Urss e vuole far risorgere gli spettri del passato, in realtà si tratta di una questione molto più semplice.

Quando i presidenti dei tre Stati fondatori, Dmitri Medvedev (Russia), Aleksandr Lukashenko (Bielorussia) e Nursultan Nazarbayev (Kazakistan) hanno firmato la dichiarazione per l’integrazione e il trattato istitutivo della nuova Commissione economica euroasiatica in cui sono delineate le future tappe che comprendono il passaggio dall’attuale unione doganale allo spazio economico comune (cui dovrebbe aderire anche il Kirghizistan) e la successiva istituzione dell’Unione, non hanno certo pensato di fare un passo indietro. Ma pensato al futuro.

Nell’economia globalizzata i grandi attori, anche se forti, hanno bisogno di alleati. Discorso che vale a maggior ragione per i piccoli. Medvedev per questo non ha dimenticato di ricordare che per Mosca l’Unione Euroasiatica “rappresenta un’opportunità per garantire la libera circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e della forza-lavoro. In prospettiva puntiamo a una politica concordata macroeconomica e monetaria. L’entrata in vigore dell’Unione Doganale ha già reso le nostre economie più attraenti per l’investitore”.

 La Russia è il motore trainante, a cui il Kazakistan di Nazarbayev si è agganciato, consapevole di un ruolo che vuole spostare il baricentro da ovest a est. Per il presidente kazako infatti “Dovremmo puntare esclusivamente al rublo ed escludere il dollaro dalle transazioni. Ora puntiamo a un unico spazio economico, tecnico, difensivo. Dovremmo unificare le nostre reti energetiche”. L’energia è certo un elemento fondamentale nella nuova unione, un po’ come sono stati il carbone e l’acciaio per gli europei quando fu fondata la Ceca (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio, nata nel 1951 e sulla quale si basarono poi la Cee e l’Ue).

Gli accordi firmati a metà novembre 2011 dai leader di Russia, Kazakistan e Bielorussia scandiscono le tappe previste sino al 2015: dal gennaio 2012 l’attuale unione doganale tra i tre Paesi dovrebbe trasformarsi in uno spazio economico comune aperto ad altre repubbliche ex sovietiche, in prima fila il Kirghizistan e il Tagikistan. In attesa di vedere come si muoveranno gli altri due potenti Stati centroasiatici, Ubzekistan e Turkmenistan, al momento ancora piuttosto rigidi.

Anche l’Ucraina, sempre in bilico tra Est e Ovest, dovrà decidere se prendere la strada di Mosca o quella di Bruxelles. Il percorso è appena iniziato, per vedere se arriverà l’Urss light non bisognerà comunque aspettare molto. Il processo di riaggregazione postsovietica potrebbe andare anche in parallelo con quello sempre auspicato da Putin di un unico spazio economico “da Lisbona a Vladivostok”, in cui l’attuale primo ministro e futuro Presidente russo, potrebbe giocare su scala euroasiatica il ruolo che Helmut Kohl ha ricoperto nella Germania riunificata e nel processo di integrazione europea negli anni Novanta.

(Russia Oggi)

La prima impressione che Minsk trasmette è quella di esser finiti sotto una campana di vetro. Le strade, larghe e spaziose, sono percorse da un traffico ordinato e poco rumoroso. Sui marciapiedi delle vie centrali, i pochi pedoni si disperdono negli spazi sterminati, evitando con cura di dare nell’occhio. La vita scorre senza troppa allegria, mogia, introversa. Nel moderno centro commerciale, scavato sotto piazza Myasnikov tra le fondamenta del palazzo del governo, dell’Università e della statua di Lenin, non si può proprio dire che scorra la vita. È l’ora di punta di un pomeriggio primaverile e non fa neppure più troppo freddo, ma sembra quasi che un’opaca coltre di ovatta attutisca ruomori, voci ed emozioni.

Eppure la definizione di ultima dittatura d’Europa rischia di fuorviare l’impatto con il regno di Aleksander Lukashenko. Arrivi aspettandoti una terra povera e trascurata, dove il tempo s’è fermato a trent’anni fa: in testa immagini in bianco e nero di gente misera, strade sconnesse, negozi con merci dozzinali, alimentari vuoti e palazzoni grigi. Invece l’autobus che porta dall’aeroporto in città attraversa periferie curate, edifici moderni e colorati, strade larghe e ben bitumate su cui scorrono auto moderne, occidentali, di media e grossa cilindrata. I negozi offrono merce di qualità, negli alimentari puoi comprare di tutto, anche la frutta esotica. E l’abbigliamento, pur senza eccessi di eleganza, non tradisce un’impressione di povertà. Lo stile dei giovani, in particolare, non lo distingueresti da quello dei coetanei a Berlino, Varsavia o Stoccolma. Una sorpresa, se non fosse per quel silenzio.

È una faccia della medaglia del cosiddetto “sistema-Lukashenko”, il prodotto di quello stato sociale costruito negli anni dal dittatore, che ha garantito un modesto ma sicuro benessere per tutti in cambio della mano libera negli affari pubblici. L’altra faccia, infatti, è quella della repressione politica. «In questi mesi serpeggia una grande tensione», ammette Henadzi Kesner, giornalista che collabora con la Deutsche Welle, «anche se apparentemente sembra tutto calmo. La sera del 19 dicembre, il giorno dello spoglio elettorale, la manifestazione di protesta contro i brogli è stata impressionante. Non vedevo tanta gente dai tempi dei cortei per l’indipendenza, nel 1991. E soprattutto c’era una folla eterogenea, tante famiglie con bambini, molti erano scesi in piazza per la prima volta e non appartenevano ad alcuna organizzazione politica di opposizione». La reazione delle forze di sicurezza è stata fulminea e brutale: manganelli, feriti, 700 arrestati, fra cui leader politici dell’opposizione e candidati presidenziali. Con le prime sentenze emesse in questi giorni contro gli accusati, il regime di Lukashenko dimostra di non voler tornare più indietro e di aver definitivamente chiuso quegli spiragli di libertà che si erano aperti durante la campagna elettorale.

Dai processi seguiti a quegli arresti non si salva nessuno. Ultimi della lista, Andrej Sannikau, uno dei candidati alla presidenza e la giornalista Irina Chalip, sua moglie. Lui è stato condannato a cinque anni di carcere, lei ne ha collezionati due da scontare ai domiciliari. Nel frattempo, sotto i colpi della magistratura, stanno cadendo uno dopo l’altro militanti e capi dei movimenti non di governo mentre la censura ha tappato la voce ad altri due giornali indipendenti. L’opposizione, già di per sé debole e divisa, è spazzata via.

«Le due questioni, quella economica e politica, in realtà si legano», sostiene Valery Karbalewitch, uno dei più autorevoli politologi bielorussi e autore di una voluminosa biografia su Lukashenko pubblicata in Russia e venduta sotto banco nei circoli alternativi di Minsk, «perché la svolta repressiva di questi mesi va di pari passo con l’approfondirsi della crisi economica. Lukashenko non è più in grado sostenere finanziariamente il suo modello sociale, mancano i soldi, il mantenimento delle promesse elettorali sta causando una galoppante inflazione, la moneta vale sempre meno e i prodotti diventano sempre più cari. Anche quelli di prima necessità». Lo incontriamo in territorio neutro, nei locali di una fondazione sponsorizzata dai tedeschi che mantiene viva la memoria dell’olocausto nazista contro la comunità ebraica bielorussa, un tempo fiorente poi annientata nei progrom della seconda guerra mondiale. «La decisione di aumentare i salari di 500 dollari all’anno ha costretto la banca nazionale a stampare cartamoneta. Oggi non si trova denaro neppure nelle banche, i privati non accedono al credito e l’economia è paralizzata. Servirebbero delle profonde riforme, perché le aziende statali operano tutte fuori mercato, all’interno di un sistema chiuso. Ma le riforme minerebbero l’intero sistema e Lukashenko non può permettersele».

La crisi economica non è piombata inattesa, ma la velocità con cui si sta propagando, accelerata da decisioni politiche tanto disperate quanto scellerate, ha sorpreso tutti. Da gennaio le riserve monetarie si sono ridotte di un quarto, precipitando da poco meno di 4 miliardi di dollari a 2,74 miliardi. Il rublo bielorusso è in caduta libera. Lo Stato ha provato a mantenere inalterato il cambio di 3044 rubli per un dollaro, contingentando l’acquisto di moneta, ma così facendo ha scatenato il panico: al cambio nero, per un dollaro si ottengono 5000 rubli. Il deficit della bilancia commerciale è cresciuto in maniera drammatica e Iryna Vidanova, direttrice di “34 Magazine”, racconta un episodio curioso: «L’entrata in vigore del mercato unico fra Bielorussia, Russia e Kazakistan ha scatenato la corsa all’acquisto di automobili in Polonia e Lituania per evitare i dazi che verranno, contribuendo all’esportazione del denaro all’estero».

«Lo Stato ha urgente bisogno di soldi», ha denunciato a Radio Free Europe Leonid Saiko, direttore del Centro di analisi economica Strategija, «ma dopo l’ondata di arresti e condanne non può più rivolgersi né al Fondo monetario internazionale né all’Unione Europea. Così rimane solo la Russia, che però detta condizioni capestro». In ballo ci sono 3 miliardi di dollari, necessari in tempi brevissimi per mettere una pezza ai bilanci statali e arrestare la caduta del rublo. Lukashenko li ha chiesti a Putin, questi è disposto a sganciarli solo se la Bielorussia liberalizza le imprese statali. Liberalizzare è un eufemismo. In realtà Mosca vuole entrare nella proprietà delle imprese, azzannare alla gola l’economia bielorussia e stringere sempre di più il paese nella propria sfera di influenza. «I russi mirano alla ripartizione del patrimonio imprenditoriale fra oligarchi russi e bielorussi, uomini dell’apparato e organi della sicurezza, un circuito nel quale si inserisce sempre la criminalità organizzata», ha concluso Saiko.

Insomma, lo spettro della spartizione economica fra potentati che ha segnato in alcuni paesi dell’Est le transizioni dal comunismo al capitalismo sembra il destino inevitabile di una Bielorussia incapace di avviare dall’interno un percorso democratico e riformatore. «Lukashenko ha avuto buon gioco a enfatizzare gli effetti negativi delle riforme economiche in Russia e Ucraina», riprende Karbalewitch, «mostrando ai suoi cittadini come il modello sociale adottato in patria abbia evitato i dislivelli sociali e l’arricchimento degli oligarchi». Ma l’economia ne ha sofferto ugualmente e quel modello si è retto prima grazie alla rivendita (specialmente agli olandesi) del gas russo acquistato da Mosca a basso prezzo, poi ai crediti ricevuti dall’Unione Europea, quando sembrava che il dittatore volesse allentare la morsa autoritaria. «La speranza in un processo democratico è stata tuttavia una pura illusione», conclude il politologo, «Lukashenko è un uomo carismatico e finora è stato abile a intuire i sentimenti della pancia profonda del paese, ma è allo stesso tempo segnato da un carattere violento e dominante. Non pensa che un giorno qualcuno potrà sostituirlo e non può immaginarsi una vita senza potere. Per mantenerlo farà di tutto».

(Pubblicato su Vita)