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L'accordo sui migranti al vertice Ue nelle analisi di politici, politologi e commentatori tedeschi. Merkel salva la sua poltrona? Per ora sembrerebbe di sì, ma Seehofer non ha ancora rilasciato dichiarazioni e tutto verrà deciso nel fine settimana. E mentre in Italia scoppia la polemica sulla prima europea di Giuseppe Conte, la stampa tedesca esprime giudizi positivi sui risultati ottenuti dal premier per l'Italia. Resoconto su Start Magazine.

Sul tema dell'immigrazione può nascere una nuova alleanza in Europa centrale. Un "asse dei volenterosi", lo ha chiamato il cancelliere austriaco Sebastain Kurz, fra Austria, Germania e Italia, la cui collaborazione dovrebbe iniziare a livello di ministri dell'Interno. L'analisi su Start Magazine.

Si affaccia in Italia un nuovo governo che vorrebbe rimescolare le carte in Europa e da Berlino ripartono le bordate a mezzo stampa: Roma è troppo indebitata e le regole vanno rispettate. Ma di fronte al "paziente italiano", il medico tedesco non ha più la ricetta per la guarigione.

L'approfondimento su Start Magazine.

L'immagine dell'Italia politica in Germania è stata per lunghi decenni incarnata da Giulio Andreotti. Inevitabile dunque che la notizia della morte del sette volte presidente del Consiglio abbia occupato uno spazio di riguardo sulla maggior parte dei quotidiani tedeschi del 7 maggio. Lunghe ricostruzioni storiche, ampie biografie, un po' di aneddoti sulla vita di un uomo che, nonostante un carattere schivo e riservato (o proprio per questo) aveva fatto parlare di sé fino a poco più di un ventennio fa.

Non è comparsa invece alcuna ricostruzione su un passaggio in cui l'esperienza politica di Andreotti, nel 1989 premier per la penultima volta, si è intrecciata con l'evento più importante della storia tedesca del dopoguerra: la riunificazione. Curiosamente nessun ricordo e nessun commento su una frase, pronunciata nel 1984, che pure è rimasta scolpita come un colpo di spada nella memoria collettiva dei tedeschi: «Amo così tanto la Germania che vorrei due». Venne riesumata nei mesi convulsi in cui, caduti il Muro di Berlino e il regime di Erich Honecker, Helmut Kohl e Hans-Dietrich Genscher correvano contro il tempo ma con il vento della storia in poppa per assicurare tutte le toppe diplomatiche al sogno di generazioni della Germania post-bellica.

Fu una fase in cui, ottenuto il via libera da Washington e assicuratasi la collaborazione interessata dell'Unione Sovietica (riunificazione in cambio di generosi finanziamenti al sistema traballante di Michail Gorbaciov) restava soltanto da tranquillizzare i riottosi partner europei. In realtà era una partita dall'esito scontato, tanto forte era la corrente dei cambiamenti epocali. Margaret Thatcher batteva inutilmente i pugni sul tavolo, François Mitterrand provava a strappare in cambio un'alleanza di ferro in chiave europea (scaturirà da qui l'accelerazione sull'Unione e la nascita dell'euro), l'Italia poteva opporsi con ancora meno strumenti. Ma quella frase di Andreotti riesumata gelò Helmut Kohl, che pensava di contare sull'appoggio del partito europeo alleato di più lungo corso: la Democrazia cristiana.

I corrispondenti italiani più anziani, allora acquartierati nella piccola capitale politica di Bonn, ricordano ancor oggi il gelo con cui i dirigenti tedeschi interpretarono quell'episodio, nonostante la posizione italiana, rappresentata proprio da Andreotti come capo del governo e Gianni De Michelis come ministro degli Esteri, fosse la più favorevole alla riunificazione tra quella dei Paesi che contavano in Europa.

Nulla di tutto questo è invece apparso nelle ricostruzioni dei quotidiani tedeschi e resta da capire se si tratta di un nervo rimasto scoperto a distanza di oltre vent'anni o se le nuove generazioni di cronisti abbiano tutte la memoria corta. Sono prevalse invece biografie generali sulla vita politica di Andreotti, prive in verità di grande originalità. «Un tattico scaltro e un uomo di potere», ha scritto la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «il politico più importante della Democrazia cristiana, la cui figura ha diviso l'Italia. Per i suoi avversari è stato uno dei politici più corrotti del Paese, per i sostenitori l'uomo che ha salvato lo Stato dalla presa del potere dei comunisti. Gli amici lo descrivevano come un politico colto e riservato, diligente e discreto. La sua immagine ha oscillato fra quella del divo Giulio e di Belzebù».

Sulla falsariga anche le biografie della Süddeutsche Zeitung e della Welt, con il racconto della sua lunga e controversa carriera di uomo di governo e dei misteri d'Italia, dalla vicenda Pecorelli al caso Moro fino ai rapporti con Michele Sindona e Licio Gelli, e la storia delle accuse di rapporti con la mafia siciliana sfociata nel processo a Palermo dopo la caduta della prima Repubblica e la fine del suo potere.

Oltre alla dimenticanza della vicenda legata alla riunificazione, è mancata nella stampa tedesca un'adeguata ricostruzione dei rapporti fra Germania e Italia che possono leggersi anche attraverso lo stretto legame fra i due partiti democristiani (Cdu e Dc) che hanno costituito i pilastri della rinascita democratica dopo il nazifascismo e la seconda guerra mondiale: a dispetto dei 51 governi della prima Repubblica italiana e dei 16 della Bunderepublik nello stesso arco temporale, la storia democristiana tedesca dei 40 anni successivi alla guerra deve essere raccontata attraverso i nomi di Konrad Adenauer, Ludwig Ehrard, Kurt Georg Kiesinger ed Helmut Kohl. Per quella italiana potrebbe anche bastare il solo nome di Giulio Andreotti.

L'unico sforzo di originalità lo ha compiuto l'Handelsblatt che ha inquadrato la morte di Andreotti negli sviluppi politici italiani attuali: «Il sistema della prima Repubblica basato sui compromessi politici sembrava essere stato definitivamente superato dopo lo scandalo di Mani Pulite lasciando spazio a una contrapposizione bipolare fra destra e sinistra», ha osservato il quotidiano economico, «ma la cosiddetta seconda Repubblica non ha funzionato e il governo Monti prima, quello Letta oggi si sono basati sull'unione delle componenti più moderate e sull'esclusione di quelle più estreme. Così, proprio nel momento della sua morte, il sistema andreottiano sembra tornare in vita. La speranza è che il nuovo premier Letta abbia trovato almeno un compromesso reale e durevole, perchè un completo ritorno del modello Andreotti sarebbe devastante per l'Italia».

 

Nel flusso di giovani che la crisi economica nei Paesi del Sud Europa ha spinto verso la Germania, dopo greci e spagnoli tocca ora agli italiani finire sotto i riflettori della stampa tedesca. Anche in questo caso si tratta di un'ondata silenziosa ma sempre più impetuosa, che risale lungo la penisola, oltrepassa le Alpi e spiaggia nel nuovo Eldorado europeo carica di paure e speranze. L'invasione degli italiani riporta peraltro in Germania alla memoria il primo grande esodo degli anni Cinquanta, quando era il Wirtschaftswunder post-bellico, il miracolo economico tedesco, ad attirare forza lavoro dal Belpaese. Con l'Italia il governo tedesco stipulò nel 1955 il primo accordo sull'immigrazione della forza lavoro, regolando flussi, compiti, diritti e doveri dei nuovi Gastarbeiter. Sono passati quasi 60 anni e sembrerebbe che la musica sia sempre la stessa.

In realtà sono cambiate tante cose. È cambiata la Germania, divenuta una società molto più aperta e multietnica rispetto a quella degli anni Sessanta, oggi alla disperata ricerca di forza lavoro qualificata dall'estero per tappare le falle aperte dalla decrescita demografica in posti di lavoro anche dirigenziali e di responsabilità. E sono cambiati gli italiani: «I giovani che arrivano, scacciati dalla mancanza di lavoro e prospettive nel loro Paese, sono in maggioranza ben qualificati, dotati di lauree e diplomi, desiderosi di integrarsi al più presto nella nuova società di accoglienza», ha scritto la Süddeutsche Zeitung.

Il quotidiano bavarese ha indagato il microcosmo italiano sbarcato negli ultimi tempi a Monaco, uno dei tradizionali punti di approdo dal meridione. La più ricca città tedesca non ha forse il fascino scapigliato e cosmopolita di Berlino, ma offre opportunità di lavoro solide e ben remunerate e una qualità della vita capace di scacciare le malinconie mediterranee: «Dei quasi 23 mila italiani ufficialmente residenti nel capoluogo bavarese, più di mille sono giunti nel 2012, in maggioranza giovani di età compresa fra i 21 e 36 anni. La ricerca di lavoro è la motivazione prevalente, una cosa comprensibile per chi arriva da un Paese con tassi di disoccupazione giovanile attorno al 30%. Molti di loro hanno perso di recente un impiego o si sono trovati a combattere con contratti precari e salari saltuari». Piuttosto che appassire nell'incertezza casalinga, hanno deciso di fare le valige e credere alle promesse tedesche: poter ottenere condizioni di lavoro regolari e una sicurezza che consenta di pianificare il proprio futuro.

I numeri vanno presi sempre per difetto e non raccontano tutta la verità: la facilità di spostamento all'interno dell'Unione Europea ha reso più semplice muoversi temporaneamente da un Paese all'altro senza dover adempiere da subito tutti i passaggi burocratici. Sono tanti coloro che arrivano con l'obiettivo di dare un'occhiata in giro, capire, vedere come vanno davvero le cose e, solo in caso di successo, decidere definitivamente di cambiare residenza.

La Süddeutsche ha tradotto in tedesco il concetto italiano di fuga di cervelli per descrivere la nuova immigrazione economica. E ha ascoltato alcuni di loro, riportando le prime impressioni sulla loro nuova vita. Nel reportage hanno trovato spazio Giovanni Pagliuca, ingegnere edile da Frosinone, Enrico Ercolani, studente universitario romano, Angela Cancelliere, trentacinquenne siciliana costantemente alle prese con battute sulla mafia, Roberta Ragonese, arrivata a Monaco per un praticantato presso uno studio di architetti dal quale poi non si è più mossa. Sono emerse storie in chiaroscuro: il difficile approccio con la lingua tedesca, la sorpresa per gli incentivi statali («Non ho ancora pagato un euro di tasse alla Germania ma l'agenzia del lavoro sta sovvenzionando i miei corsi di lingua», ha detto Pagliuca), ma soprattutto una certa freddezza da parte dell'ambiente circostante. Potrebbe apparire anche questo un cliché, ma forse è il problema di fondo che la società tedesca deve affrontare se vuol davvero diventare attraente per chi viene da fuori: «Monaco colpisce positivamente per la sua organizzazione e la qualità della vita, ma pochi immigrati hanno ritrovato qualche verità nello slogan tanto pubblicizzato di città mondo con il cuore», ha ammesso la Süddeutsche.

«I colleghi sono stati da subito tutti molto gentili sul posto di lavoro», ha raccontato Ragonese, «ma non mi hanno mai invitato a fare qualcosa insieme nel tempo libero». Una differenza di mentalità che spinge gli stranieri a starsene per i fatti loro, da soli o assieme ad altri concittadini, aumentando così quelle comunità parallele, non perfettamente integrate, che alla lunga possono minare il processo di integrazione. È quel che avvertono anche i tanti italiani arrivati in altre città, perfino in una capitale come Berlino, che per l'estrema varietà della sua popolazione sarebbe difficile catalogare come una città tedesca. Il nuovo approccio positivo verso l'immigrazione ormai condiviso da tutte le forze politiche, dovuto alla necessità di far fronte al problema della mancanza di forza lavoro qualificata, ha dunque bisogno non solo di leggi ancor più liberali sul riconoscimento dei titoli di studio ma anche di un lavoro culturale di fondo nella stessa società tedesca: se non si nasce multikulti, bisognerà diventarlo.