Vai al contenuto

La pandemia cambia le prospettive internazionali dei cittadini tedeschi e rimescola vecchie alleanze, accelerando sensazioni e cambiamenti già in corso da tempo. Si avvicina la Cina, nonostante i sospetti che una trasparente comunicazione dei dati abbia ritardato l’allarme mondiale, e si allontanano gli Usa, l’alleato storico avvertito distinto e distante. È il risultato di Berlin Pulse 2020, il sondaggio annuale condotto dalla fondazione Kölber, uno dei tanti e autorevoli istituti di ricerca in Germania, realizzato questa volta di proposito nella prima metà di aprile con l’intento di misurare l’impatto della crisi del coronavirus sull’opinione dei tedeschi. Continua su Startmag

L’intesa era nell’aria ed è puntualmente arrivata. Dopo oltre un decennio di trattative Russia e Cina hanno firmato un mega accordo sulle forniture di gas che servirà da un lato a placare la sete energetica di Pechino e dall’altro consentirà a Mosca di rompere quella dipendenza simmetrica che finora ha visto l’oro azzurro andare solo verso occidente: presto la direzione di parte dell’export russo cambierà e i destinatari non saranno più unicamente i paesi europei, ma l’Asia.

Si è dovuto scomodare direttamente Vladimir Putin, invitato a Pechino dal presidente Xi Jinping, per definire i dettagli di un contratto di importanza storica. Le trattive sono andate per le lunghe a causa della questione del prezzo, fissato a 350 dollari per 1000 metri cubi, una cifra sulla quale il pragmatismo russo e cinese alla fine ha finito per convergere, al di là delle pretese di ciascuna delle parti.

La Russia fornirà così alla Cina 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno per un valore complessivo di 400 miliardi di dollari. Da definire è ancora la questione dei tubi, con l’intesa da raggiungere sulla costruzione della pipeline che porterà alla rete di Pechino il gas russo. Il tratto sul territorio della Federazione russa è già completato, si tratta ora di realizzare la parte dal confine cinese, il cui costo si aggirerà tra i 22 e i 30 miliardi di dollari. Noccioline e dettagli, tra tempi esatti e costi precisi, sui i sorrisi di Alexei Miller e Zhou Jiping, gli amministratori delegati rispettivamente di Gazprom e Cnpc (China National Petroleum Corporation) che oggi hanno siglato l’accordo, hanno fatto capire di potere sorvolare senza troppi patemi.

Non ci vorranno insomma altri dieci anni di trattative, anche perché il gas verso la Cina dovrebbe iniziare a scorrere già da 2018. Per Mosca si apre dunque un nuovo grande mercato, visto che sino allo scorso anno è stata l’Europa a essere il primo cliente con 160 miliardi di metri cubi acquistati.

La strategia di Gazprom, controllata dal Cremlino, non è però certo cambiata: il fatto che già da un paio di lustri di discutesse della possibilità di fare arrivare il gas russo in Cina significa che la questione non ha a che fare con gli sviluppi ultimi sulla scacchiera geopolitica internazionale, soprattutto coi venti di guerra fredda alzatisi con la crisi ucraina, ma riflette una linea intrapresa da tempo.

L’esigenza di diversificare le vie di trasporto non è solo una priorità dell’Europa, o di alcuni stati europei che dipendono in misura evidente dall’import russo, ma anche della Russia stessa, a cui un unico mercato occidentale va comunque stretto. Il segnale che arriva dal Cremlino è arrivato ora, ma in realtà è partito anni fa, quando sono cominciate le trattative con Pechino che con l’annessione della Crimea da parte della Russia o il miraggio dello shale gas in Europa sull’onda del boom negli Stati Uniti non c’entrano praticamente nulla.

Negli ultimi dieci anni si sono così concretizzati velocemente progetti di grande rilevanza come il Nordstream, il gasdotto che unisce Russia e Germania passando sotto il Mar Baltico, sulla direttrice occidentale, mentre su quella orientale i piani hanno avuto bisogno di essere affinati più a lungo. Se quindi è stato facile l’accordo per Nordstream tra Gazprom e i partner tedeschi (Eon, Wintershall), francesi (Gdf Suez) e olandesi (Gasunie), così come quello per il gemello in costruzione Southstream, in cui sono coinvolti tra gli altri gli italiani di Eni, la flemma cinese e soprattutto la necessità per Pechino di strappare il prezzo migliore ha allargato i tempi arrivare ai tarallucci e vino di oggi tra Gazprom e Cnpc.

(Lettera 43)

Lo sguardo del Cremlino punta sempre più verso Oriente. Nel suo terzo mandato alla presidenza Vladimir Putin ha deciso che l’Europa non è più una priorità: la Russia deve concentrarsi maggiormente su quello che accade a Est. I rapporti con alcuni partner dell’Unione, dall’Italia alla Germania, sono infatti ormai solidi e stabili: restano frizioni e critiche sui metodi autocratici di Mosca, ma i legami viaggiano su binari economici e commerciali diventati inscindibili. Per un decennio Putin si è speso per una collaborazione più intensa e per un riavvicinamento del Cremlino con le cancellerie continentali, sfruttando anche gli ottimi rapporti personali, da Silvio Berlusconi a Gerhard Schröder. Ora il vento è cambiato. E la politica estera russa si muove in altra direzione.

Da un lato c’è l’integrazione con le ex Repubbliche sovietiche, attraverso il progetto dell’Unione euroasiatica già partita con Bielorussia e Kazakistan. Dall’altro, sempre più, l’attenzione si sposta verso i confini estremi del Paese, dove attendono Cina e Giappone.
Non è certo un caso che il primo viaggio ufficiale del nuovo presidente cinese Xi Jinping sia stato a Mosca, e che alla fine di aprile anche il premier giapponese Shinzo Abe sia stato ospite di Putin, primo incontro tra i leader dei due Paesi negli ultimi 10 anni.

A prescindere dalle specifiche istanze poste sul tavolo, che includono le tematiche energetiche e il rebus nordcoreano, i segnali indicano chiaramente la nuova rotta russa. La scacchiera geopolitica euroasiatica si sta infatti ridisegnando all’insegna di un pragmatismo globalizzato. Non è infatti certo Putin a dettare l’agenda, ma le esigenze collimanti e le necessità comuni dei tre antichi imperi. L’esempio più evidente è quello della collaborazione tra Russia e Cina, che viaggia a gonfie vele spinta dal vento della sete energetica di Pechino e dall’aiuto che Mosca può dare a soddisfarla.

La Russia sta cercando di diversificare l’esportazione delle risorse energetiche, per non dipendere più da un unico compratore di materie prime, capriccioso e problematico come si è dimostrata negli ultimi anni l’Europa occidentale. Parallelamente, Pechino sta differenziando la politica d’importazione e se fino a poco tempo fa si appoggiava sulle forniture di materie prime provenienti dai Paesi del Golfo Persico, soprattutto Iran e Oman, ora guarda alla Russia. Gazprom e China national petroleum corporation (Cnpc), colossi energetici a traino statale dei due imperi, hanno siglato a marzo un memorandum per forniture di gas: dal 2018 Pechino è destinata a ricevere 38 miliardi di metri cubi all’anno. Resta da accordarsi sul prezzo, perché la Repubblica popolare gioca al ribasso, ma un’intesa è scontata.

Nel 2012 inoltre la Cina è diventata la seconda partner di Mosca per scambi commerciali, con un volume pari a 90 miliardi di dollari, secondo solo a quello con la Ue. Gli investimenti cinesi i Russia, per contro, sono stati pari a 21 miliardi di dollari nel primo semestre del 2012, il doppio di quelli dell’intero 2011. La Cina è il quarto investitore in Russia, dopo Cipro, Olanda e Lussemburgo. Ancora non si può parlare di asse tra Mosca e Pechino, ma è chiaro comunque che tra le due potenze i punti di contatto stanno crescendo, a partire dal fronte comune per arginare gli Stati Uniti a livello geostrategico e nelle decisioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Anche la parntership nell’Organizzazione di Shanghai di cui sono il motore principale con a traino le repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale può costituire la base per un ulteriore avvicinamento politico e militare. Russia e Giappone hanno molti più problemi da risolvere, a partire da quello delle isole Curili meridionali. I territori nelle acque del Pacifico sono contesi dalla fine della Seconda guerra mondiale e l’incapacità di giungere a un accordo ha fatto sì che i due Stati non abbiano mai firmato un trattato di pace dopo il conflitto. Tuttavia, di fronte agli idrocarburi anche le antiche rivendicazioni potrebbero trovare risoluzione.

Durante l’incontro a Mosca, Putin e Abe hanno condiviso la necessità di raggiungere un compromesso che darebbe nuovo impulso alle relazioni stagnanti. Il volano, nemmeno a dirlo, è quello energetico. Tokyo sta ricercando una diversificazione delle fonti di approvvigionamento dopo il disastro atomico di Fukushima, e i giacimenti siberiani sono a un passo. Il Giappone è il nono partner commerciale per Mosca (21 miliardi di dollari nel 2011) ed è tra i primi 10 investitori in Russia, con circa 8 miliardi di dollari nei primi sei mesi del 2012. Il Cremlino si muove comunque con i piedi di piombo, dato che Tokyo resta uno stretto alleato degli Stati Uniti, come testimonia il piano per sviluppare un sistema missilistico di difesa comune. Ma la rotta di Putin verso Est pare ormai chiara.

(Lettera 43)