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"Molti pensano che la coppia stia portando avanti la vecchia parte del poliziotto cattivo – Putin – e del poliziotto buono – Medvedev – per ingannare l’Occidente e i circoli liberali russi. Se il presidente richiama all’ordine il primo ministro ricordandogli che non sono ammessi giudizi sommari prima di una sentenza, manda un messaggio rassicurante sull’equità del sistema giudiziario. Allo stesso tempo, le sprezzanti parole di Putin eccitano il consenso della pancia del Paese, quella che si ritiene frustrata e diseredata dai “cattivi” oligarchi come Khodorkovsky. Stesso gioco di scacchi ipotizzabile nel caso della Libia: il Cremlino non voleva uno scontro con l’Occidente ma allo stesso tempo non aveva alcuna intenzione di appoggiare l’intervento militare a Tripoli. Anche in questo caso Medvedev parla un linguaggio a uso degli occidentali e Putin si rivolge invece al vasto elettorato rude e ignorante dei nazionalisti russi.

Se questa interpretazione fosse corretta si dovrebbe concludere che il tandem non scricchiola affatto, anzi funziona perfettamente, con ruoli diversi per i due. Cresce tuttavia il partito di coloro secondo i quali Medvedev si starebbe preparando a fare lo sgambetto al suo mentore e a trattenere per sé il trono del Cremlino, libero da ogni tutela putiniana. Anche se gli analisti interni considerano molto improbabile che ciò possa accadere: non si arriva al Cremlino senza l’appoggio dei clan ed è impensabile che questi abbandonino Putin per passare dalla parte di Medvedev.

Il rompicapo si complica perché c’è chi è convinto che Putin e Medvedev siano d’accordo nel restare fermi dove sono anche al prossimo giro – Medvedev debole presidente e Putin forte primo ministro – perché questa formula ha funzionato alla perfezione e vale il detto «squadra che vince non si cambia». Secondo questa tesi Putin è soddisfatto così, visto che il suo prestigio e la sua popolarità restano ai massimi storici. Inoltre, come primo ministro avrebbe minori responsabilità e contemporaneamente entrambe le mani libere. Su un solo punto sono comunque tutti d’accordo: non esiste il minimo spazio per un autentico terzo candidato, un avversario in grado di giocare la partita con qualche possibilità di vittoria. Ormai per una vera opposizione non c’è più posto in Russia".

Francesca Mereu

L'amico Putin - L'invenzione della dittatura democratica

Aliberti, 347 pagine, 18 Euro

 

È uscito in Italia per le edizioni Voland “Patologie”, di Zachar Prilepin, noto scrittore e giornalista russo con un passato da soldato in Cecenia. Nel suo libro, scene di guerra e vita militare si alternano a schizzi della vita passata, la vita di pace, vagheggiata e avvolta in un alone da paradiso perduto. Una recensione.

Elena Murdaca / Osservatorio Balcani e Caucaso

 

Dopo Arkadij Babčenko, sbarca in Italia un altro scrittore e giornalista russo con il passato di soldato in Cecenia. Al Salone del Libro di Torino è stato infatti presentato "Patologie", di Zachar Prilepin, un romanzo che vede trasposta in prosa la sua esperienza di membro delle truppe speciali russe in Cecenia. Due volte, nel 1996 e nel 1999.

"Patologie" è il suo primo libro, tradotto per adesso in 12 lingue, italiano incluso. In Russia è stato pubblicato dalla casa editrice Ad Marginem, che annovera fra i suoi autori alcuni nomi illustri e controversi, quali Sorokin e Limonov, ma ha anche pubblicato l'esplosivo "I mutanti del Cremlino", che alla sua autrice, Elena Tregubova, è costato l'esilio. All’attività letteraria Prilepin affianca quella politica: membro del partito nazional-bolscevico, è un attivista antiputiniano. E' stato fra gli organizzatori della Marcia dei dissidenti a Nižnyj Novgorod e firmatario del manifesto „Putin deve andarsene“, pubblicato nel marzo 2010. Il protagonista di "Patologie" è Egor Taševskij, comandante di un'unità delle forze speciali russe di stanza a Grozny. Scene di guerra e vita militare si alternano a schizzi della vita passata, la vita di pace, vagheggiata e avvolta in un alone da paradiso perduto. Daša, la ragazza lasciata a casa, eterea e sensuale, è la personificazione di questa vita che fa capolino di tanto in tanto, tirandolo fuori dalla guerra e riportandolo al passato. Ogni apparizione di Daša è quasi una visione mistica a sfondo erotico:

Ogni creatura divina dopo il coito è triste’ – Daša mi citava le parole di un martire russo; eravamo stesi nella sua cameretta con la carta da parati blu e lei mi accarezzava la testa rasata. – ‘Ogni creatura divina è triste dopo il coito’ ma tu sei triste prima e dopo.

Io ti amo – dicevo io.

Anche io – rispondeva lei leggera.

No… Io ti amo patologicamente. Io ti amo istericamente…

Là dove finisce l’indifferenza inizia la patologia – sorrideva lei.

A queste descrizioni, seguono, senza nessun preavviso, le brusche immagini di guerra viva che riportano alla realtà:

Andrjucha fa scattare il braccio sinistro, agguanta qualcuno dalla finestra e con uno strattone lo trascina all’esterno. L’uomo barbuto, in giubbotto di pelle, acciuffato per il collo dalla zampa di Andrjucha, volteggia sul terreno afferrandosi al kalash strappatogli di mano.

Un ribelle!” capisco io e lo guardo come se vedessi un diavolo in carne e ossa.

Andrjucha Cavallo gli strappa dalle mani il fucile e col calcio picchia diverse volte sulla fronte, sul naso, sulla bocca spalancata da cui subito zampilla rosso, del ceceno. Stëpa Čertkov aiuta coi piedi, assestando colpi troppo frequenti e dunque non molto forti sul fianco dell’uomo a terra.

Sorprende il tono asettico, naturalistico, usato per dipingere la brutalità della guerra, quasi fosse un lavoro come un altro. Si ritrovano i classici argomenti dell'esistenza del soldato: le sigarette, la vodka, la mancanza di sonno, il rancio, le donne, i disordini intestinali e la diarrea. Accanto alle specificità cecene: Grozny, i rastrellamenti, i rapporti fra russi e ceceni, i ceceni che combattono al fianco dei russi, le russe che sposano i ceceni.

La paura della morte sbuca a ogni pagina:

Mi sollevo un po’ e sento che sopra la testa volano pallottole: fischiano per davvero.“Se fossi più alto, sarei già morto” capisco.

A sinistra dell’aeroporto c’è una piazza d’armi, marciano dei soldati. “Magari domani muoiono, e li costringono a marciare. C’è qualcosa di sbagliato…” penso.

Ma perché mi vergogno a ficcarmi sotto il letto e dire che ho mal di pancia?” penso nella branda. “Che razza di stupida vergogna è? Quelli ti ammazzano, e fine… Come fanno a sapere che Ramzaev verrà da solo? E se viene con un’intera banda? E noi stiamo ad aspettare nel portone come idioti? A chi sarà balzata in mente una cosa del genere?” Non trovando risposta a nessuna delle mie domande, smetto di pensarci. Prendo un libro, ma non ci capisco niente.

Come si fa a scrivere dei libri, quando si può prendere e ammazzare una persona? Me. E che senso ha leggerli? Una sciocchezza. Carta.”

Il sentimento della "fratellanza del fronte" teorizzato da Rilke nel suo "Niente di nuovo dal fronte occidentale" è presente in abbondanza nel romanzo di Prilepin.

Fratelli d’armi e di mancanza di senno! – dico io. Che importa cosa dico. Semënyč, padre adorato! Infame, fomentatore, figlio di buona donna! Griša! Hasan! Miei cari…

E a fumare.

E di ritorno.

La vodka, ovviamente, è finita presto.

Ma giacché Semënyč ha detto dieci, vuol dire che così deve essere. Non nove e non undici. Dieci. Tutti noi lo capiamo. In fin dei conti è un ordine…

Magari un’altra e basta. Shh! Caspita, non siamo mica venuti da casa a mani vuote.

È un esercito russo ripulito e idealizzato, quello di Prilepin, dove il nonnismo non esiste, dove i superiori si prendono cura dei sottoposti, dove i soldati rimangono normali e sani, immuni al virus della guerra, che rimane uno sporco lavoro senza intaccare l'anima. Non c'è odio, né disperazione, solo una salutare e naturale paura di non ritornare più a casa. L'aspetto più sporco e deletereo della guerra non viene trattato dalla penna di Prilepin. Difficile considerarlo un romanzo documentario o di denuncia. Il che nulla toglie al valore artistico dell'opera.

Prilepin è scrittore prolifico e molto apprezzato in Russia. La lista dei riconoscimenti letterari accumulati in meno di un decennio di attività letteraria lascia senza fiato: si tratta di 13 premi attribuiti in poco più di un lustro di attività letteraria. Dopo aver spopolato in Russia si sta imponendo gradualmente ad un pubblico internazionale. Prossimamente uscirà in Italia, sempre per le Edizioni Voland „San’kja“, il suo secondo libro, che riflette invece la sua esperienza di attivista politico.

(Osservatorio Balcani e Caucaso)

“Le vele hanno il colore delle arance sanguigne sui vascelli di Don Emanuele. In ogni porto del Mediterraneo o sui banchi di pesca, accanto alle vele bianche, annunciano l’orgogliosa presenza del padrone. ... sorride Don Emanuele, non sono un simbolo arrogante, bensì un’ammissione di ragionevole prudenza. Preferisce governare sull’isola dimenticata di Lampedusa, base della sua flotta per la pesca delle spugne, piuttosto che vivere tra i suoi pari, nella Palermo splendida e decadente dei Florio.”

Pochi anni dopo l’Unità d’Italia, l’isola di fronte all’Africa, crocevia del Mediterraneo tra genti e culture, può essere scambiata per un paradiso dal piccolo Antonio, figlio del maestro elementare che fa lezione solo nei giorni di burrasca. Sarà per amore di Rosa, la figlia del re delle spugne, che Antonio, diventato uomo, lascerà Lampedusa per approdare dall’altra parte del mare, a Tripoli, dove il Banco di Roma prepara la conquista della Libia voluta da Giolitti. Qui, nel “bel suol d’amore”, il giovane si troverà coinvolto in sanguinose battaglie e intrighi di potere, tra personaggi affascinanti e crudeli, passioni giovanili e ideali infranti. Sullo sfondo, le meravigliose città romane di Leptis Magna, Sabratha, Cirene, dove il tempo sembra essersi fermato, cristallizzato dalla sabbia del deserto. Ma quando poi Mussolini inizierà la sua salita al potere, Antonio capirà l’insensatezza della guerra coloniale e, compiendo la sua personale rivolta contro i fascisti, tornerà nell’isola della sua infanzia per stabilire se la sua vita si concluda con una vittoria o una sconfitta.

Dal sito dell'editore

Roberto Giardina

Il mare dei soldati e delle spose

Bompiani, 350 pagine, 13,50 Euro

 

Roberto Giardina, palermitano, vive a Berlino dove è corrispondente del Gruppo Monti (“La Nazione”, “Il Resto del Carlino”, “Il Giorno”) per la Germania e l’Europa dell’Est.

Sulla Libia si é soffermato anche in un recente articolo su Altrenotizie che ripubblichiamo:

 

A Tripoli stanno bombardando la casa dove nacque mia madre. A Bengasi, stanno bombardando la casa dove abitò, e il Teatro Comunale dove da ragazzina andava al cinema con i fratelli. Le “pizze” arrivavano ogni settimana con il postale da Palermo. I profughi sbarcano a Lampedusa, dove andavo in vacanza da ragazzo quando in Italia neanche sapevano che esistesse. Il mio bisnonno fu il primo maestro elementare dell´isola. Vinse il concorso a 17 anni, e lo mandarono nel luogo più disagiato della nazione unificata da poco.

Pensava di restarci una sola stagione, vi rimase tutta la vita perché scoprì che era uno dei re dell'isola, insieme con il prete, il maresciallo e il dottore. Ma che destino attende il figlio del maestro elementare di un posto dimenticato? Così suo figlio, mio nonno, finì in Libia, e lì nacquero i suoi figli. E´ una cronaca familiare, ma comune a migliaia di famiglie,soprattutto meridionali. E, a suo modo, una cronaca che fa parte della storia d´Italia, che dovremmo ricordare, mentre siamo tornati a bombardare la nostra ex colonia.

Le storie di Tripoli e di Bengasi, della vita quotidiana degli italiani su quella che era definita la quarta sponda, e la guerriglia con i ribelli libici, me le raccontava mia madre (che oggi ha 93 anni) quando ero bambino. Lei e i fratelli stavano dalla parte dei ribelli, il che potrebbe sembrare strano. Forse perché mio nonno che era siciliano, anzi lampedusano, era un tipo particolare. Divenne il capo delle dogane della Cirenaica e pretendeva di far pagare le tasse ai gerarchi fascisti, anche al governatore Graziani. Così, per toglierselo dai piedi, lo promossero e lo mandarono a Venezia. Lui, offeso, preferì tornare nella sua isola.

Mia madre mi raccontava di Omar el Muktar, il capo della guerriglia, che impiccammo dopo un processo farsa, e di altre cose ancora. Di Graziani che, quando tornava a casa dal palazzo del governo, si lasciava precedere da quattro zaptiè a cavallo, i nostri soldati di colore, che a colpi di staffile cacciavano tutti dalla strada. Il governatore non doveva essere infastidito dalla vista di coloro che lui governava. E di come lei, al ritorno da scuola, continuava a camminare sul marciapiede nonostante sentisse la macchina scoperta di Graziani avvicinarsi lentamente. Per una bambina, una grande sfida.

Tutti gli orrori del XX secolo li abbiamo compiuti noi per primi in Libia. Sia pure a livello - come dire? - amatoriale. Il primo aereo, un Blériot, usato in guerra, lo abbiamo fatto volare noi sulle oasi. Il pilota gettava le bombe incendiare con la mano, sporgendosi dalla carlinga. Poi verrà il napalm in Vietnam. Per anni si discusse se prenderci la Libia occupata dai Turchi. Quando infine fu deciso lo sbarco, l´esercito era ancora a Napoli, disorganizzato. Conquistammo Tripoli bel suol d´amore, come inneggia la canzone, che non è male. Ma poi continua “sarai italiana al rombo del cannone”. Si canta uno stupro.

Tutti conoscono Adua, chi ha sentito parlare di Sciara Sciat? Dopo lo sbarco, una sottile linea di nostri militari protegge Tripoli su un arco di quattro km. All'estremità orientale, sul mare, l'oasi di Siara Sciat è presidiata da 400 uomini dell´81simo bersaglieri. Il 23 ottobre, i cavalieri turchi fingono un attacco frontale, e si ritirano. Improvvisamente, alle spalle insorgono gli abitanti dell'oasi. I 400 bersaglieri vengono massacrati, senza che il nostro comando osi intervenire. La rappresaglia è feroce: nei giorni seguenti uccidiamo quattromila libici, anche donne e anziani.

Basta avere il burnus macchiato di sangue, o un fucile in casa (ma tutti sono cacciatori), per venire fucilati o impiccati. Secondo noi gli arabi erano dei traditori. Non eravamo venuti a liberarli dai turchi? Non troverete nulla sui nostri giornali dell´epoca. Ne riferisce solo l'inviato dell'Avanti, che viene malmenato dai colleghi e espulso insieme con gli inviati stranieri. Abbiamo eretto il primo “muro”, 300 km. di filo spinato alto tre metri tra la Libia e l´Egitto. E abbiamo creato il primo Lager: vi abbiamo trasferito in massa gli abitanti degli altopiani della Cirenaica per togliere ogni aiuto a Omar el Muktar. In 40mila morirono nella marcia verso la costa: chi rimaneva indietro veniva abbattuto. Ma siamo sempre “italiani brava gente”. Potete trovare queste storie nei libri di Angelo Del Boca, che è stato il mio unico maestro di giornalismo. Ma quanti li hanno letti? Dovrebbero essere libri di testo obbligatori nelle nostre scuole.

Ho impiegato anni per trovare la chiave adatta a scrivere un romanzo su queste vicende (“Il mare dei soldati e delle spose”, uscito a settembre da Bompiani ndr). Una doppia trappola: una storia familiare e un romanzo coloniale. Se ci metti una palma e un cammello è kitsch, ma se non le metti non c´è atmosfera. E dai ricordi dei parenti devi prendere le distanze. Per vedere i luoghi di mia madre, andai in Libia, da turista. Altrimenti avrei dovuto attendere il visto per mesi. Ma era il settembre del 2001, esattamente due settimane dopo l´attentato alle Twin Towers a New York. Gli altri cominciarono a disdire, temetti che il viaggio venisse annullato. Alla fine ci ritrovammo in tre. E fu egoisticamente un viaggio splendido, in una Libia deserta e le sue antiche città romane, Leptis Magna, Sabratha, Cirene. Riemerse dalla sabbia, intatte. Il fascismo favori il lavoro degli archeologi per provare con le rovine che “quella terra era cosa nostra”.

Al museo di Tripoli ho visto la Venere di Leptis Magna, esposta accanto al maggiolino VW celeste con cui, nel ´69, il colonnello Gheddafi andava a trovare i colleghi per preparare il golpe. Mussolini la regalò a Goering, che amava le opere d´arte. Goering se la portò nella sua villa di Karinhall, a 80 km. a nord di Berlino, a un´ora da dove abito. Nel febbraio del ´45, l´Armata Rossa bombardò la residenza, la statua finì nel fango del lago. I tedeschi, persino in quei frangenti, la salvarono, la portarono al Bode Museum. Dopo la separazione, la Venere si trovò a Berlino Est.

Nel ´90, con la riunificazione, i tedeschi fecero un inventario: la statua non apparteneva alla Germania perché era un dono personale di Benito a Hermann. La restituirono all´Italia. Anche noi dovemmo ammettere che non ci apparteneva, e nel pieno dell´embargo americano contro la Libia, che allora era uno “stato criminale”, la riportammo a Tripoli. I libici lo considerarono un atto di grande amicizia. E´ una storia emblematica del Mediterraneo e della nostra Europa, dalle sabbie libiche alle paludi prussiane, da Berlino a Roma. Chissà se la Venere scamperà alle nuove bombe nostre.

Naturalmente la mia guida, un ragazzo che parlava inglese, francese, tedesco e italiano, comprese che io ero giornalista. Fu discreto. Gli chiesi se era possibile trovare il film “Il Leone del Deserto”, che racconta di Omar el Muktar e dei suoi ribelli. Gheddafi lo finanziò nel 1981. Da noi, la censura ufficiosa lo vietò, senza eccessive proteste, mentre ancora ci sdegnavamo perché i francesi non avevano gradito “La battaglia di Algeri”, di Pontecorvo. “Sì, mi disse l´amico libico, ma poi la vediamo insieme”.

Così avvenne, nell´unico hotel di Gadames, alle porte del Sahara. Lui, io e 18 inservienti dell'albergo, che era vuoto. Per la prima volta mi ritrovai come i tedeschi quando vedono un film sul nazismo. Il cattivo ero io. Ma il film di Moustapha Akkad è obiettivo. Ci sono italiani buoni e italiani cattivi. Un´opera spettacolare dallo stile hollywoodiano, con Anthomy Quinn nel ruolo di Omar, Rod Steiger come Mussolini, Sky Dumont nei panni di Amedeo d´Aosta. E Oliver Reed nella parte di quel Rodolfo Graziani, che mia madre detestava.

Anche il processo a Omar è descritto con precisione. Il capitano Roberto Lontano fu incaricato di difendere d´ufficio il capo dei ribelli. E lui sostenne che andava applicato il diritto di guerra, era un prigioniero, e non un traditore. Lo difese troppo bene, e perse: Omar finì sulla forca, e Graziani inflisse dieci giorni di cella di rigore al capitano Lontano, che si rovinò la carriera. Probabilmente a lui non importava.

Quando è venuto l´ultima volta a Roma, il Rais ha voluto invitare anche i parenti di Roberto Lontano. E´ stata giudicata l´ennesima stramberia di Gheddafi, come quella di pretendere le isole Tremiti, dove vennero deportati e lasciati morire i libici contrari alla nostra occupazione, o la richiesta di ricostruire la strada costiera da Tripoli a Bengasi, la Balbia, voluta da Italo Balbo, il governatore che sognava di trasformare Tripoli nella Cannes della quarta sponda.

Grazie a Lontano non mi vergognai in quella notte a Gadames. Meriterebbe che gli venisse dedicata almeno una strada. Mi chiedo che fine abbia fatto la mia guida, che amava la musica americana e detestava gli Stati Uniti. Il suo italiano era perfetto, e mi chiedeva: quanti di voi europei parlano arabo? Eppure siamo vicini di casa. Mia madre non ha più potuto rivedere il posto dove nacque. Mi raccontava che al Liceo Scientifico di Bengasi studiava l´arabo, ma un arabo che nessuna delle sue amichette libiche riusciva a comprendere. Un arabo antico, come il latino. Forse anche per questo non riusciamo a comprendere quanto avviene a pochi km, al di là del mare di Lampedusa.

Arkadij Babčenko, mettendo a disposizione la sua esperienza di soldato russo, ci fa un dono inestimabile: una testimonianza di prima mano, scevra da rigurgiti ideologici e retorica militarista, di chi la guerra l’ha combattuta indossando la divisa dell’esercito russo.

Maria Elena Murdaca / Osservatorio Balcani e Caucaso

 

Abbiamo avuto l’ineguagliabile copertura del conflitto in tutte le sue sfaccettature da parte di Anna Politkovskaja. Non sono mancati i racconti di denuncia di chi la guerra, da parte cecena, l’ha subita. La letteratura "giuridica" ha avuto il suo spazio con le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Le immagini degli ostaggi della scuola di Beslan e del teatro Dubrovka a Mosca sono ancora vive nella memoria di tutti. I pamphlet ispirati allo slogan putiniano "annegheremo i ceceni nel cesso" si sono sprecati, sia in Russia sia in Occidente. La parte armata cecena, terroristi, indipendentisti, partigiani o comunque li si voglia chiamare, hanno avuto il loro punto di riferimento nei proclami del Kavkazcenter.

Ma mancava finora il racconto pulito e senza fronzoli di chi era stato in una trincea russa. Di chi poteva spiegarci che cosa succede quando sei in guerra. Di chi in guerra ci è finito per caso, ragazzino soldato di leva, senza che nessuno gliene dicesse il motivo, e poi ha deciso di tornarci come kontratnik, attratto da una forza misteriosa. In una video-intervista rilasciata alla Novaja Gazeta, Babčenko definisce la guerra come una droga potente che crea dipendenza, ed è alla luce di questa consapevolezza che si svolge la narrazione.

Come Babčenko aveva raccontato in un'intervista ad Osservatorio, il movente primo della scrittura è stato terapeutico: "Quando ho iniziato a scrivere non l'ho fatto pensando a un libro. Non avevo in mente i diritti d'autore. Per me è stato un modo per affrontare un processo di riabilitazione, che non è previsto per chi ha combattuto. Siamo carne da cannone. Scrivere mi ha aiutato ad andare avanti. E per me è anche un modo per saldare il debito che ho con chi non è mai tornato.

" La guerra di un soldato in Cecenia - la copertina Il libro è cruento. Non è facile leggerlo, va preso a piccole dosi. L’orrore descritto è tale da rendere difficile sopportare la lettura di più di due pagine per volta. Ma la potenza narrativa unita al desiderio di sapere cosa è successo, spinge ad andare avanti fino all’ultima pagina. La guerra di un soldato in Cecenia si inserisce in quel filone della letteratura documentaria di guerra che da Tolstoj e Rilke approda a Svetlana Aleksievič (Ragazzi di zinco, raccolta di testimonianze di reduci sovietici dall’Afghanistan) o al più recente Ishmael Beah (Memorie di un soldato bambino sul conflitto in Sierra Leone).

Ampio spazio è dedicato alla vita del militare russo, alla gerarchia interna, ai maltrattamenti, a quel nonnismo estremo, sadico e crudele che talvolta, ma non quanto basta a fermare il fenomeno, assurge alle pagine di cronaca. È questo ad esempio il caso di Andrej Sičev, il carrista di Čeljabinsk, cui gambe e genitali sono state amputate in seguito alle percosse ricevute dai "nonni". Lo stesso esercito di miserabili che Anna Politkovskaja racconta nelle prime pagine de La Russia di Putin. Un esercito che arruola criminali comuni perché, se qualcuno deve morire, tanto vale che siano i peggiori.

Il racconto è costellato di delicate figure femminili che qua e là addolciscono il fiele: la madre del soldato, che, senza dire una parola, misura al figlio le falangi prima che parta, per essere sicura di poterne riconoscere i resti; la "zia" che ti accoglie in casa e ti sfama, perché potresti essere suo figlio, anche se appartieni ad un’etnia diversa; l’infermiera immacolata di cui tutti si innamorano, che con la sola sua presenza ti ricorda che esiste un’altra vita; la ragazza rimasta a casa ad aspettare.

Diversi sono gli episodi in cui ricorre la fame: la fame endemica di provviste che non arrivano mai in tempo, il cane che finisce in pentola, il pane rancido mangiato di gusto, il saccheggio delle abitazioni appena abbandonate dai ceceni per poter mangiare e arrivare al giorno dopo, il colpaccio della dispensa riservata ai gradi alti che si trattano bene. Il primo pestaggio. Il primo furto. La prima volta che vendi un’arma. La prima volta che uccidi. Il primo amico perso in guerra. Un battesimo di fuoco a ogni passo.

Per molti versi, “La guerra di un soldato in Cecenia” può essere considerato un Bildungsroman, un romanzo di formazione. Babčenko dedica alcune pagine anche ad aspetti che finora non sono stati approfonditi abbastanza, come la riduzione in schiavitù dei prigionieri di guerra russi, e la diserzione dei soldati che hanno combattuto a fianco dei ceceni, non tanto per convinzione quanto per codardia. O la consuetudine di far trasportare le bare dei compagni morti a soldati di leva russi che scontano così la loro colpa di essere vivi. Essere vivi. Perché tu no e io sì? Non dipende dall’essere migliori o più bravi, dal meritarselo oppure no. Da cosa, allora? Questo è forse l’interrogativo più alto posto dal libro. Com’era in Cecenia? I soldati russi sono dei mostri? Com’è il rancio? Chi comanda l’esercito? Cosa pensano i soldati dei loro comandanti e dei loro governanti? Com’è il congedo? E il ritorno a casa? Cosa succede dopo? La vita continua? Queste sono solo alcune delle domande a cui Arkadij Babčenko risponde. Tradurre il suo libro in italiano è stato per me un privilegio.

(Pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso)

"Ogni angolo del mondo è, a suo modo, un frattale, un microscopico infinito di infiniti, dove si possono trovare tutte le verità e le falsità dell’universo. La Lettonia non sfugge a questa regola generale. È un paradigma, una goccia d’acqua che, se la metti sotto un microscopio, ci vedi dentro un sacco di cose... In Lettonia ci sono ancora, mentre leggete queste righe, centinaia di migliaia di persone, di ogni età, sesso, religione, che sono cittadini europei sotto tutti i profili, salvo uno: non possono votare per le elezioni europee e nemmeno per ogni altro tipo di elezioni. Sono persone che, comunque la si voglia mettere, e qualunque sia la storia precedente - la loro personale e quella del luogo in cui vivono - sono attualmente private di un diritto fondamentale. Sono vittime di un sopruso". ...continua a leggere "IL CANDIDATO LETTONE"