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Dopo la repressione post elezioni dello scorso dicembre, Alexander Lukashenko è il sorvegliato speciale dell'Europa. Il 19 dicembre, al primo turno inaugurando così il suo quarto mandato consecutivo. Nonostante il consenso bulgaro ottenuto dal 'piccolo padre' della Bielorussia, sono però scoppiate rivolte di piazza contrastate da poliziotti in assetto antisommossa, che hanno portato a centinaia di arresti e accuse di brogli da parte dell’opposizione.

Un'ondata di fermi e violenze che ha fatto svegliare Bruxelles e l’Occidente dal letargo, ma condanne (morali) e sanzioni (che fanno il solletico) non sembrano aver scosso più di tanto il presidente bielorusso che rimane aggrappato al potere e pensa magari di dare asilo al suo amico Gheddafi dal quale ha ricevuto tempo addietro a Tripoli addirittura l’Ordine della Rivoluzione. Ora, mentre sono in arrivo nell’ex Repubblica sovietica gli osservatori dell’Osce per monitorare se i processi giudiziari in corso contro le decine di persone ancora in carcere siano condotti secondo gli standard occidentali, è giunta da Londra la notizia che un gruppo di parenti delle vittime del giro di vite presidenziale ha intenzione di procedere legalmente presso una corte britannica accusando direttamente il capo di Stato di torture.

L’iniziativa è partita da Free Belarus Now, che si definisce una coalizione di amici, familiari e supporter delle vittime del regime di Lukashenko, in collaborazione con altre organizzazioni non governative come il Belarus Committee e il Belarus Free Theatre, una delle voci più originali dell’opposizione ora costretta al completo in esilio. Secondo i legali della H20 Law, la società incaricata di avviare l’azione, nel caso di successo i beni di Lukashenko in Gran Bretagna o all’estero potrebbero essere congelati in attesa di eventuali compensazioni. O forse di più. «Se l’accusa include la tortura, questo consente potenzialmente alla corte di esercitare la giurisdizione universale e potrebbe anche annullare la pretesa di Lukashenko all’immunità», ha detto Mattew Jury di H20 Law, lo studio che ha preso in mano la pratica. Almeno così suggeriscono la teoria e la speranza.

La realtà è che per ora il presidente se ne fa un baffo e non si fa certo intimorire, né dalla missione dell’Osce, né da un tribunale londinese che ancora deve cominciare il suo lavoro. Altri tre incarcerati sono stati condannati qualche giorno fa a pene dai tre ai quattro anni di carcere: Aleksandr Atroshenkov (l’addetto stampa del candidato presidenziale Andrei Sannikov), Aleksandr Molchalov e Dmitri Novik sono stati riconosciuti colpevoli di “partecipazione a disordini di massa” e rimarranno così dietro le sbarre. Il 17 febbraio scorso era già stato condannato a quattro anni Vasili Parfenkov, un altro attivista dell'opposizione.

La settimana scorsa, Ales Mikhalevich, anch’egli avversario di Lukashenko alle elezioni, ha denunciato senza mezze parole di essere stato picchiato dagli agenti del Kgb, che dopo il suo arresto a dicembre gli hanno impedito il sonno fino al momento in cui non ha firmato una dichiarazione di collaborazione con le autorità. Mikhalevich ha affermato di avere sottoscritto il documento per poter essere liberato e denunciare pubblicamente gli abusi. Detto, fatto. Il punto è che contro il dittatore bielorusso le campagne mediatiche servono sino a un determinato punto: i polveroni suscitati in Occidente come quello della notizia che il figlio di Sannikov sarebbe stato messo in un orfanatrofio dopo l’arresto del padre mentre invece è rimasto a casa con la nonna, sono frecce spuntate contro Lukashenko, per il quale ci vorrebbe una vera stretta a tenaglia da Bruxelles e Mosca invece di sanzioni all’acqua di rose.

La campagna di Free Belarus Now rischia insomma di naufragare se non supportata a dovere. Resta il coraggio di chi si impegna contro la violenza e i soprusi: «Il nostro Paese ha bisogno di giustizia nei confronti di un dittatore che ha abusato della nostra gente per troppo tempo. In assenza della comunità internazionale che abbia la volontà e la capacità di portare un’azione forte contro Lukashenko abbiamo deciso di intervenire noi stessi. Ci auguriamo che questo sarà il primo passo per la giustizia in Bielorussia e una Bielorussia libera». Parola di Natalia Koliada del Belarus Free Theater.

(Pubblicato su Lettera 43)

Se lo hanno fatto quelli di Foreign Policy, allora lo facciamo anche noi: prendere l'idea di Gawker (che non ha fatto altro che rovistare in youtube) e riadattarla per le nostre specificità. Ecco quindi a seguire una serie di spot che invitano fanciulli e fanciulle ad arruolarsi nelle forze armate dei rispettivi paesi. Ci siamo limitati a guardare verso est, come di consueto. E confessiamo la nostra preferenza, di gran lunga, per lo spot ucraino.  ...continua a leggere "ARRUOLATEVI!"