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I recenti avvenimenti in Bielorussia e in Russia hanno riportato all’ordine del giorno un vecchio progetto, risalente ancora agli Anni 90: l’unione tra i due Paesi. L’involuzione autoritaria negli ultimi anni al Cremlino, accompagnata dalle tensioni con Unione europea e Stati Uniti dopo la crisi in Ucraina scoppiata nel 2014, e il pluridecennale duello tra il dittatore Alexander Lukashenko e l’intero Occidente precipitato dopo le elezioni truccate del 2020 e la dura repressione, hanno spinto Mosca e Minsk a riprendere il filo di un discorso avviato ai tempi di Boris Yeltsin. Continua su Tag43.it

Il mistero ruota attorno a quei passeggeri, forse tre, sbarcati a Minsk assieme agli arrestati Roman Protasevich e Sofia Sapega, e mai più risaliti sul velivolo poi ripartito per Vilnius. Tre nomi su cui presto dovrebbe essere fatta luce, dal momento che i dati che li riguardano sono trascritti sui registri della compagnia aerea irlandese e su quelli dei funzionari aeroportuali lituani. E allora si capirà se dietro quelle misteriose figure si nascondano uomini dei servizi segreti bielorussi (il nome è Kgb, lo stesso del vecchio apparato di sicurezza sovietico). O forse addirittura russi. Continua su Startmag.it

Roman Protasevich, co-fondatore con Stepan Putilo di Nexta, canale Telegram sui cui ha viaggiato soprattutto negli ultimi mesi la protesta anti-Lukashenko, è stato arrestato all’aeroporto di Minsk con una spregiudicata azione di intelligence orchestrata dal KGB, i servizi segreti bielorussi. Per il presidente, in carica 1994 e che dopo le elezioni truccate dello scorso anno, non è stato riconosciuto né dall’Europa né dagli Stati Uniti, l’operazione è considerata un successo, perfettamente calata in una strategia di imbavagliamento delle voci del dissenso che va avanti da mesi. Continua su Tag43.it

Le elezioni presidenziali bielorusse le avrebbe vinte lei, se non fossero state truccate. Spesso e volentieri nei Paesi dell’ex Unione sovietica vale il vecchio adagio staliniano per cui non è importante come vengono contati i voti, ma chi li conta. Ed è così che Svetlana Tikhanovskaya è finita in esilio a Vilnius, marchiata come golpista, mentre in Bielorussia il presidente è ancora Alexander Lukashenko, in carica dal 1994, confermato appunto lo scorso 9 agosto in una tornata elettorale che il mondo occidentale, cioè Europa e Stati Uniti, non hanno riconosciuto. La realtà è però che a Minsk comanda adesso chi lo faceva prima e l’opposizione non c’è più, finita in prigione o costretta alla fuga. Continua su Tag43.it

Alla fine è successo, senza che neppure ci fosse la grave crisi economica che ogni tanto qualche esperto paventava. I bielorussi si sono stufati di Aleksander Lukashenko, il padre padrone al potere da 26 anni, dal lontano 1994, un tempo infinito anche per l’immobile Bielorussia. È accaduto all’improvviso, sebbene i sintomi della stanchezza fossero presenti ormai da tempo nella società. Un crollo di popolarità forse anche accelerato dalla pessima gestione dell’emergenza covid, che Lukashenko ha fronteggiato con sfrontatezza, seminando incertezza e spavento. E questa volta non ci sono le milizie che tengano, la disaffezione si è estesa dai piccoli ceti intellettuali e artistici ad ampie fasce della popolazione, e dalla capitale alla provincia, dalle università ai kombinat industriali e agricoli, agli uffici dell’amministrazione pubblica. L’unica incognita è ora legata alle mosse di Putin, che ha promesso aiuti, naturalmente senza lasciar intendere di che tipo saranno. La Russia non può fare a meno della Bielorussia, ma non è detto che Putin non possa fare a meno di Lukashenko. Continua su Startmag