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Mentre la Germania prosegue a fatica lungo la strada della svolta energetica - l'abbandono dell'atomo e lo sviluppo delle fonti rinnovabili - i paesi dell'Europa centrale e orientale restano fedeli al nucleare. Dalla Russia alla Polonia, dai Paesi Baltici alla Repubblica ceca, dalla Bulgaria alla Bielorussia e all'Ucraina di Cernobyl, la mappa dei futuri impianti e del risanamento di quelli vecchi. Su Start Magazine.

L'euro al tempo dell'eurocrisi. Sembrerebbe il titolo di uno dei tanti saggi triller sul destino della moneta unica, è invece l'avventura che la piccola Lettonia, seconda repubblica baltica in ordine di tempo dopo l'Estonia, si appresta ad affrontare dal primo gennaio del 2014. Senza paura, almeno a dar retta alle dichiarazioni delle élites politiche ed economiche di Riga.

La Commissione europea ha dato il via libera il 5 giugno, dopo aver studiato per bene il dossier preparato nei mesi scorsi dai propri esperti sui numeri dell'economia lettone: deficit, debito pubblico, tasso d'inflazione, andamento del cambio della moneta nazionale e tassi a lungo termine. La valutazione è stata positiva e Bruxelles ha acceso il semaforo verde: la Lettonia diventerà il diciottesimo membro dell'Unione a introdurre l'euro. I numeri grezzi, in verità, potrebbero fare invidia a molti Stati più grandi e potenti: il debito del Paese è al 41% del prodotto interno lordo, ben al di sotto del limite del 60% fissato nei famosi criteri di Maastricht, l'inflazione media registrata da Eurostat nel mese di marzo è stata dell'1,6%, e il deficit pubblico del 2012 è stato dell'1,2%.

La decisione non è ancora definitiva. Al sì della Commissione deve seguire quello del parlamento europeo, della Banca centrale e dei capi di Stato e di governo dell'Unione nel vertice di fine giugno. La deliberazione ufficiale verrà poi data dai ministri delle Finanze dell'Eurozona nel mese di luglio. Ma è difficile che tutte le istituzioni coinvolte possano smentire le valutazioni dei commissari di Bruxelles: si tratta di dati oggettivi e i Paesi dell'Europa centro-orientale hanno sottoscritto, con il loro ingresso nell'Ue, l'obbligo di adottare la moneta unica nel momento in cui i dati economici soddisfano i criteri di Maastricht. Le clausole di eccezione riguardano infatti solo Gran Bretagna e Danimarca.

La notizia è stata accolta con soddisfazione anche in Germania, che nell'area baltica condivide con gli Stati scandinavi interessi economici e geopolitici. Thomas Straubhaar, direttore dell'Istituto economico mondiale di Amburgo, è convinto che l'ammissione della Lettonia rappresenti un segnale positivo e di fiducia per l'intera Eurozona: «È la testimonianza che l'euro rimane una moneta incredibilmente attraente soprattutto per le piccole economie».

Ma c'è un altro motivo per cui Berlino è contenta dei progressi lettoni ed è legato al fatto che proprio nell'area baltica quelle politiche di austerità, che altrove sono state promosse aggravando la crisi, hanno invece avuto un moderato successo. Lo ha sottolineato alla Frankfurter Allgemeine Zeitung il parlamentare europeo della Cdu Burkard Balz, fresco di una visita a Riga: «La Lettonia si è tirata fuori dalla crisi finanziaria con grande disciplina e attraverso la ricetta di dure e dolorose politiche di risparmio e ora è matura per entrare nell'area dell'euro». La crisi che aveva colpito i Paesi baltici è quella finanziaria del 2008, che aveva improvvisamente divorato il sogno di una crescita ininterrotta e senza contraccolpi, iniziata già a metà degli anni Novanta, quando le tre repubbliche venivano soprannominate le tigri economiche del Baltico. La Lettonia, i cui fondamentali erano più fragili rispetto alla Lituania e soprattutto all'Estonia, era precipitata sull'orlo della bancarotta e aveva dovuto far ricorso a un prestito internazionale di 7 miliardi e mezzo di euro per evitare l'insolvenza. La ripresa è stata lenta e costellata da proteste di piazza, un'esperienza insolita a quelle latitudini. Ancora nel 2010, il disavanzo pubblico era all'8,1% e in soli due anni il governo è riuscito a ridurlo di 7 punti percentuali. Profonde riforme hanno riguardato anche il settore bancario, pesantemente drogato prima della crisi da afflussi di denaro poco trasparenti da parte di investitori russi. A tal proposito, la Commissione europea ha ammonito Riga ad adottare definitivamente un'autonoma legge anti riciclaggio per contrastare l'infiltrazione delle organizzazioni criminali e mafiose.

Tuttavia, come spesso accade, Bruxelles fa i conti senza ascoltare troppo i cittadini che, in Lettonia, non devono essere poi particolarmente entusiasti dei successi di bilancio ottenuti dal governo. Altrimenti, nelle elezioni comunali tenutesi sabato 1 giugno, non avrebbero trionfato gli euroscettici. Il paese è andato alle urne per rinnovare 119 comuni piccoli e grandi e il risultato è stato ovunque una doccia fredda per il partito dell'Unità del premier europeista Valdis Dombrovskis. In particolare nella capitale, dove il Centro dell'armonia guidato dal sindaco uscente Nils Usakovs ha raccolto il 58% dei voti, pochi mesi dopo che i suoi deputati al parlamento avevano bloccato una serie di leggi amministrative necessarie all'adozione dell'euro. A essi va aggiunto il 18% ottenuto dall'Alleanza nazionale, un partito nazionalista critico nei confronti della moneta unica, mentre l'Unità di Dombrovskis si è dovuta accontentare del 14%. L'istituto di sondaggi Tns-Latvia ha monitorato comunque una crescita dei lettoni favorevoli all'euro negli ultimi mesi: tra marzo e aprile si è passati dal 29 al 36%.

Le notizie che giungono da Grecia e Lettonia non potrebbero descrivere meglio lo stato d'animo differente con cui i due Paesi, che appartengono entrambi all'Unione Europea, vivono il loro rapporto con la moneta unica. Atene combatte contro il suo debito pubblico, la recessione e le direttive della Troika per evitare di dover rimettere in circolazione la vecchia dracma. Riga sembra essersi lasciata alle spalle la crisi finanziaria che l'aveva colpita 5 anni fa e ha preparato gli incartamenti per abbandonare il lat, la moneta nazionale, e abbracciare l'euro nel 2014.

Duemila chilometri di distanza in linea d'aria non bastano a giustificare tanta differenza. Nello spazio geografico compreso tra Mar Baltico e Mar Egeo si consuma la distanza che oggi separa i membri di una comunità nata per avvicinare confini, stili di vita e condizioni di benessere.

La Grecia ha conquistato le prime pagine dei giornali europei con le violente proteste dei suoi giovani, la disperazione dei suoi disoccupati e l'incapacità dei suoi politici. Ma nel marasma della situazione economica sono emerse di tanto in tanto anche storie che fanno sorridere, seppur amaramente. Come quella dell'emiro del Qatar, Hamad bin Khalifa Al Thani, impegnato col suo yacht in un tour di shopping fra le isole greche. L'emiro ne ha acquistate 6, appartenenti all'arcipelago delle Echinadi, un gruppo di isolette sparse nel Mar Ionio fra la costa continentale e le più famose Itaca e Cefalonia. Rifugi dorati per super-ricchi che già da tempo lo Stato ha dismesso in favore di proprietari privati. Ma la crisi, che ha fatto schizzare le tasse sulle case, ha moltiplicato di conseguenza i cartelli vendesi anche su questo angolo di paradiso. È una questione di rapporto: molti ex ricchi non ce la fanno più a mantenere il lusso di un'isola privata e cercano acquirenti più ricchi nella speranza di monetizzare un capitale svalutato.

E Al Thani, che ha promesso di aiutare con investimenti diretti anche l'economia del Paese, è riuscito a strappare un prezzo conveniente all'agenzia immobiliare che gestisce gli affari. Così l'emiro ha deciso di spostare il suo buen ritiro nel suo nuovo regno mediterraneo. Tra le isole acquistate ha scelto la più bella, Oxeia, con i suoi 4,2 chilometri quadrati grande quanto la metà di Capri. E qui sono iniziati i problemi. Al Thani non ha intenzione di rinunciare ai suoi lussi abituali e si è fatto progettare una villa enorme con una cucina di 1000 metri quadrati e un bagno di 250. Misure che sono apparse spropositate ai tecnici dell'amministrazione di Cefalonia, cui spetta concedere le autorizzazioni a costruire. Così fra l'emiro e la burocrazia greca è iniziato un tira e molla che rischia di riflettersi negativamente anche sugli investimenti pubblici che il Qatar si è detto pronto a realizzare. Come quello nell'area del vecchio aeroporto di Atene, caldeggiato personalmente dal premier Antonis Samaras nella recente visita nell'emirato, a gennaio: «Il governo greco è preoccupato», ha scritto il quotidiano greco Kathimerini, «perché Al Thani ha minacciato di abbandonare il suo sogno ionico se la burocrazia continuerà a mettergli i bastoni fra le ruote».

Con tutt'altro tipo di burocrazia avrà invece a che fare il primo ministro lettone Vladis Dombrovskis, che ha portato il suo Paese sulla soglia dell'euro, in un momento in cui molti altri membri dell'ex Europa dell'Est preferiscono tenersi a distanza. La Lettonia ha infatti deciso di sottoporsi ufficialmente alla verifica della commissione europea per introdurre nel 2014 l'euro come moneta nazionale. Se i criteri previsti verranno soddisfatti (rapporto deficit/Pil sotto il 3%, debito pubblico non superiore al 60% del Pil e inflazione non superiore all'1,5% della media dei tre membri più virtuosi dell'Ue), la Lituania sarà il secondo Paese dell'area baltica ad accedere alla moneta unica. In Estonia, l'euro è già in corso dal 2011. La Lituania prevede di avanzare la richiesta nel 2015.

I burocrati di Bruxelles, che in verità attendono con ansia la decisione della tentennante Polonia, si sono comunque dichiarati soddisfatti del passo compiuto da Riga: «La domanda lettone è un segnale di fiducia verso una moneta che, solo qualche mese fa, gli speculatori ritenevano destinata a fallire», ha detto il commissario alla moneta unica Olli Rehn. Nel palazzo di vetro dell'Unione, tuttavia, nessuno si sbilancia oltre. I dati attuali dell'economia lettone sono buoni, ma lo scivolone imprrovviso che, dopo anni di crescita, il Paese ha subito tra il 2008 e il 2010 ha seminato qualche dubbio. I funzionari europei dovranno ora valutare se le politiche finanziarie adottate dal governo di Riga per i prossimi anni consentiranno al Paese di soddisfare i criteri di Maastricht anche nel lungo periodo.

Se non si trattasse di due vecchi volponi della politica, l'immagine di Vladimir Putin e Gerhard Schröder che più di un mese fa hanno dato il via al gasdotto North Stream premendo il tasto di un computer sarebbe potuta anche apparire commovente. Il presidente russo in procinto di rotornare al Cremlino e l'ex cancelliere tedesco che da politico approvò il progetto e da lobbista andò a presiedere il consiglio di amministrazione della società mista che lo costruiva, hanno inaugurato ufficialmente una nuova stagione del trasporto energetico europeo: dopo un'allegra passeggiata dimostrativa nel complesso di Wyborg, il porto baltico della Russia da cui parte la pipeline, si sono fatti riprendere e fotografare mentre davano il là al primo soffio di gas che percorrerà i 1224 chilometri del condotto adagiato sul fondale del Mar Baltico e spunterà fuori nei pressi di Greifswald, cittadina costiera tedesca a due passi dal confine polacco. In Germania, North Stream è più nota come Ostsee-Pipeline e prende il nome da come i tedeschi sono soliti chiamare questo mare, tornato vivere i tempi gloriosi della Lega anseatica, quando era il punto cruciale dei rapporti commerciali del Nordest europeo: Ostsee, mare dell'Est. Due settimane fa, Angela Merkel e Dmitrij Medvedev hanno completato le cerimonie, inaugurando anche il terminale tedesco. Rispetto ai due volpini, sembravano dei comprimari.

I numeri dell'opera sono rilevanti: con il primo condotto, che entrerà in funzione a giorni, verranno trasportati 27,5 miliardi di metri cubi di gas all'anno e con il secondo, pronto fra un anno, la capacità salirà a 55 miliardi. Gazprom ha già chiuso contratti di fornitura con Danimarca, Olanda, Belgio, Francia, Gran Bretagna, oltre ovviamente che con la Germania, che ha partecipato al progetto della società North Stream con il 15,5% detenuto da Wintershall e E.on Ruhrgas. Il resto è suddiviso tra altri colossi dell'energia: la francese Gdf Suez (9%) e l'olandese Gasunia (9%). La parte del leone spetta a Gazprom, che controlla tutto con il 51%.

Gli europei hanno fame di energia e i russi hanno interesse a vendergli il loro gas. Ma il progetto North Stream, che Mosca vuol replicare sul versante sud con un quasi omonima pipeline che prenderà il nome di South Stream e nella quale è coinvolta anche l'italiana Eni, rappresenta una rivoluzione nel sistema di trasporto energetico del continente, perché permette alla Russia di non dipendere più dai capricci degli attuali paesi di transito, Ucraina e Bielorussia, e di assicurare rifornimenti certi e a prova di scontri politici.

L'Europa continua ad aggrapparsi alle sue velleità. «Bruxelles persegue una strategia di diversificazione nell'approvvigionamento energetico per allentare la dipendenza dalla Russia», sostiene Claudia Kemfert, direttrice del dipartimento energia all'Istituto tedesco di ricerca economica (Diw), «ma la quota delle forniture di Gazprom sul mercato europeo, oggi al 25%, è destinata ad aumentare per l'esaurimento dei giacimenti in Norvegia e Olanda». È la stessa opinione di un altro esperto, Stephan Kohler, amministratore delegato dell'Agenzia tedesca per l'energia Dena: «La strategia europea di contenimento della dipendenza dalla Russia c'è, bisognerà vedere se se avrà successo. Fra dieci anni la Germania dovrà anche rinunciare al nucleare e non basteranno il gas liquido, il carbone e le rinnovabili a colmare il fabbisogno. Il gas assumerà un'importanza sempre maggiore ma è anche vero che la dipendenza è reciproca: tutti i gasdotti di Mosca viaggiano verso ovest».

Ci sarebbe il progetto Nabucco, un gasdotto alternativo e quasi parallelo a South Stream, che sulla carta potrebbe portare il gas dalle riserve del Caucaso fin nel cuore del Vecchio Continente attraverso Turchia, Balcani, Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria. «Ma è un progetto sempre meno realistico. Il condotto dovrebbe passare sotto il Mar Caspio e avrebbe bisogno del permesso dei russi che non approveranno mai un tracciato concorrente. Due gasdotti che concorrono su una rotta quasi identica non sono economicamente convenienti. L'unica possibilità praticabile è un accordo fra Bruxelles e Mosca per una collaborazione attraverso una società mista, nella quale nessuno abbia il coltello dalla parte del manico».

Da parte russa non sembra esserci troppa comprensione e si tende ad andare per le spiccie. «Quella del contenimento delle quote russe è una falsa priorità», dice Konstantin Simonov, direttore della Fondazione russa per la sicurezza energetica, «l'Europa deve valutare se avrà approvvigionamento di gas sufficiente per i prossimi 10 anni. E se pensa di poter fare a meno del gas russo, sbaglia i conti. Bruxelles si muove sulla base di un memorandum redatto dal governo lituano, ma i rapporti economici devono fondarsi sui dati della ragione non sui sentimenti e sulle emozioni».

Affari ma non solo. «La politica estera russa ha subìto negli ultimi cinque anni un processo di economicizzazione molto forte», spiega Stefan Meister, consulente del centro per l'Europa orientale della Robert Bosch Stiftung, «e soprattutto nei confronti delle ex Repubbliche sovietiche è passata da un approccio ideologico a uno fortemente pragmatico. Sotto Vladimir Putin si sono affermati l'indipendenza energetica e i meccanismi di stimolo e sanzioni utilizzati verso l'esterno per perseguire gli interessi economici e gli obiettivi di politica estera russi». La svolta è avvenuta con lo shock delle rivoluzioni colorate in Ucraina e Georgia, che hanno spiazzato la strategia perseguita da Mosca: «Da allora, la Russia non ha più fornito assistenza alle economie di quegli stati post-sovietici che mostravano problemi di lealtà e ha avviato una politica di infiltrazione dei settori economici strategici per mezzo delle imprese russe». Imprenditori invece che soldati, rubli al posto dei carri armati.

«Prezzi bassi per le forniture di gas e accordi ombra con i capi dei governi hanno rappresentato la base dei rapporti con le ex repubbliche sovietiche fino al 2005», sostiene Jaroslaw Cwiek-Karpovicz, politologo dell'Istituto per gli affari internazionali di Varsavia, «ma dopo lo smacco ucraino la strategia è cambiata e Mosca ha dovuto rimodulare gli strumenti del proprio soft-power». Da un lato sono stati messi in campo mezzi più sofisticati: proposte di integrazione economica, come l'ipotesi di un mercato comune fra Russia, Bielorussia, Ucraina e Kazachistan, che ora Putin vorrebbe estendere a una dimensione euro-asiatica, la fondazione di giornali e tv in lingua inglese per proporre il punto di vista russo a un pubblico più ampio e giovane, la formazione di Ong in realtà di stretta osservanza statale, un'attenzione maggiore alle società delle ex repubbliche piuttosto che alle loro élite. Dall'altro, l'abbandono di ogni rapporto preferenziale negli accordi sul gas e l'adozione di prezzi di mercato per i rinnovi contrattuali.

«Ma sarebbe sbagliato pensare che il soft-power russo sia indirizzato solo verso le ex repubbliche sovietiche, nell'ottica di una restaurazione dell'influenza perduta», ribatte Andrey Makarychev, politologo dell'università di Novgorod, «il principale obiettivo è l'occidente. C'è voglia di riconoscimento e legittimazione per un'idea di democrazia costruita all'interno di un sistema di sicurezza collettiva, che non ricalca i canoni classici di quella occidentale». L'intellettuale  bosniaco Predrag Matvejevic creò un neologismo per indicare questi nuovi regimi: democratura. La sua legittimazione ora passa anche attraverso i tubi di una pipeline.

(Pubblicato su Vita)

A vent’anni dall’indipendenza, le ex repubbliche che facevano parte dell’URSS hanno poco da festeggiare per quel riguarda la libertà di stampa. Almeno stando alle classifiche. Prendendo quella stilata da Reporters senza Frontiere (RSF), che misura il cosiddetto Press Freedom Index, gli stati postsovietici non fanno certo bella figura.

A parte le virtuose repubbliche baltiche (Estonia alla posizione numero 9, Lituania 11, Lettonia 30), per le altre si può parlare di un vero e proprio disastro. La Moldova sta al posto numero 75, la Georgia al 99, l’Armenia al 101, il Tagikistan al 115, l’Ucraina al 131, la Russia al 140, l’Azerbaijan al 152, la Bielorussia al 154, il Kirghizistan al 159, il Kazakistan al 162, l’Uzbekistan al 163, il Turkmenistan al 176. I numeri sono quelli del 2010, raccolti quindi su dati del 2009.

Rispetto ai tempi dell’informazione totalitaria dell’URSS sono stati fatti passi avanti, ma nei Paesi dove le strutture democratiche sono ancora deboli, soprattutto nelle repubbliche dell’Asia centrale, il giornalismo libero ha enormi difficoltà ad affermarsi Il ranking di RSF è guidato da un gruppo con Finlandia, Islanda, Norvegia, Olanda, Svezia e Svizzera e chiusa dall’Eritrea alla posizione numero 178. L’Italia, per la cronaca, è al posto numero 49. Le classifiche, queste come altre, non sono il Vangelo, ma danno comunque il polso di quale sia la situazione generale in un Paese. Non è difficile quindi comprendere che i media liberi non abbiano vita facile, non solo nella Russia del tandem Medvedev-Putin, nell’Ucraina di Yanukovich o nella Georgia di Saakashvili, per non dire negli stati autoritari come la Bielorussia di Lukashenko o nel Turkmenistan di Berdymukhammedov.

Naturalmente ogni Paese ha la sua particolare situazione ed è difficile fare paragoni. È impossibile farli anche, almeno sulla base di queste classifiche, con il passato, dato che questi ranking esistono da una decina d’anni. Anche quello dei “Predators of Press Freedom” che RSF pubblica ogni anno in concomitanza con la giornata internazionale della libertà di stampa (3 maggio) è cosa recente: l’anno scorso spiccavano Lukashenko e Berdymukhammedov, il presidente azero Alyiev, quello kazako Nazarbayev, quello uzbeko Karimov, così come per la Russia il primo ministro Putin e il presidente della Cecenia Kadyrov.

Da un paio d’anni RSF ha introdotto anche la giornata mondiale contro la cyber-censura, il 12 marzo: quest’anno l’elenco dei nemici della Rete comprende tra i primi dieci Turkmenistan e Uzbekistan, mentre Bielorussia e Russia si fanno compagnia tra quelli sotto osservazione. I numeri dicono insomma che la libertà di stampa non è garantita appieno in gran parte dello spazio postsovietico. Il grande balzo in anti fatto dalle repubbliche baltiche è da associarsi all’integrazione europea e all’adozione in tempi celeri di modelli e di standard occidentali.

Certamente, rispetto ai tempi dell’informazione totalitaria dell’URSS sono stati fatti passi avanti, ma nei Paesi dove le strutture democratiche sono ancora deboli, soprattutto nelle repubbliche dell’Asia centrale, il giornalismo libero ha enormi difficoltà ad affermarsi. Anche in Caucaso o in Europa centrorientale in vent’anni ci sono stati progressi, anche se spesso si è confuso e si confonde il pluralismo con l’indipendenza. Particolarmente nel settore televisivo, dalla Russia all’Ucraina, dalla Georgia al Kazakistan, il sistema è controllato e spartito secondo canoni dettati dal potere politico ed economico. Maggiore libertà si ha nella carta stampata (giornali e magazine non hanno la stessa influenza e diffusione della tv) e per ora in internet. È difficile però immaginare grandi cambiamenti, dato che la tendenza globale, anche nelle democrazie occidentali, va verso una sempre maggiore concentrazione e un maggiore controllo dell’informazione.

PlanetNext talks to members of the International Press Institute

Media: Interview with Rubina Möhring, former vice president of Reporters Without Borders

Media: The homogenization of the news and the threat to press freedom

(Planet Next)